Vai al contenuto

Er coruccio

Da Wikisource.
La vesta La vita dell'omo
Link alla raccolta Questo testo fa parte della raccolta Sonetti romaneschi/Sonetti del 1833

[p. 371 modifica]

ER CORUCCIO.[1]

     So’[2] bbello accusì nnero? eh? ddi’, so’ bbello?
Nun paro[3] er mannataro de la Morte?[4]
Stamo in guai, cammerata, ma in guai forte:
So’ ffinite le scéne[5] in zur più bbello.

     Er padrone ha sserrato mezze porte,
E ccià[6] mmesso sto scencio[7] sur cappello,
Pe’ vvia ch’è mmorto er zoscero ar fratello
De la mojje der fijjo de la corte.

     Tu nun hai da guardà ll’Immassciatore
Si[8] rride co’ nnoantri e sse ne fotte;[9]
Abbasta che ppe’ nnoi piaggni er colore.

     Tratanto hai da sapé che sto dolore
Ha da durà tre mmesi e mmezza notte:
Poi mettemo er coruccio ar cacatore.[10]

Roma, 18 gennaio 1833.


Note

  1. Corruccio: gramaglia.
  2. Sono.
  3. Paio: sembro.
  4. [Il mandatario della Compagnia della Morte. V. la nota 1 del sonetto: Er zoffraggio, 8 dic. 32.]
  5. Cene.
  6. Ci ha.
  7. Cencio.
  8. Se. [Tu non devi badare se l’Ambasciatore ecc.]
  9. [E non si cura affatto del morto.]
  10. Espressione di molto uso, allorchè si vuol fare intendere il poco interesse che si prende di certi avvenimenti che altri vorrebbe farci sentire calamitosi.