Filocolo/Libro quinto/20

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Libro quinto - Capitolo 20

../19 ../21 IncludiIntestazione 17 settembre 2008 75% letteratura

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Quanto io fossi di sangue nobilissima non bisogna di dire, che è manifesto, né alcuno di quelli che iddii si chiamano, potrebbe con giusta ragione mostrare più la sua origine che la mia antica. Io similemente in dirvi quant’io di ricchezze abondi non mi faticherò, però che è aperto Giunone a quelle non potere dare crescimento discernevole con tutte le sue. La copia de’ parenti è a me grandissima: e oltre a tutte le cose che nel mondo si possono disiderare, son io bellissima come appare, e nel più notabile luogo della mia città situata è la lieta casa che mi riceve. Davanti la quale niuno cittadino è che sovente non passi; e quelli forestieri, i quali per terra l’oriente e ’l freddo Arturo ne manda, e Austro e Ponente per mare, tutti, se la città disiderano di vedere, conviene che davanti a me passino, gli occhi de’ quali tutti la mia bellezza ha forza di tirarli a vedermi. E ben che io a tutti piaccia, però tutti a me non piacciono; ma nullo è ch’io mostri di rifiutare, ma con giuochevole sguardo a tutti igualmente dono vana speranza, con la quale nelle reti del mio piacere tutti gli allaccio, non dubitando di dare né di prendere amorose parole. E se le mie parole meritano d’essere credute, vi giuro che Cupido molte volte, per lo piacere di molti, s’è di ferirmi sforzato. Ma né lo spesseggiare del gittare de’ suoi dardi, né lo sforzarsi, mai ignudo poterono il mio petto toccare: anzi, faccendo d’essere ferita sembiante, ho ad alcuni vedute le sue ricchezze disordinatamente spendere credendo più piacere. Alcuno altro, dubitando non alcuno più di lui mi piacesse, contra quello ha ordinato insidie; e altri donandomi mi credono avere piegata. E tali sono stati, che, per me se medesimi dimenticando, con le gambe avolte sono caduti in cieca fossa: e io di tutti ho riso, prendendo però quelli a mia satisfazione i quali la mia maestra vista ha creduti che siano più atti a’ miei piaceri. Né prima ho il fuoco spento, ch’io ho il vaso dell’acqua appresso rotto, e gittati i pezzi via. Tra la quale turba grandissima de’ miei amanti, un giovane, di vita e di costumi e d’apparenza laudevole sopra tutti gli altri, mi amò, il cui amore conoscendo, i’ ’l feci del numero degli eletti al mio diletto, e ciò egli non sanza molta fatica meritò. Egli, in prima che questo gli avvenisse, poetando, in versi le degne lodi della mia bellezza pose tutte. Egli di quelle medesime aspro difenditore divenne contra gl’invidi parlatori. Egli, occulto pellegrino d’amore, in modo incredibile cercò quello che io poi gli donai, e ultimamente divenuto d’ardire più copioso ch’alcuno altro che mai mi amasse, s’ingegnò di prendere, e prese, quello ch’io con sembianti gli volea negare. Mentre che questi dilettandomi mi tenea, non però mancò l’amore suo verso di me, ma sempre crebbe: le quali cose tutte io, fermissima resistente a Cupidine, non guardai, ma sì come d’altri alcuni avea fatto, così di lui feci gittandolo del mio seno. Questa cosa fatta, la costui letizia si rivolse in pianto. E brievemente egli in poco tempo di tanta pieta il suo viso dipinse, che egli a compassione di sé movea i più ignoti. Egli mi si mostrava, e con prieghi e con lagrime, tanto umile quanto più poteva, la mia grazia ricercava, la quale acciò ch’io gliele rendessi, Venere più volte si faticò pregandomi e talora spaventandomi e in sonni e in vigilie. Ma ciò non mi poté mai muovere: per che rimanendo perdente, il giovane, che si consumava, trasmutò in pino, e ancora alle sue lagrime non ha posto fine; ma per la bellezza ch’io posseggo, io prima dove l’albero dimora non andrò che io in dispetto di Venere farò più inanzi al dolente albero sentire la mia durezza, ch’io con le taglienti scuri prima il pedale, poi ciascun ramo farò tagliare e mettere nell’ardenti fiamme. Ben potete avere per le mie parole compreso quanta sia la potenza di Venere, la quale non de’ minori iddii, ma nel numero de’ maggiori è scritta, e per consequente possiamo di ciascun altro pensare: e però se non possono, non deono essere con così fatto nome né di tanti onori reveriti. Noi che possiamo, noi dobbiamo essere onorate: e che io possa già l’ho mostrato, e ancora, come detto ho, più aspramente intendo di dimostrarlo".