Federconsorzi: storia di un'onta nazionale/III/2

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Imputazione: bancarotta fraudolenta

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Imputazione: bancarotta fraudolenta

Concluse le indagini dei sostituti Torri, Nebbioso e Catalani, demandati dell'inchiesta sul dissesto della Federconsorzi, è stata fissata per il 5 dicembre, dal Tribunale di Roma, l'udienza preliminare del processo contro i cinquantadue amministratori e sindaci della hoding agrocommerciale


C'è un ex presidente della Confagricoltura, Giuseppe Gioia, e un ex vicepresidente della Coldiretti, Ferdinando Truzzi, presidenti di consorzi agrari con distintivo di entrambe le confederazioni, Cosimo Cassano, Girolamo Balestrieri, Dante Marchiori, Edoardo Marcucci, Pietro Coselli, Paolo Pasquali, un ex presidente ed ex direttore generale dell'organismo, Luigi Scotti, il direttore generale che gli ha seduto a lato, Silvio Pellizzoni, e il capocontabile che ha coadiuvato entrambi, Vincenzo Fortunato. Ci sono due alti funzionari della Coldiretti, che li aveva voluti nel Collegio sindacale a tutelare la regolarità formale dei bilanci, Franco Pasquali e Vincenzo Gesmundo, due alti dirigenti che hanno rappresentato, in tempi diversi, i funzionari del grande apparato, Ivo Zucchini e Gabriele Maldini, il rappresentante in Consiglio dei direttori di consorzio, Pasquale Velardi. Ci sono funzionari di ministeri diversi, tra cui il Tesoro, responsabili, in quanto sindaci, del rispetto delle leggi contabili, Carlo Cocco, Giovanni Polito e Italo Murgiano, c'è persino una rappresentante del sesso gentile, la signora Rita Giacchini, che all'onore del posto in Consiglio era giunta come delegata dei sindacati interni.

L'atto con cui il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Roma, Stefano Meschini, accoglie l'istanza del procuratore della Repubblica, Salvatore Vecchione, dell'aggiunto Ettore Torri e dei sostituti Settembrino Nebbioso e Pietro Catalani di rinviare a giudizio chi ha governato, negli anni successivi al 1985, la Federazione Italiana dei Consorzi Agrari, incolonna verso il banco degli imputati un drappello di cinquantadue signori che rappresentano con autorevolezza le sfere dirigenti dell'agricoltura italiana.

Dissipare, dissipare

La richiesta di rinvio a giudizio con cui i sostituti incaricati delle indagini hanno assolto al mandato è un documento di venti pagine dense di dati contabili e fitte di articoli del Codice di cui si contesta agli imputati la violazione. A chi si proponga di riassumerlo suggerisce la chiave per adempiere all’impegno il ricorrere, nel testo, di un verbo inusuale negli atti giudiziari, più comune nei romanzi che narrano le imprese mondane, cavalli, roulette e belle donne, dei rampolli di grandi casate che, ricevuto in eredità un patrimonio imponente, sono riusciti, con dedizione degna dell'impresa, a dissolverlo: il verbo dissipare.

Chi scrive non osa pensare che al crollo della Federconsorzi abbia corrisposto una grande festa in maschera: è indotto dal ricorrere, nell'atto di rinvio a giudizio, del verbo fatale, a enucleare la vicenda in una dissennata dilapidazione di ricchezza. Chi disponesse di qualche amico nel sacrario di via Curtatone era a conoscenza, alla fine degli anni '70, dell'imponente messe di cespiti immobiliari e mobiliari che, scomparendo, Leonida Mizzi, direttore generale dallo sbarco alleato alle risse tra cooperative di fede diversa degli anni di Marcora, aveva lasciato agli eredi. Le stesse fonti testimoniavano che la dovizia di partecipazioni, titoli, valuta, celati in tutte le pieghe del bilancio della Federconsorzi non sarebbero stati intaccati, ma prudentemente amministrati, con la capitalizzazione delle cedole maturate, dal successore del ragionier Mizzi, Enrico Bassi, anch'egli ragioniere, anch'egli piacentino, anch'egli oculato depositario di un patrimonio che reputava affidato alle sue cure perché fosse consegnato, indenne, agli eredi futuri dell'agricoltura italiana.

