Fenomeni fisico-chimici dei corpi viventi/Lezione IV

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
Lezione IV

../Lezione III ../Lezione V IncludiIntestazione 19 maggio 2018 100% Da definire

Lezione III Lezione V
[p. 36 modifica]

LEZIONE IV.

Assorbimento negli animali, e nei vegetabili.


Parlandovi lungamente nelle passate lezioni dei fenomeni della capillarità, dell’imbibizione e dell’endosmosi, mirava principalmente a prepararvi allo studio delle funzioni dell’assorbimento e dell’esalazione.

Non è a noi, nè in questo luogo che spetta di farvi la storia delle infinite ricerche fisiologiche, che si sono fatte sopra queste funzioni, specialmente nella vista di stabilire quale dei diversi sistemi organici fosse più particolarmente unicamente incaricato di tali funzioni. Troverete nei Trattati, che ora alle sole vene queste funzioni furono attribuite, ora ai soli vasi linfatici.

Allorchè si riflette alla struttura di tutti i diversi tessuti animali, alla necessaria esistenza delle funzioni, dell’assorbimento e dell’esalazione, in una vasta serie di animali inferiori, privi di vasi linfatici, si trova difficilmente il fondamento di tante discussioni. [p. 37 modifica]

L’assorbimento, come funzione degli animali viventi, non è la sola imbibizione d’un tessuto qualunque del liquido a contatto di questo tessuto; v’è di più il trasporto del corpo di cui il tessuto è a contatto nei vasi sanguigni. È nel sangue che definitivamente deve trovarsi il corpo assorbito, è questo il fine della funzione. Distinguiamo perciò nell'assorbimento due cose: cioè l’introduzione, negl’interstizi d’un corpo organizzato qualunque, del corpo che deve essere assorbito, e poscia il passaggio del corpo così assorbito nel sistema circolatorio.

È facile di provarvi l’esistenza della prima parte di questa funzione in tutti i tessuti, e in generale in qualunque parte d’un corpo organizzato. Eccovi una rana che è stata per alcune ore immersa colle sole sue estremità inferiori in una soluzione di prussiato di potassa. La rana estratta dal liquido lavata con diligenza con acqua stillata e poscia sezionata, ci mostra la presenza della soluzione di prussiato in tutte le parti del suo corpo. Qualunque punto tocchi dei suoi visceri, dei suoi tessuti, con una bacchetta di vetro bagnata nella soluzione di cloruro di ferro, per tutto apparisce una macchia bleu più o meno viva. Insisto anzi sopra questo modo di mostrarvi l’assorbimento perchè più chiaramente ci svela le due parti in cui si è detto consistere una tal funzione. Una rana viva immersa ugualmente nella soluzione di prussiato di potassa, e colle sole sue estremità inferiori, se si uccida poco dopo e si cerchi poi nei suoi visceri e nei suoi tessuti la presenza del prussiato, si trova che nella massa muscolare delle gambe e delle coscie appena si hanno le traccie del prussiato, mentre toccando col cloruro di ferro il polmone ed il cuore vi si scuopre con segni marcatissimi la presenza del prussiato. Ancora un altra esperienza, e la conclusione sarà evidente. Immergo un’altra rana morta da qualche ora nella stessa soluzione di prussiato e dopo un tempo uguale d’immersione la tento con [p. 38 modifica] il reattivo già usato. Il polmone, il cuore, non danno segni della presenza del prussiato più distinti delle altre parti della rana. La soluzione di prussiato di potassa s’introduce per semplice imbibizione nel corpo della rana, e questa funzione operandosi ugualmente sulla rana viva che sulla morta non può di certo considerarsi distinta dall’imbibizione che abbiamo studiato e visto appartenere ai corpi inorganici come agli organici e che sappiamo dipendere dalla loro struttura cellulare, vasculosa ec. Ma v’ha di più; nel polmone, nel cuore della rana viva si trova il prussiato di potassa in maggior copia che nelle altre parti del corpo della rana, quantunque più prossime al liquido in cui è immersa. Questi visceri sono il centro di tutto il sistema circolatorio, in essi terminano o incominciano i tronchi sanguigni. La soluzione di prussiato di potassa penetrò dunque nei vasi sanguigni, si mescolò al sangue, e giunse così al polmone ed al cuore.

