Federconsorzi: storia di un'onta nazionale/III/4

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Così fu il crack, se vi pare

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Le tre versioni degli eventi che portarono all'esonero del Consiglio di amministrazione della Federconsorzi. Al momento dell'insediamento, Goria era consapevole del disastro? Concordò con Lobianco una strategia comune, o beffò l'"amico" di partito? Fu protagonista, o comparsa, all'ombra di Andreotti?

Un evento, il fallimento più clamoroso della storia repubblicana, cento interrogativi: per dare loro risposta si confrontano tre versioni, la prima proposta da una voce socialista tradotta in tedesco, la seconda composta dai frammenti raccolti da testimoni prossimi a eminenze politiche e bancarie democristiane, la terza formulata dagli uomini che furono vicini a Lobianco. Forse tutte racchiudono una parte della verità: prima di tentarne la saldatura l'obiettività storica impone di riferirle integralmente.

Lobianco ambasciatore in casa comunista

Secondo la versione degli eventi narrata da Giuseppe Avolio a Nello Gaspardo, docente italiano presso un'università tedesca, che la riferisce in un volume sulla storia dell'influenza politica, in Italia, delle organizzazioni professionali, il dramma si prepara, nelle prime settimane del 1991, in occasione della discussione parlamentare della legge poliennale di spesa per l'agricoltura, scaduta da un anno, quindi da rinnovare. Teatro degli eventi, la Commissione finanze del Senato.

Paolo Micolini, presidente della Commissione agricoltura, legato di Lobianco a Palazzo Madama, riesce ad includere nel coacervo di norme eterogenee un articolo che impone alla Banca d'Italia di garantire i crediti contratti dalle cooperative in valuta estera. La norma gli è stata suggerita dal nuovo direttore della Federconsorzi, Pellizzoni, impegnato a contrattare, negli stessi giorni, un grande prestito internazionale per sopperire alla sempre più grave carenza di liquidità dell'apparato.Le banche che lo sottoscriverebbero pretendono garanzie, e nessuna garanzia sarebbe, palesemente, più gradita dell'avallo della Banca d'Italia. Perché la norma possa essere votata dalla Commissione, evitando il confronto in aula, Micolini si è assicurato la complicità dei colleghi comunisti, interessati, anch'essi, a provvedere denaro alle proprie cooperative in dissesto, ha tenuto all'oscuro, invece, i socialisti, alleati di governo della Democrazia cristiana, adusi a richiedere, per la propria connivenza, prezzi sempre elevati. Per convincere dell'utilità della norma gli estemporanei alleati, Lobianco rende visita, magnanimamente, al presidente della Lega, Mariano, che gli assicura l'incondizionata solidarietà della Lega per ogni espediente che assicuri denaro con tanto modesto incomodo. La visita del signore di Palazzo Rospigliosi alla plebea palazzina della cooperazione rossa tradisce, tuttavia, il machiavello, e sventa la cospirazione. Conoscendo virtù e vanità del collega e concorrente di sempre, Giuseppe Avolio, informato della visita da agenti sicuri, capisce che l'inquilino del palazzo principesco è andato a perorare una causa disperata, chiede agli informatori di sondare con ogni diligenza la presidenza, viene a sapere dell'operazione in corso a Palazzo Madama. Conosciuta la verità informa Fabio Fabbri, proconsole di Craxi e nemico della Federconsorzi da quando il Consorzio di Parma, in anni lontani, licenziò un cugino per irregolarità contabili. Infiammato di sacro zelo Fabbri verifica lo scopo dello stratagemma, e, forte dell'autorità di presidente del gruppo socialista, pretende per l'articolo maturato in segreto la discussione in aula, dove il confronto lo boccia impietosamente.

