Filocolo/Libro quarto/34

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Libro quarto - Capitolo 34

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- Quanto meglio per alcuno si potesse la vostra ragione difendere, tanto la difendete ben voi - disse la reina; - ma noi brievemente intendiamo dimostrarvi come il nostro parere deggiate più tosto che il vostro tenere. Voi volete dire che colui niuna liberalità facesse concedendo la mogliere, però che di ragione fare gliele convenia per lo saramento fatto dalla donna: la qual cosa saria così, se il saramento tenesse; ma la donna, con ciò sia cosa ch’ella sia membro del marito, o più tosto un corpo con lui, non potea fare quel saramento sanza volontà del marito, e se ’l fece, fu nullo, però che al primo saramento licitamente fatto niuno subsequente puote derogare, e massimamente quelli che per non dovuta cagione non debitamente si fanno; e ne’ matrimoniali congiungimenti è usanza di giurare d’essere sempre contento l’uomo della donna, e la donna dell’uomo, né di mai l’uno l’altro per altra cambiare; dunque la donna non poté giurare, e se giurò, come già detto avemo, per non dovuta cosa giurò; e contraria al primo giuramento, non dee valere, e non valendo, oltre al suo piacere non si dovea commettere a Tarolfo, e se vi si commise, fu egli del suo onore liberale, e non Tarolfo, come voi tenete. Né del saramento non poté liberale essere rimettendolo, con ciò sia cosa che il saramento niente fosse: adunque solamente rimase liberale Tarolfo del suo libidinoso disio. La qual cosa di propio dovere si conviene a ciascuno di fare, però che tutti per ogni ragione siamo tenuti d’abandonare i vizi e di seguire le virtù. E chi fa quello a che egli è di ragione tenuto, sì come voi diceste, in niuna cosa è liberale, ma quello che oltre a ciò si fa di bene, quello è da chiamare liberalità dirittamente. Ma però che voi forse nella vostra mente tacito ragionate: "che onore può essere quello della casta donna al marito che tanto debbia esser caro?" noi prolungheremo alquanto il nostro parlare, mostrandolvi, acciò che più chiaramente veggiate Tarolfo né Tebano, di cui appresso intendiamo di parlare, niuna liberalità facessero a rispetto del cavaliere. Da sapere è che castità insieme con l’altre virtù niuno altro premio rendono a’ posseditori d’esse se non onore, il quale onore, tra gli altri uomini meno virtuosi, li fa più eccellenti. Questo onore, se con umiltà il sostengono, gli fa amici di Dio, e per consequente felicemente vivere e morire, e poi possedere gli etterni beni. La quale se la donna al suo marito la serva, egli vive lieto e certo della sua prole, e con aperto viso usa infra la gente, contento di vedere lei per tale virtù dalle più alte donne onorata, e nell’animo gli è manifesto segnale costei essere buona, e temere Iddio, e amare lui, che non poco gli dee piacere, sentendo che per etterna compagnia indivisibile, fuor che da morte, gli è donata. Egli per questa grazia ne’ mondani beni e negli spirituali si vede continuo multiplicare. E così, per contrario, colui la cui donna di tale virtù ha difetto, niuna ora può con consolazione passare, niuna cosa gli è a grado, l’uno la morte dell’altro disidera. Elli si sentono per lo sconcio vizio nelle bocche de’ più miseri esser portati, né gli pare che sì fatta cosa non si debbia credere a chiunque la dice. E se tutte l’altre virtù fossero in lui, questo vizio pare ch’abbia forza di contaminarle e di guastarle. Dunque grandissimo onore è quello che la castità della donna rende all’uomo, e molto da tener caro. Beato si può chiamare colui a cui per grazia cotal dono è conceduto, avvegna che noi crediamo che pochi sieno quelli a’ quali di tal bene sia portato invidia. Ma ritornando al nostro proposito, vedete quanto il cavaliere dava: ma egli non ci è della mente uscito quanto diceste, Tebano essere stato più che gli altri liberale, il quale con affanno arricchito, non dubitò di tornare nella miseria della povertà, per donare ciò che acquistato avea. Apertamente si pare che da voi è mal conosciuta la povertà, la quale ogni ricchezza trapassa se lieta viene. Tebano già forse per l’acquistate ricchezze gli pareva esser pieno d’amare e di varie sollecitudini. Egli già imaginava che a Tarolfo paresse avere mal fatto, e trattasse di ucciderlo per riavere le sue castella. Egli dimorava in paura non forse da’ suoi sudditi fosse tradito. Egli era entrato in sollecitudine del governamento delle sue terre. Egli già conoscea tutti gl’inganni apparecchiati da’ suoi parzionali di farli. Egli si vedea da molti invidiato per le sue ricchezze, egli dubitava non i ladroni occultamente quelle gli levassero. Egli era ripieno di tanti e tali e sì varii pensieri e sollecitudini, che ogni riposo era da lui fuggito. Per la qual cosa ricordandosi della preterita vita, e come sanza tante sollecitudini la menava lieta, fra sé disse: "Io disiderava d’arricchire per riposo, ma io veggo ch’elli è accrescimento di tribulazioni e di pensieri, e fuggimento di quiete". E tornando disideroso d’essere nella prima vita, quelle rendé a chi gliele avea donate. La povertà è rifiutata ricchezza, bene non conosciuto, fugatrice di stimoli, la quale fu da Diogene interamente conosciuta. Tanto basta alla povertà quanto natura richiede. Sicuro da ogni insidia vive chi con quella pazientemente s’accosta, né gli è tolto il potere a grandi onori pervenire, se virtuosamente vive come già dicemmo; e però se Tebano si levò questo stimolo da dosso, non fu liberale, ma savio. In tanto fu grazioso a Tarolfo, in quanto più tosto a lui che ad un altro gli piacque di donarlo, potendolo a molti altri donare. Fu adunque più liberale il cavaliere, che il suo onore concedea, che nullo degli altri. E pensate una cosa: che l’onore che colui donava è inrecuperabile, la qual cosa non avviene di molti altri, sì come di battaglie, di pruove e d’altre cose, le quali se una volta si perdono, un’altra si racquistano, e è possibile. E questo basti sopra la vostra dimanda aver detto -.