Favole (La Fontaine)/Libro ottavo/IV - La virtù delle Favole

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
Libro ottavo

IV - La virtù delle Favole

../III - Il Leone, il Lupo e la Volpe ../V - L'Uomo e la Pulce IncludiIntestazione 16 ottobre 2009 50% raccolte di fiabe

Jean de La Fontaine - Favole (1669)
Traduzione dal francese di Emilio De Marchi (XIX secolo)
Libro ottavo

IV - La virtù delle Favole
Libro ottavo - III - Il Leone, il Lupo e la Volpe Libro ottavo - V - L'Uomo e la Pulce

 
(Al signor De Barillon, ambasciatore)

E può dunque alle mie povere fiabe
abbassarsi d’un alto ambasciatore
lo sguardo ed il favor? e tanto ardito
sarò di dedicar queste sottili
e care inezie a un Uom affaccendato
in tutt’altre faccende, a cui non piace
il perder tempo alle buffe contese
di cani e gatti e donnole e leoni,
che invan talvolta assumono l’aspetto
di grandi eroi?... no, no, più che di questo,
leggiate o men, a voi, Signore, importa
d’impedir che d’armati si riversi
sulla patria un torrente e che la pace
tra il re di Francia e l’Albïon vicina
mai non si franga. Un tal pensier mi cruccia
e invoco pace al gran Luigi, pace
a quest’Ercole invitto, affaticato
contro l’Idra che sempre rinnovella,
perché le tagli la sua spada il capo.

Se vostr’arte potrà colla parola
molcere i cuori e distornare il colpo,
a voi consacrerò de’ miei montoni
(non picciol sacrificio a un abitante
dei gioghi di Parnasso) un’ecatombe.
Vogliate intanto accogliere con pio
sguardo l’omaggio de’ miei versi e il voto
che a voi, Signor, dall’animo sollevo.
Alla vostra modestia ogni altro elogio,
che fin l’invidia vi tributa, è vano
incenso, il so, né verbo io più ci metto.

Fuvvi in Atene (popolo vanesio
quant’altri mai) valente un oratore,
che vedendo il paese in grandi ambasce,
alla Tribuna un dì, forte dell’arte
che tiranneggia l’animo del volgo,
disse cose stupende e generose
sul comune pericolo. La gente,
distratta il lasciò dir fin che gli piacque:
cercava l’Orator con nuove e calde
immagini attizzar l’alme più spente,
anche i morti evocò, gridò, tuonò,
nessun si scosse e fur parole al vento.

Il popol, animal dal capo aereo,
invecchiato oramai da quarant’anni
in cotesti mezzucci di ringhiera,
di qua, di là guardava, alla baracca
de’ burattini, e l’Orator... si sfiati.

Allor pensa costui cambiar registro
e disse: - Udite, amici, un fatterello
udite. Un giorno andavano per via
con Cerere una Rondine e un’Anguilla,
quando giunsero a un fiume. Entra l’Anguilla
nell’acqua e passa; vola poi la Rondine
sull’acqua e passa... - E Cerere? - d’un fiato
gridò tutta la piazza. - Ah mammalucchi! -
rispose l’Orator, - e tanto a cuore
vi sta questa scipita favoletta?

E non vi punge, o scempi, l’ignominia
che Filippo il Macedone coll’armi
porta alla patria vostra? - A queste voci
finalmente si aprirono gli orecchi
della gente, e poté con piccol gioco
trarre a sé l’Orator gli animi tutti.

Tutti siamo anche noi popol d’Atene,
ed io stesso, che predico, pel primo.
Se tu mi vieni a raccontar l’istoria
dell’Augellin bel verde, oh ch’io divento
matto dal gusto. Il mondo forse è vecchio,
ma si diverte ancora e bamboleggia
alle belle storielle d’una volta.