Si è questionato lungamente se i soli vasi linfatici potevano assorbire, se lo potevano le sole vene, o più chiaramente, se un corpo può introdursi direttamente e penetrare così nei vasi sanguigni attraverso al tessuto delle loro pareti, o seppure per giungere in questi era mestieri che prima si introducesse nei vasi linfatici. Poiché non v’è parte di corpo organizzato che non si lasci più o meno facilmente imbever d’acqua, di soluzioni saline, di siero, è chiaro, che la prima parte della funzione dell’assorbimento deve farsi dal tessuto delle pareti dei vasi sanguigni come da quello dei linfatici.

L’anatomia microscopica svelando la maniera con cui si terminano i vasi sanguinei e i linfatici ha confermato la conclusione suddetta. Non farò qui che citarvi i risultamenti principali delle osservazioni del nostro Panizza.

Non v’è fatto che dimostri l’esistenza di estremità libere dell’albero sanguineo, che per tutto si presenta con reti intricatissime e continue; la rete arteriosa si continua [p. 39 modifica] ognora e senza interruzione nella rete venosa, la quale predomina in genere all’arteriosa: il sistema linfatico non si termina mai per estremità libere, ma sempre si presenta esso pure sotto la forma di rete minuta ed intricatissima. L’anatomia dunque conduce, come l’esperienza, a concludere che la prima parte dell’assorbimento non può mai farsi che per mezzo delle porosità proprie alla struttura dei corpi organizzati. Per questa via giungono i corpi assorbiti a mescolarsi al sangue, al chilo, alla linfa, e con questi in movimento si distribuiscono in tutto il corpo. Dopo tutto ciò stimerei quasi inutile di citarvi le sperienze di Magendie, Segalas, e le ultime del Panizza colle quali è ad evidenza provato che l’assorbimento può farsi e si fa anzi principalmente pel solo mezzo dei vasi sanguigni. Eccovi come opera quest’ultimo fisiologo. Steso a terra un cavallo e fattogli un taglio di 10 pollici di lunghezza al ventre, si trasse fuori un ansa d’intestino tenue da cui partivano varie venuccie che si raccoglievano, dopo qualche tragitto in un sol tronco assai distinto del mesenterio, innanzi che nessuna venuccia derivante dalle glandole vi ponesse foce. Circoscritta quest’ansa, che era lunga 9 pollici, con doppio laccio in modo che non ricevesse sangue che da una sola arteria, e non lo rimandasse al cuore che per il tronco venoso or nominato, sì praticò nella medesima ansa un piccolo foro, in cui s’introdusse un tubo di ottone, e si assicurò con un filo, in maniera che la sostanza che doveva introdursi nell’ansa non potesse venire a contatto dei margini cruenti dell’apertura. Fatto questo fu passato un laccio sotto la vena, la quale raccoglieva il sangue reduce dall’ansa. Si strinse il laccio, e perchè la circolazione non soffrisse fu tagliata subito la vena, e dato così sfogo al sangue venoso reduce dall’intestino. Allora per mezzo d’un imbuto di vetro fu introdotto nel tubetto di ottone, e quindi nell’ansa, una certa quantità d’acido idrocianico [p. 40 modifica] concentrato, e indi chiuso il tubetto di ottone. Raccolto allora immediatamente il sangue venoso che retrocedeva dall’intestino si rinvenne carico di acido idrocianico. Intanto l’animale non dava segno di avvelenamento benchè fossero intatte le diramazioni nervose ed i vasi linfatici spettanti all’ansa intestinale. In un altra esperienza dello stesso Panizza in vece di allacciare e di aprire il tronco venoso del pezzo dell’intestino, nel mentre che l’acido idrocianico si versava, non si faceva che comprimere il tronco venoso in cui mettevan capo le venette dell’ansa. Non comparve segno di avvelenamento; fu tolta la compressione e dopo poco i segni dell’avvelenamento comparvero, e tagliata la vena si trovò il sangue carico di acido idrocianico. Infine in una terza esperienza lo stesso Panizza toglieva con diligenza quanti vasi linfatici e nervi vi sono nell’ansa e l’acido introdotto non tardò ad avvelenar l’animale purchè la vena fosse rimasta intatta.

L’assorbimento venoso è dunque un resultamento evidente di esattissime esperienze.