Espulsa la norma dall'omnibus finanziario, la contrattazione del prestito si arena, il sistema bancario entra in allarme. Un allarme bancario non si traduce necessariamente in procedura fallimentare, e la necessità è tanto meno cogente quanto è più cospicuo il patrimonio del debitore. Una regola antica insegna che le banche prestano volentieri denaro a chi abbia urgenza di liquido, e solide proprietà al sole: e nonostante l'entità dei debiti le banche credono ancora, all’alba del 1992, che il patrimonio della Federconsorzi possa sfidare qualunque prodigalità degli amministratori. Lo scacco al Senato ostacola, non impedisce il dialogo con gli istituti di credito. In un clima di comprensibile apprensione si svolge, il 30 aprile, l'assemblea della Federconsorzi, che rinnova l'incarico a Scotti, il quale sia accinge, radioso, ad un nuovo mandato di gloria affiancato dal solerte Pellizzoni.

Ma il ministro è in vacanza

Frutto, però, di una congiura nefasta di stelle, un oscuro direttore ministeriale sale, dieci giorni più tardi, all'ufficio del Ministro dell'agricoltura portando la relazione sul bilancio della Federconsorzi che annualmente il Ministero trasmette alla Corte dei conti. Amante dei piaceri della vita non meno che dei doveri della politica, Giovanni Goria, da presidente del Consiglio declassato ministro dell'agricoltura, è in vacanza, al suo posto siede, provvisoriamente, Maurizio Noci, socialista, che Craxi è riuscito a insediare, col titolo di sottosegretario, nel ministero da sempre costituente la cittadella proibita dei riti democristiani. Noci, che ha alle spalle un mandato analogo alle Finanze, legge la relazione, concepisce qualche sospetto, pretende copia del bilancio, ha conferma dei dubbi, invia i due documenti a tecnici di sicura fiducia al Ministero che si affaccia sul lato opposto di Via Venti Settembre, gli viene riferito che il documento costituirebbe un caleidoscopio di irregolarità.

Il sottosegretario non firma, al ritorno del Ministro lo convince che firmare quella relazione comporterebbe il rischio di ustionare le dita. Goria avrebbe interpellato, allora, Andreotti, che lo avrebbe autorizzato al gesto clamoroso: invece di sottoscrivere la relazione per la Corte, in base ai poteri che gli conferisce il decreto legislativo del 1948, il 17 maggio 1991 il ministro dell'Agricoltura suggella un decreto con cui esonera dalle proprie responsabilità il Consiglio di amministrazione della Federconsorzi e ne affida i poteri a una triade di commissari ministeriali.

Il folletto e gli apprendisti stregoni

E' possibile ricostruire la versione degli "amici" democristiani di Goria e Lobianco raccogliendone gli elementi da osservatori diversi, comunque prossimi al vertice dello Scudo crociato e alla presidenza delle banche legate al partito: ha fornito a chi scrive le notizie ed i rilievi più significativi Rinaldo Chidichimo, antico segretario generale della Confagricoltura, quindi in possesso della conoscenza più penetrante della materia, nei mesi cruciali in cui la partita fu, crudamente, aperta e indirizzata alla conclusione, assiduo frequentatore, per responsabilità bancarie, tanto del mondo politico quanto di quello finanziario, e, tra le due sfere, degli autori delle scelte decisive per il destino dell'organismo in agonia. Secondo i testimoni scudocrociati la consapevolezza del disastro imminente si sarebbe radicata al Ministero dell'agricoltura fino dal mandato di Vito Saccomandi, come attesta il cognome soldato di ventura assetato di preda, cui la furbizia del mestiere avrebbe impedito di soggiacere agli inganni dei conti di Scotti, di cui avrebbe chiesto la verifica ad un amico, "analista" di una grande società di certificazione, la Arthur Andersen, che avrebbe confermato i dubbi. La stessa consapevolezza avrebbe animato, fino dal giorno dell'insediamento Giovanni Goria: ne offrirebbe la prova la menzione di Luigi Scotti, durante l'audizione pretesa dai commissari di una delle innumerabili inchieste sul crack, quella ministeriale, di una lettera con cui il Ministro gli avrebbe espresso perplessità, sul bilancio del 1990, l'8 maggio, prima che del bilancio, approvato otto giorni prima, Scotti inviasse al Ministero la copia di rito. Latore della missiva del Ministro sarebbe stato, riferiscono le cronache, il signor Renato Della Valle, che il Ministro presentava come consulente finanziario, più noto, peraltro, come mediatore immobiliare, che rivelando la competenza autentica chiedeva al Presidente della Federconsorzi un elenco delle proprietà: la ragione dell'interesse autentico, pare doversi desumere, che aveva mosso il Ministro all'ispezione confidenziale. Comunque si valutino i propositi della visita, la consapevolezza di Goria sarebbe stata il presupposto dell'intesa con Arcangelo Lobianco per esautorare il Consiglio di amministrazione e nominare un commissario.

