Filocolo/Libro quarto/96

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Libro quarto - Capitolo 96

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Fece adunque Sadoc in una fresca loggia distendere tappeti e venire lo scacchiere, e l’uno dall’una parte e l’altro dall’altra s’asettarono. Ordinansi da costoro gli scacchi, e cominciasi il giuoco, il quale acciò che puerile non paia, da ciascuna parte gran quantità di bisanti si pongono, presti per merito del vincitore. Giuocano adunque costoro, l’uno per guadagnare i posti bisanti, l’altro per perdere quelli e acquistare amistà. Filocolo giucando conosce sé più sapere del giuoco che ’l castellano. Ristringe adunque Filocolo il re del castellano nella sua sedia con l’uno de’ suoi rocchi e col cavaliere, avendo il re alla sinistra sua l’uno degli alfini; il castellano assedia quello di Filocolo con molti scacchi, e solamente un punto per sua salute gli rimane nel salto del suo rocco. Ma Filocolo a cui giucare conveniva, dove muovere doveva il cavaliere suo secondo per dare scacco matto al re, e conoscendolo bene, mosse il suo rocco, e nel punto rimaso per salute al suo re il pose. Il castellano lieto cominciò a ridere, veggendo che egli matterà Filocolo dove Filocolo avria potuto lui mattare, e dandogli con una pedona pingente scacco quivi il mattò, a sé tirando poi i bisanti; e ridendo disse: - Giovane, tu non sai del giuoco -, avvegna che ben s’era aveduto di ciò che Filocolo avea fatto, ma per cupidigia de’ bisanti l’avea sofferto, infignendosi di non avedersene. A cui Filocolo rispose: - Signor mio, così apparano i folli -. Racconciasi il secondo giuoco, e la quantità de’ bisanti si radoppiano da ciascuna parte. Il castellano giuoca sagacemente e Filocolo non meno. Il castellano niuno buon colpo muove ch’egli non dica: - Giovane, meglio t’era il tuo falcone lasciare andare che qua seguirlo -. Filocolo tace, mostrando che molto gli dolgano i bisanti: e avendo quasi a fine recato il giuoco, e essendo per mattare il castellano, mostrando con alcuno atto di ciò avvedersi, tavolò il giuoco. Conosce in se medesimo il castellano la cortesia di Filocolo, il quale più tosto perdere che vincere disidera, e fra sé dice: - Nobilissimo giovane e cortese è costui più che alcuno ch’io mai ne vedessi -. Racconciansi gli scacchi al terzo giuoco, accrescendo ancora de’ bisanti la quantità; nel principio del quale il castellano disse a Filocolo: - Giovane, io ti priego e scongiuro per la potenza de’ tuoi iddii, che tu giuochi come tu sai il meglio, né, come hai infino a qui fatto, non mi risparmiare -. Filocolo rispose: - Signor mio, male può il discepolo col maestro giucare sanza essere vinto; ma poi che vi piace, io giucherò come io saprò -. Incominciasi il terzo giuoco, e giuocano per lungo spazio: Filocolo n’ha il migliore: il castellano il conosce. Cominciasi a crucciare e a tignersi nel viso, e assottigliarsi se potesse il giuoco per maestria recuperare. E quanto più giuoca tanto n’ha il peggiore. Filocolo gli leva con uno alfino il cavaliere, e dagli scacco rocco. Il castellano, per questo tratto crucciato oltre misura più per la perdenza de’ bisanti che del giuoco, diè delle mani negli scacchi, e quelli e lo scacchiere gittò per terra. Questo vedendo Filocolo disse: - Signor mio, però che usanza è de’ più savi il crucciarsi a questo giuoco, però voi men savio non reputo, perché contro gli scacchi crucciato siate. Ma se voi aveste bene riguardato il giuoco, prima che guastatolo, voi avreste conosciuto che io era in due tratti matto da voi. Credo che ’l vedeste, ma per essermi cortese, mostrandovi crucciato, volete avere il giuoco perduto, ma ciò non fia così: questi bisanti sono tutti vostri -. E mostrando di volere i suoi adeguare alla quantità di quelli del castellano, ben tre tanti ve ne mise de’ suoi, i quali il castellano, mostrando d’intendere ad altre parole, gli prese dicendo: - Giovane, io ti giuro per l’anima del mio padre, che io ho de’ miei giorni con molti giucato, ma mai non trovai chi a questo giuoco mi mattasse se non tu, né similmente più cortese giovane di te trovai ne’ giorni miei -. Filocolo rispose: - Sire, di cortesia poss’io molto più voi lodare che voi me, con ciò sia cosa che io oggi per la vostra cortesia la vita n’aggia guadagnata. -