Che per mezzo dei vasi linfatici si faccia l’assorbimento è un fatto troppo noto ed evidente. Uccidete ed aprite un animale qualunque, due tre ore dopo averlo cibato, scopritegli le intestina, esaminate con attenzione il mesenterio, e scorgerete i vasi chiliferi ripieni d’un liquido lattiginoso analogo a quello che vedrete scolare in abbondanza dal condotto toracico che è il tronco principale dove sboccano questi vasi. Questo liquido è il chilo che per l’atto della digestione si formò nell’intestino in cui fu assorbito dai vasi chiliferi.

Quanti esempi non ha l’Anatomia patologica, nei quali si rinvennero i vasi linfatici ripieni di pus in prossimità di parti colpite da ascessi? Assorbon dunque i vasi chiliferi e i linfatici. In una parola l’assorbimento si opera sempre che si immagina un vaso a pareti organiche, un [p. 41 modifica] liquido esteriore che possa imbevere la sostanza dì queste pareti, un liquido interno capace di mescolarsi con quello e scorrente nel vaso stesso con più o meno di celerità. Niente per conseguenza di più fisico d’un fenomeno così fatto. Voglio provarvi coll’esperienza la verità di questa asserzione. Eccovi un lungo tronco di vena presa sopra un grosso animale. Esso è fissato con una estremità ad un tubo che termina nella tubulatura posta alla base di un recipiente di vetro; l’altra estremità è congiunta ad un tubo sottile e ricurvo di vetro ed è munito d’un robinet. Empio d’acqua il recipiente, e per conseguenza anche il tronco venoso; fò che una porzione di questo tronco venoso peschi entro acqua acidulata con acido idroclorico o solforico. Dapprima il liquido del recipiente non indica la presenza dell’acido, ma dopo un certo tempo questa presenza si scuopre. Se invece di attendere un certo tempo, lasciando i liquidi in riposo, apro il robinet, non tardo a vedere i segni dell’acidità nel liquido che scola. Intanto nel liquido del recipiente non si scorge ancora la presenza dell’acido. Ciò che avviene adoperando un tronco di vena accade con un tronco d’arteria, con un tubo d’argilla, di cartone, di legno. Se la soluzione acida fosse contenuta nell’interno del tronco venoso, e se nel liquido della capsula in cui pesca la [p. 42 modifica] parete esterna di questo tronco, si versasse la tintura di tornasole, avverrebbe ugualmente, cioè l’acido passerebbe al difuori, traversando la parete della vena, e tanto più facilmente, quanto è più grande la velocità dello scolo. Le condizioni del fenomeno sono sempre le stesse, cioè, due liquidi capaci di mescolarsi separati da una membrana che si lasci imbevere d’ambi due, e il movimento del liquido interno che trasporta in una data direzione il liquido esterno penetrato attraverso la membrana.

Senza che supponiate variata in nessun modo la struttura e la disposizione dei vasi sanguigni, immaginate per un momento rovesciata la direzione della circolazione sanguigna, e non diremo più che le vene assorbono, dovremo dire invece che sono le arterie che assorbono.

Eccovi il meccanismo fisico dell’assorbimento. Voglio esporvi ancora le leggi di questa funzione quali furono trovate dalla Fisiologia sperimentale, e vi sarà facile di scorgere che esse sono una necessaria conseguenza dei nostri principii.» 1.° Le sostanze quanto più sono solubili ed attenuate, ed atte ad entrare in combinazione coi succhi organici, e a divenir parte constituente del sangue, più sono facilmente assorbite».

Malgrado il linguaggio poco scientifico con cui questa legge è espressa, ho voluto riprodurla quale trovasi nelle opere più accreditate e più moderne di Fisiologia.

Questa legge non è che una dimostrazione della maniera con cui abbiam detto farsi l’assorbimento. Spetterebbe ai fisiologi di studiare con esattezza la diversa facoltà dei vari liquidi ad imbevere i tessuti organici, e ne verrebbero certamente da questo studio conseguenze importanti per la Terapeutica.