Al consenso fatale avrebbero spinto il presidente della Coldiretti i suggerimenti del professor Pellegrino Capaldo, presidente andreottiano della Banca di Roma, che negli anni precedenti aveva esaminato i conti della Federconsorzi e considerato quelli dei consorzi agrari, che aveva, quindi, proposto un piano di risanamento. Convinto di poter operare il risanamento con lo stesso equipaggio che stava veleggiando verso il naufragio, Lobianco avrebbe ordinato ai propri uomini in Consiglio di attuare il piano dell'"amico" banchiere: l'ordine si sarebbe scontrato, però, con la resistenza dei consiglieri della Confagricoltura, in specie di Giuseppe Gioia, che dello studio di vicepresidente della Federconsorzi si era servito, durante i successivi mandati, per moltiplicare le telefonate onomastiche agli amici rotariani dei sette continenti, ma che di fronte all'evenienza di bancarotta stava abbandonando l'antica acquiescenza. Per annullare l'opposizione di Gioia, folletto indesiderato intervenuto a guastare il gioco, Lobianco si sarebbe accordato con Goria per la nomina di un commissario, la decisione che ne avrebbe unito i fati, secondo gli osservatori democristiani, nel più orrendo prodigio che coppia di apprendisti stregoni abbia mai suscitato.

Il gioco dei tre commissari

Dissoltasi l'opportunità del prestito estero garantito dalla Banca d’Italia, una circostanza sulla quale la versione "democristiana" coincide con quella "socialista", allarmato per la mancanza di liquidi per pagare gli stipendi, primo tra tutti il proprio, fissato da lui medesimo in 502 milioni più 314 di benefits, il solerte Pellizzoni avrebbe espletato con somma diligenza l'incarico di Scotti di negoziare, alla sede centrale del Credito Italiano, un prestito di duecentocinquantamiliardi, una quisquilia, offrendo in pegno le azioni della Banca nazionale dell'agricoltura di proprietà della Federconsorzi. I ragionieri che ebbero a esaminare la proposta la avrebbero trovata interessante, avrebbero imposto la clausola per cui in caso di mancato pagamento il "pacchetto" sarebbe passato direttamente nella proprietà della banca, avrebbero diretto la cartella con la pratica al Consiglio di amministrazione. Giunta in Consiglio, malauguratamente, la proposta avrebbe prodotto lo sconcerto del Presidente dell'istituto, l'autorevole Natalino Irti, che nell'approvazione del prestito su pegno avrebbe intravveduto l'occasione di una tempesta nel mondo finanziario, che avrebbe sospettato nel pegno lo strumento della "scalata" del Credito alla Banca dell'agricoltura, un evento che osservatori malevoli avrebbero paventato da tempo. Bocciata la pratica, Pellizzoni non avrebbe avuto il tempo di postulare la comprensione di una banca diversa: dal Consiglio del Credito italiano giungendo a quello della Banca del lavoro, il primo creditore della Federconsorzi, il sospetto che il debitore stesse svuotando la cassaforte provocava il panico. Dalla Banca del lavoro rimbalzavano a Piazza Indipendenza voci che asserivano che la grande banca si apprestasse a inviare l'ufficiale giudiziario. Trafelato, Pellizzoni sarebbe corso da Lobianco, che gli avrebbe ordinato di seguirlo immediatamente da Goria.