Le strade della dissipazione attribuita dai giudici agli imputati sono fondamentalmente quattro: i generosi prestiti ai consorzi agrari in coma irreversibile, le elargizioni alle organizzazioni professionali i cui rappresentanti sedevano in consiglio di amministrazione, Coldiretti e Confagricoltura, la cattiva gestione degli immobili, lo sperpero del denaro elargito a consulenti finanziari pagati con munificenza anche se neppure uno suggerisse che la rotta seguita dagli amministratori stava portando al naufragio il gigante agrocommerciale.

Ai consorzi in agonia il Consiglio di amministrazione della Federconsorzi avrebbe distribuito, 2.349 miliardi. Con meticolosità ragionieristica il documento elenca, in ordine alfabetico, tredici sodalizi provinciali e interprovinciali beneficiari della generosità federconsortile, cataloga, quindi, ancora per ordine alfabetico, 476 operazioni di prestito e una fideiussione a consorzi insolventi.

La successione compone una sorta di litania: all'identificazione del consorzio, del numero dei prestiti e della loro entità segue, ossessivamente ricorrente, il versetto responsoriale:.posto in liquidazione coatta amministrativa il successivo." Agli amministratori della Federconsorzi non si imputa, infatti, di avere trasferito denaro ai consorzi, si imputa di avere operato i trasferimenti a favore di organismi già seriamente compromessi, senza alcun piano attendibile di riequilibrio e di rilancio, nella certezza, quindi, della perdita del denaro erogato.

Falso in bilancio

Seppure costituisca colpa grave sul terreno gestionale, la dissipazione di un grande patrimonio non è reato imputabile ai sensi della legge fallimentare: se gli amministratori della Federconsorzi avessero dilapidato il patrimonio dell'organismo per mera prodigalità non sarebbe rimasto a coloro che essi rappresentavano, gli agricoltori italiani, che la consolazione delle lacrime, l'ultimo rifugio di chi abbia posto i propri affari nelle mani di un rappresentante inetto. La dissipazione di quel patrimonio è stata occultata, però, mediante la redazione di bilanci che dichiaravano esigibili crediti che non avrebbero mai potuto essere onorati, per l'insolvibilità dei mutuatari, che evidenziavano utili fittizi, che iscrivevano quegli utili, con impudenza, sul "fondo, intervento ed utilizzazione", il fondo del bilancio destinato, appunto, ad eventuali, eccezionali azioni di soccorso di consorzi in difficoltà.

La falsità dei bilanci, tale da nascondere la crisi dell'organismo ai soci e ai responsabili della vigilanza ministeriale, e da rinviare ogni mutamento della prassi gestionale, sostanzia la fattispecie penale che ha imposto ai giudici l'imputazione per bancarotta fraudolenta. Un'imputazione aggravata dal concorso dei rei e dalla continuazione per una successione ininterrotta di bilanci: i giudici romani hanno verificato il ricorrere del reato in tutti i bilanci redatti dal 1985 all'anno precedente la liquidazione, il 1990.

Rispetto ai doni elargiti ai consorzi in crisi sono pochi spiccioli i donativi alle organizzazioni professionali che sulla Federconsorzi vantavano la propria signoria, la Coldiretti, che tra l'85 e il '91 ha riscosso 31,9 miliardi, la Confagricoltura, che ne ha percepiti 24,6.