Eccovi intanto alcuni fatti che possono metterci sulla via di tali ricerche. Voi vedete qui due conigli, nello stomaco d’uno dei quali si è introdotta, sono due ore, una certa quantità d’acqua, mentre nello stomaco [p. 43 modifica] dell’altro si versò dell’olio. Nello stomaco del primo non si scorge più traccia del liquido introdotto, mentre nell’altro tutto l’olio si trova, e vi si sarebbe trovato anche ritardando molte ore a sezionarlo. Se invece d’acqua pura si fosse introdotto un miscuglio di acqua e di alcool l’assorbimento sarebbe accaduto anche più rapidamente. Una soluzione acida, ima soluzione salina sarebbero state pure assorbite, ma meno rapidamente dell’acqua pura.

2.° »La forza del potere assorbente dei diversi organi è determinata principalmente dell’abbondanza dei loro vasi, dalla floscezza del loro tessuto, e dalla facoltà conduttrice delle parti che gli cuoprono.»

Continuo a riprodurre parola per parola ciò che trovasi nei libri di Fisiologia. E chiaro che per floscezza d’un tessuto e per facoltà conduttrice delle parti che lo cuoprono, non s’intende e non deve intendersi altro che la tessitura dei solidi organici più o men propria a favorire l’imbibizione. Il maggior numero dei vasi non significa altro che maggior numero dei punti di contatto del corpo d’assorbirsi col liquido con cui deve mescolarsi e col quale deve essere trasportato. Ecco perchè i polmoni, come l’abbiam visto coll’esperienza, si trovano i più atti all’assorbimento, perchè sono i primi a mostrare la presenza del corpo assorbito. L’anatomia infatti c’insegna che di tutte le parti dell’economia animale hanno essi una struttura più propria all’imbibizione, ed un sistema vascolare più sviluppato. Il tessuto cellulare è pur permeabilissimo ai liquidi, ma meno provisto di vasi sanguinei del polmone; l’assorbimento vi si opera più lentamente. La pelle al contrario, coperta dall’epidermide che è di tessitura molto compatta, fornita di piccoli e pochi vasi, si presta difficilmente all’assorbimento, al che si ripara togliendo l’epidermide.

3.° »L’assorbimento varia secondo la quantità dei liquidi che si trovano nell’organismo; è inversamente [p. 44 modifica] proporzionale allo stato di pletora più o men grande dell’animale».

Risovvenitevi del fenomeno dell’imbibizione e vi sarà facile di comprendere questa legge dell’assorbimento. Una massa di sabbia già imbevuta d’un liquido cessa di prenderne altro, e al contrario tanto più rapidamente s’imbeve quanto più è presa lontana dal limite della sua maggiore imbibizione.

Dutrochet lasciò una pianta esposta all’aria sino a tanto che avesse perduto 0,15 del suo peso per evaporazione, e indi immergendola nell’acqua, trovò che in ognuna delle prime quattro ore dell’immersione assorbiva 20 grani, e ne perdeva 8, mentre più tardi non ne assorbiva che 9, e tanto quanto ne perdeva per esalazione. Edwards ha visto le rane assorbire tanto più rapidamente l’acqua, quanto più aveano diminuito di peso per traspirazione. Magendie ha visto morire rapidamente per avvelenamento di stricnina un cane a cui aveva estratto molto sangue, mentre sopra un altro, nelle cui vene avea introdotto molt’acqua, l’avvelenamento non avvenne.

4.°» L’assorbimento deve variare dentro certi limiti proporzionalmente alla temperatura del corpo assorbente, e dell’assorbito».

Chi non sa che le bevande calde operano più rapidamente delle fredde. Così abbiam visto l’imbibizione variare grandemente colla temperatura. V’ho detto che questa variazione non poteva accadere che entro certi limiti, perchè al di là di questi la struttura del corpo organizzato verrebbe ad alterarsi.

5.°» Secondo Fodera la corrente elettrica favorirebbe l’assorbimento».

Volendo ammettere le sperienze di questo fisiologo non sarebbe facile di rendersene conto, tanto più che applicando la corrente elettrica nei casi d’imbibizione, non si vide mai la sua influenza. Il solo fatto di Porret, che [p. 45 modifica] consiste nel trasporto dell’acqua dal polo positivo al polo negativo d’una pila, potrebbe spiegarci in qualche maniera i risultati di Foderà.

6.°» Finalmente varia l’assorbimento secondo la rapidità con cui si muove il liquido nel vaso, in cui deve introdursi il corpo da assorbirsi».