I tre avrebbero concordato sulla necessità di gettare ogni indugio e procedere alla nomina del commissario, che doveva precedere a via Curtatone il messo del tribunale. La decisione sarebbe stata ribadita, la mattina del 17 maggio, alla presenza di Andreotti, che avrebbe ricevuto il Ministro e l'"amico" Lobianco nel corso della riunione della segreteria del partito che si svolgeva nelle stesse ore. A Piazza del Gesù Lobianco avrebbe avuto la consolazione delle dichiarazioni di solidarietà di Andreotti e Forlani, segretario del partito, di Franco Maria Malfatti, capo della segreteria del segretario, e di Nino Cristofori, dall'apprendistato di direttore della Coldiretti amico e rivale, commilitone e antagonista di Arcangelo Lobianco. Avrebbe rafforzato la commossa fiducia di Lobianco la certezza che gli "amici" avrebbero affidato la conduzione del futuro salvataggio a Capaldo, l’intemerato professore verso il quale Lobianco aveva concepito tanta stima da immaginare che mai a disastro finanziario si potesse riparare più agevolmente che con la guida di tanto angelo custode.

Confortato dalle dichiarazioni degli “amici”, Lobianco avrebbe fatto ritorno, fidente, al palazzo principesco da cui si veglia sulle sorti delle campagne italiche, e si sarebbe accinto ad una tranquilla attesa, convinto di poter dettare a Goria, nel pomeriggio, il nome di un commissario di propria assoluta fiducia. Falso e cortese come ogni piemontese genuino, Goria avrebbe omesso, invece, la colazione, e dopo aver telefonato ad affaristi amici, un impegno laborioso siccome pare che nel mondo degli avventurieri della finanza il giovane, intemerato ministro contasse schiere di sodali, senza aspettare la telefonata dell'"amico", avrebbe stilato il decreto, che invece di un commissario ne nominava tre.

Sceglieva il primo sulla base della fedeltà personale, così da non perdere, nel corso dell'operazione, le opportunità che dopo la visita a Scotti gli aveva delucidato, si deve presumere, il signor Della Valle, sceglieva il secondo, per accontentare i petulanti alleati socialisti, nel legato di Berlusconi per gli affari agroalimentari, sceglieva il terzo per non dimenticare Lobianco, che il designato, seppure non fosse un vassallo, non poteva dichiarare un nemico. La triade rispondeva ai nomi di Giorgio Cigliana, Pompeo Locatelli, Agostino Gambino: tre navigatori consumati nelle acque perigliose tra affari e politica, sospinti sulla scena da un regista che aveva irriso il compagno della vigilia, al quale la recita sarebbe presto sfuggita di mano. Il Diavolo, insegna il vecchio proverbio, insegna a fare pentole, ma non coperchi.

La volontà di “risanare”