La gestione immobiliare

Oltre a detenere scrigni di partecipazioni azionarie e di titoli pubblici, la Federconsorsi dispiegava al sole quello che voci autorevoli dichiaravano il più cospicuo patrimonio immobiliare di tutto il Paese: belle aziende a tutte le latitudini della Pensola, vaste sedi di filiale al centro di borghi un tempo rurali, non più utili ad accatastare fertilizzanti, tutte passibili di essere trasformate, anche per le licenze sussistenti, in supermercati o sedi bancarie. Cui debbono aggiungersi i palazzi sontuosi nel cuore di Roma. Oltre a manifestarsi sul patrimonio finanziario, la dissipazione imputata dai giudici agli amministratori avrebbe coinvolto anche quello immobiliare. Corrisponde a un capitolo specifico, tra i capi di imputazione, l'accusa di avere ceduto in affitto Palazzo Rospigliosi alla Confederazione Nazionale dei Coltivatori Diretti al canone di 200 milioni di lire, Palazzo della Valle alla Confederazione Generale dell'Agricoltura per 150 milioni, nel primo caso locando l'immobile al rendimento annuo dello 0,22 - 0,16 per cento, nel secondo ad un canone corrispondente al 0,33 - 0,25 per cento.

Ultimo, in ordine di rilievo, tra i capi di accusa, il ricorso a consulenze esterne. Con i professionisti chiamati al capezzale dell'organismo in agonia gli amministratori, che si riservavano, comunque, di nulla mutare nel proprio stile gestionale, amavano mostrare signorile generosità. Tra i felici beneficiari di tanta munificenza, risulta baciata da un fato particolarmente felice la Coopers & Lybran Revisore Contabile, che si vedeva riconosciuti 8,7 miliardi di parcelle. La seguono le società ed i consulenti individuali che hanno riscosso assegni per un miliardo, due o tre. Che nella voragine del crack non sono, obiettivamente, nulla. Si deve ribadire, anzi, che proprio questi siano stati i denari meglio impiegati dagli amministratori di via Curtatone. Dissipando, come verificano i magistrati, tanto denaro, dobbiamo reputare non fossero immuni da qualche fugace dubbio di coscienza: a quale prezzo non ricompensare i professionisti, fiscali, finanziari, di marketing, che, durante la navigazione del Titanic verso gli abissi, li hanno rassicurati contro ogni incertezza, garantendo che la prassi che seguivano era la più accorta, la più lungimirante, la più scrupolosa? Impedendo, così, che la festa fosse sospesa prima dell'ultimo istante, l'istante dell'urto con l'iceberg?


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Nel pozzo di San Patrizio anche un albergo

Nel capitolo del documento relativo alla gestione degli immobili, integra l'accorta locazione di palazzi principeschi l'affitto di un albergo romano, in via Sforza 10, ceduto a un operatore turistico baciato dalla buona sorte per un canone inferiore, ancora una volta, all'1 per cento del valore dell’immobile. Anche chi si reputasse a conoscenza dell'entità del patrimonio della grande holding non può non sussultare: per apprendere che quel patrimonio comprendesse anche alberghi era necessario che al suo inventario procedesse la Magistratura. A. S.

Sulle connessioni mafiose un processo senza fine

Un paragrafo specifico dell'atto di rinvio a giudizio è dedicata al Consorzio interprovinciale di Catania e Messina, sulla cui gestione si protrae da oltre dieci anni un procedimento penale istituito per vagliare la prima ragione del fallimento, l'affitto di due moderne centrali agrumarie all'Apas, l'associazioni di produttori agrumari presieduta da Salvatore Urso, proconsole della Coldiretti in Sicilia. Per pagare l'affitto l'Apas aveva imposto la clausola per cui il Consorzio era tenuto al conferimento ai due centri di mille vagoni di aranci, in assenza della cui effettuazione il Cap avrebbe perduto il diritto a riscuotere il canone dovutogli. Al tempo dell'istruttoria a Catania si mormorava altresì della concessione della vendita delle macchine usate, in Sicilia affare miliardario, a cugini di uno dei grandi boss dell'Isola. Nel corso dell'istruttorio era stroncato da un infarto il direttore, Salvatore Buscemi, inviato a Catania, per risanare il Cap, dai vertici romani, che lo abbandonavano, poi, nel pelago mafioso, lasciandolo solo nell'impresa disperata. A Catania nessuno crede che il processo approderà mai a una condanna.


Da Terra e vita n° 44, 8 nov. 1997

Rivista I tempi della terra