Non è mestieri di dire come questa rapidità serve a portare ad una data distanza, più o men presto, il corpo assorbito: è pur facile ad intendersi che rinnovandosi più spesso le molecole del liquido contenuto nel vaso, maggiori saranno le azioni di affinità che tenderanno a far passare il corpo da assorbirsi nell’interno del vaso.

È questa probabilmente la ragione, perchè dai chiliferi, e dai linfatici, l’assorbimento si fa tanto più lentamente che dalle vene. Così molte sostanze coloranti, i liquidi alcoolici, le soluzioni saline introdotte nello stomaco si rinvengono nelle vene, già fanno parte del sangue, senza che si riscontrino nei chiliferi e nel condotto toracico. Le frizioni esercitate sulla pelle, i moti peristaltici del canale intestinale favorendo il movimento dei liquidi nei vasi, giovano in questa maniera all’assorbimento.

La funzione dell’esalazione si fa in generale, per questo stesso meccanismo, e si opera colle stesse leggi dell’assorbimento. Dalle pareti d’un vaso imbevute del liquido che vi è contenuto esce, s’esala continuamente una porzione di questo liquido. La porzione che se ne esala varierà secondo la natura del liquido, cioè secondo la facilità più o meno grande, che egli ha ad imbevere la sostanza del vaso stesso. Secondo che le pareti di questo vaso sono all’esterno più o meno imbevute, il liquido interno escirà più o meno difficilmente; crescerà l’esalazione, se per la maggior copia del liquido contenuto nel vaso, egli vi soffre una pressione e la esercita contro le pareti del vaso stesso. Tutte queste [p. 46 modifica] circostanze dell’esalazione, quali risultano dal considerarla come fenomeno fisico semplice, e dipendente dai principii stessi dell’assorbimento, sono dimostrate dalla Fisiologia sperimentale.

Edwards ha dimostrato che l’esalazione cutanea è in qualche caso dieci volte maggiore nell’aria secca che nell’aria umida, e che si raddoppia passando da 0° a + 20°. Aumenta pure la traspirazione se l’aria atmosferica è mossa, anzi che stagnante, intorno al corpo dell’animale. Evidentemente questi risultamenti di Edwards sull’esalazione cutanea sono una conseguenza naturalissima di principii di fisica troppo noti, perchè io debba qui ricordarveli.

Alcuni dei fenomeni dell’assorbimento e dell’esalazione dei corpi viventi si compiono con trasformazione del corpo assorbito od esalato. Il liquido di cui una membrana si imbeve e che esala dalla sua faccia opposta non è identico a quello messo in contatto della membrana assorbente. È ciò che avviene nel maggior numero delle esalazioni e principalmente poi nelle secrezioni.

Siamo ben lontani dallo sperare di trovar nelle cognizioni fisico-chimiche attuali la spiegazione del fenomeno delle secrezioni. Conviene confessarlo; esse formano ancora il più profondo arcano dell’economia animale. Quanto all’esalazione non dobbiamo però lasciarvi ignorare, che un fenomeno analogo a quello della filtrazione deve intervenirvi. Un liquido che contenga in sospensione particelle insolubili, allorquando è filtrato, si separa in due parti: la parte liquida imbeve la sostanza del feltro e scola, rimane la parte solida sul feltro. Gli Anatomici sanno che spingendo nelle vene o nelle arterie, una dissoluzione di gelatina colorata col vermiglione ridotto in polvere finissima, vedesi la soluzione gelatinosa traversare incolora le pareti vascolari. Ogni contusione fatta [p. 47 modifica] sulla pelle forma una macchia, il di cui centro è d’un bleu nerastro, e la periferia d’un color verde circondala di giallo. In questo caso il grumo del sangue travasalo si separa dal siero di cui s’imbevono i tessuti vicini.

Non dimentichiamo mai il fatto espostovi a proposito dell’imbibizione: l’acqua salata che traversa una strato di sabbia diviene acqua dolce: una soluzione di carbonato di soda filtrando nella stessa circostanza diviene più densa. L’imbibizione, la capillarità, il giuoco semplice delle attrazioni molecolari può vincere le affinità, e non è perciò una supposizione da spregiarsi intieramente quella che si è fatta da tanto tempo, considerando gli organi secretorj come semplici apparecchi di filtrazione.

In un’altra Lezione vedremo come le membrane, ed in generale tutti i tessuti organici, sieno atti a lasciarsi attraversare dai corpi gasosi. Foderà ha provato per il primo che l’idrogene solforato rinchiuso in una porzione del tubo intestinale, si diffondeva per tutto il corpo dell’animale, e ne produceva la morte.