Ultima, la versione degli uomini prossimi a Lobianco, che sottolineano che il presidente della Coldiretti sarebbe stato seriamente preoccupato della situazione della Federconsorzi fino dal 1987, quando avrebbe incaricato l'”amico” Capaldo di un'attenta revisione finanziaria. Emerso che il sostegno dei consorzi agrari stava costando cifre astronomiche, l'accorto banchiere avrebbe suggerito di vendere immobili e partecipazioni, caldeggiando altresì la sostituzione del direttore generale, non reputando Scotti timoniere capace di condurre la navicella beccheggiante ad un porto sicuro. Accogliendo il suggerimento di un’autorità di prestigio mondiale, il professor Romano Prodi, la poltrona di direttore generale sarebbe stata affidata al dottor Silvio Pellizzoni. Accolto il suggerimento, Lobianco avrebbe verificato, con amarezza, le resistenze opposte al piano di vendite da Giuseppe Gioia, preoccupato, riferiscono le medesime fonti, che le cessioni potessero svolgersi senza il contributo della propria competenza di estimatore: tra le cento presidenze, Gioia si onorava di quella del collegio dei periti giudiziari al servizio del tribunale di Palermo. La volontà di Lobianco si sarebbe scontrata altresì con la cecità di "amici" della Coldiretti, al primo posto il senatore Micolini, allora presidente della Polenghi Lombardo, di sarebbe stato titubante a lasciare la guida. La notizia che si stesse valutando la possibilità di cedere Polenghi, Fata e il pacchetto delle azioni della Banca nazionale dell'agricoltura suscitava, per di più, cento reazioni nel mondo dell'agroindustria, in quello delle assicurazioni e in quello bancario, il Presidente della Coldiretti veniva investito da un turbine di inviti e pressioni, che dissolvevano ogni illusione di agire con efficacia e tempestività. Uomo politico, non uomo d'affari, non conosce che la brutale legge dell'interesse, Lobianco non poteva ignorare equilibri, alleanze, sollecitazioni e precedenze.

Il piano del professor Capaldo sarebbe stato, secondo le fonti di Palazzo Rospigliosi, organico ed esaustivo, oltre alle vendite avrebbe previsto il riassetto dei diversi settori operativi della Federconsorzi, per ciascuno dei quali, macchine, sementi, mangimi, veniva rimessa ad una società di consulenza la predisposizione di un progetto specifico. Le spese per consulenza, un cospicuo numero di miliardi, denunciate dai malevoli come lo sperpero dell’ultimo denaro, lungi dal costituire follie amministrative sarebbero state le più lungimiranti scelte strategiche. Purtroppo il precipitare della situazione non avrebbe permesso di realizzare neppure uno degli accorti progetti.

Alla conclusione della propria opera, peraltro, più di uno dei consulenti, che non vedevano rinnovato l'incarico, si sarebbe trovato in possesso di conoscenze preziose sull'assetto della Federconsorzi: la ragione per cui, annota con amarezza chi fu vicino ad Arcangelo Lobianco, nel corso della liquidazione il branco di squali della politica e della finanza che si getterà sul cetaceo in agonia non troverà difficoltà a ingaggiare esperti che del colosso alla deriva conoscono i conti meglio dei membri del Consiglio di amministrazione, cui Scotti si è premurato di nasconderli. I più accorti della schiera peritale si arruoleranno come fiocinieri alle ciurme che, al grido di Giovanni Goria, alla balena morente contenderanno l’onore di lanciare l'arpione fatale. Per forzare l’ottuso ostruzionismo del cavalier Gioia Lobianco immagina, intanto lo stratagemma di un commissario ad acta, di cui chiede la nomina all'"amico" Mannino, ministro di turno, che si dichiara pronto a firmare il provvedimento, a condizione di decidere personalmente il nome del professionista cui affidare cosa di tanto rilievo. Per natura sospettoso, Lobianco tergiversa, rinviando la scelta, attende la nomina di un nuovo ministro, accoglie con gioia la designazione del professor Saccomandi, beneficiario di mille favori della Coldiretti, per i quali Lobianco conta sulla più devota riconoscenza. Ripropone il suggerimento, ottiene l’identica risposta: come Mannino, Saccomandi pretende di rispondere personalmente della probità del candidato, che vuole scegliere personalmente. Arcangelo Lobianco deve attendere la crisi di governo ventura.

Felicemente l’evento non tarda, mentre Andreotti congegna la nuova compagine gli auspici paiono assicurare che la responsabilità dell'agricoltura sarà affidata a Riccardo Misasi, sul quale Lobianco ripone la fiducia più incondizionata, ma che, inopinatamente, declina l'incarico due giorni prima del giuramento, proponendo a Lobianco la candidatura di Goria, di cui garantisce personalmente, promessa di democristiano, la consapevolezza della gravità della situazione e la determinazione a operare per il felice futuro della Federconsorzi e del suo signore. Nei giorni immediatamente successivi al giuramento lo statista astigiano avrebbe raggelato, tuttavia, le speranze degli uomini di Lobianco esibendosi, in un incontro riservato di cui tutta Roma viene informata, in un autentico saggio teatrale deridendo incapacità e miopia con cui sarebbe amministrata la Federconsorzi.

La vendetta di Avolio

Gli uomini vicini a Lobianco rifiutano di accettare, per parte loro, che il fallimento del tentativo di inserire nella legge finanziaria la norma che avrebbe assicurato alla Federconsorzi e alla Lega delle cooperative l'avallo della Banca d'Italia a mietere finanziamenti in valuta estera sia stato opera di Giuseppe Avolio, i cui legati avevano partecipato, nelle settimane precedenti, agli incontri in cui si sarebbe discusso il piano "Parim", un progetto che prevedeva cospicue erogazioni per il riassetto delle cooperative di ogni colore, benedicenti, in posizione di tutori, le confederazioni professionali. Ma Giuseppe Avolio non amava, è notorio, la Lega, che non ne aveva mai riconosciuto il primato sul mondo agrario di "sinistra": se avesse deciso di impedire il finanziamento per appagare i rancori verso Lobianco per l'umiliazione i Piacenza, e quelli verso Mariano per il rifiuto alla sudditanza, avrebbe colpito due nemici con un solo colpo di spada, inferto, per il volatile piacere della vendetta, una ferita mortale all'agricoltura di cui si è sempre proclamato, con enfasi partenopea, alfiere e tutore.

Dopo le avvisaglie infauste, Gianni Goria avrebbe colpito al cuore l’”amico” Lobianco nel corso del fatidico incontro di Piazza del Gesù, quando, alla presenza di Giulio Andreotti, Nino Cristofori, Arnaldo Forlani e Paolo Cirino Pomicino avrebbe dichiarato, come i predecessori, di reputare la scelta del commissario incombenza irrinunciabile. Gelido Andreotti, muto Forlani, il presidente della Coldiretti si sarebbe accorto di essere solo di fronte al Sinedrio. Secondo le medesime fonti, recandosi all’incontro il Ministro avrebbe celato nella borsa copia del decreto, sottoscritto all'alba per evitare di sottostare a patteggiamenti, impartito al proprio ufficio stampa l’ordine di darne notizia solo nel pomeriggio. Quando, alle 17 del pomeriggio, Lobianco potrà leggere il testo divulgato dalle agenzie di stampa avrà la conferma che il bacio degli amici, la mattina, è stato il bacio di Giuda.

Una vicenda, tre versioni, ciascuna imperniata su elementi che le versioni diverse non confutano, cui attribuiscono un rilievo secondario, così che eventi capitali per una rivestono un valore marginale nelle altre. Si può concludere il capitolo chiave della storia del grande crack ricordando un dettaglio che può apparire marginale ma che tale non è: alla notizia della nomina dei commissari, anziché correre dal padrone a Palazzo Rospigliosi, il fedele Pellizzoni, nostromo accorto, si sarebbe precipitato a offrire i propri servizi, con riservatezza purtroppo inutile, al professor Capaldo, che dal fatidico pomeriggio del 17 maggio avrebbe omesso ogni cura per conservare la fiducia carpita, con i consigli disinteressati, al presidente della Coldiretti. Abbandonando il Titanic che aveva pilotato verso l’iceberg, il solerte nocchiero si sarebbe assicurato un ruolo anche tra i ranghi della banda di Goria: uno dei due, aveva intuito, avrebbe bandito l’asta del patrimonio della Federconsorzi.

Terra e vita n. 4, 17 genn. 1998

Rivista I tempi della terra