Una parola ancora sull’assorbimento nei vegetabili. Eccovi in questi bicchierini un gran numero di piante immerse tutte, più o meno, in una soluzione acquosa di acetato di ferro grandemente diluita; alcune di queste pianticelle sono di lupino, altre di fave. Ve ne sono alcune a cui furono tolte le foglie, ve ne hanno talune tagliate a metà e così immerse col solo tronco; in altre furono asportate le estremità delle radici, alcune si lasciarono prima appassire e poi s’immersero nel liquido; altre in fine vi furono poste interamente disseccate. Cercando colla soluzione di prussiato di potassa se la soluzione ferruginosa si è sollevata nell’interno della pianta sopra il livello del liquido in cui sono immerse, non si tarda a scorgere, che realmente questa soluzione è penetrata nella pianta e ne ha imbevuta una porzione che arriva più o meno al disopra del liquido. Così si trova che [p. 48 modifica] nella pianta vivente e munita di foglie e di radici, il liquido si sollevò più che in quella che mancava di foglie; nella pianta appassita, e che ha ripreso vita nella soluzione acquosa, l’assorbimento fu più grande. Ognuno ricorda le sperienze famose di Hales, e le ultime di Boucherie, per cui è provato che una quantità enorme di liquido è succhiata dal tronco d’un albero in vegetazione. Un pioppo di 28 metri d’altezza assorbì in poco tempo la quantità enorme di tre ectolitri di soluzione di acetato di ferro.

Qualunque sia la soluzione adoperata, essa è sempre assorbita dal vegetabile, se non che certe soluzioni acide od alcaline troppo concentrate e le soluzioni saline alterando, distruggendo la struttura della pianta, non sono altrimenti assorbite.

Concluderemo da ciò che l’assorbimento dell’umor nutritivo, che si fa dalle radici d’una pianta, il movimento ascensionale di questo liquido verso le foglie siano fenomeni analoghi a quelli della capillarità e dell’imbibizione? Esaminiamo queste funzioni nei vegetabili con maggiore accuratezza.

Al principio della primavera la linfa sale dalle radici alle foglie per la parte centrale del tronco, e intanto un liquido di composizione diversa della linfa, il così detto succo proprio si muove in direzione contraria, dalle foglie alle radici, scorrendo per i tessuti corticali della pianta stessa. Se si fa un foro che giunga fino al centro del tronco in una pianta in vegetazione, si può raccogliere una abbondante quantità di linfa che si è trovata più densa, a misura che si raccoglieva più in alto, verso le foglie. Se invece si passerà un laccio intorno al tronco, o si toglierà un anello di scorza, dopo qualche tempo la rigonfiatura che si vedrà formata al disopra del nodo o dell’anello verso le foglie, proverà l’esistenza della corrente discendente del sugo proprio. Hales ha provato, che la quantità di liquido che una pianta in vegetazione assorbiva, [p. 49 modifica] cresceva in proporzione della superficie delle foglie, fatto che egli aveva interpretato attribuendolo all’evaporazione operata per mezzo delle foglie.

Il doppio movimento dei sughi nell’interno dei vegetabili è cosa inesplicabile colle semplici forze capillari e d’imbibizione. Ma v’è di più. Chi di voi non ha visto, tagliando il tronco d’una vite in primavera, sgorgare dal taglio una enorme quantità di liquido. Hales applicando su questo taglio un tubo di vetro ricurvo, aperto all’altra estremità ed entro cui versava mercurio, ha visto questo liquido sollevarsi nel braccio aperto di 38 pollici, al disopra del suo livello primitivo, ciò che prova la pressione che il mercurio soffre all’altra estremità, e che non può essere attribuita che al liquido succhiato dalla pianta e spinto fuori. Questa forza d’impulsione, lo sgorgo del liquido dal taglio della pianta, sono fatti incompatibili cogl’effetti della capillarità e dell’imbibizione. Un liquido sollevato in un tubo capillare non può per effetto della forza stessa che lo solleva, sgorgare dal tubo. Dutrochet ha dimostrato con una ingegnosissima esperienza, che la forza d’impulsione, come egli la chiama, che opera l’ascensione del sugo d’una pianta ha la sua sede nelle estremità ultime delle radici. Questo distinto Fisiologo tagliando successivamente il tronco d’una vite, sempre più avvicinandosi alla radice, e tagliando in fine le radici stesse fitte nel suolo, vidde continuare lo sgorgo. Immerse uno dei filamenti ultimi delle radici tagliate nell’acqua, e vidde sgorgare il sugo dal taglio. È dunque nelle spongiole che risiede la forza d’impulsione. Dutrochet aggiunge d’aver scoperto nelle cellule corticali della spongiola un liquido più denso dell’acqua e coagulabile dall’acido nitrico, e crede perciò vedere nella spongiola, o meglio nelle sue cellule ripiene d’un liquido più denso dell’acqua dalla quale sono bagnate all’esterno, un gruppo di endosmometri; l’ascensione del liquido nella pianta [p. 50 modifica] è così per lui un fenomeno d’endosmosi. Devo confessarvi che vorrei vedere meglio dimostrata, di quello che non lo è per le osservazioni di Dutrochet, l’identità di questi due fenomeni. Bensì la spiegazione del Dutrochet è, nello stato attuale della Scienza, la meno improbabile.

Come accade il sollevamento del sugo in una pianta cui furon tolte le radici, e fu immersa nell’acqua colla sua parte inferiore? La grande altezza alla quale un liquido può sollevarsi nel tronco d’un albero, s’oppone alla spiegazione che si potrebbe dare del fenomeno, considerandolo come effetto d’imbibizione o di capillarità, che sappiamo agire dentro limiti assai più piccoli di quelli che ci presentano i tronchi delle piante.

Hales avendo trovato che la quantità di sugo sollevato da una pianta, era proporzionale alla superficie delle sue foglie ne concludeva, che evaporandosi il liquido delle cellule superficiali delle foglie, queste per la loro capillarità lo assorbivano dalle cellule inferiori, e che così successivamente giungeva ad operarsi il succhiamento dall’estremità troncata. Dutrochet ha provato coll’esperienza, facendo evaporare più o meno alcune piante di mercuriale che l’assorbimento del liquido delle piante così disseccate, non cresceva già proporzionalmente al disseccamento; difatti una di queste piante, che aveva perduto un terzo del suo peso per evaporazione, assorbiva molto meno di un’altra che non aveva perduto che un decimo. Malgrado il maggiore disseccamento, l’assorbimento fu minore, ne di certo la pianta era stata tanto disseccata da averne alterata la struttura. L’evaporazione o la traspirazione per le foglie, non è dunque la cagione dell’ascensione del liquido nel tronco di una pianta immersa nell’acqua o ciò che torna lo stesso, non è il vuoto delle cellule superficiali che cagiona l’ascensione del sugo. Quest’ascensione non si opera senza che vi sia nel tessuto vegetabile una certa quantità d’acqua, che agisce forse per adesione sulla [p. 51 modifica]nuova acqua che deve ascendere, come avviene in una spugna che più presto s’imbeve d’acqua se è umida, di quello che se ne imbeva essendo secca. Dutrochet ha provato a disseccare una pianta, a farle riprendere l’acqua perduta e ad immergerla di nuovo nell’acqua: ha visto che l’ascensione non aveva più luogo, tutte le volte che nel riprendere l’acqua, non giungeva a riprendere quello stato di turgore che le era naturale.

Questo stato di turgore delle cellule delle foglie, avverrebbe secondo Dutrochet per un azione d’endosmosi, per cui il liquido sarebbe traspirato dalle foglie, in un modo attivo e ben diverso da quello di un liquido che si evapora all’aria. Ricorderò infine che Dutrochet ha provato che l’influenza della luce sull’ascensione della linfa nei vegetabili si esercita sulla respirazione e sulla fissazione dell’ossigeno nel tessuto vegetabile.

Il fenomeno dell’ascensione dei liquidi nei vegetabili non è dunque dovuto alla semplice capillarità e alla semplice imbibizione: la cagione del fenomeno risiede principalmente nelle radici, e in secondo luogo nelle foglie. È probabile che nelle estremità delle radici avvenga una azione d’endosmosi, e non sarebbe strano il supporre che una cagione simile producesse il movimento del chilo e della linfa nei vasi linfatici e chiliferi, movimento che sappiamo prolungarsi per qualche tempo dopo la morte.