Filocolo/Libro terzo/33

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Libro terzo - Capitolo 33

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Quando Apollo ebbe i suoi raggi nascosi, e l’ottava spera fu d’infiniti lumi ripiena, Fileno con sollecito passo piglia la sconsolata fuga. Egli nella dubbiosa mente, uscito di Marmorina, non sa essaminare qual cammino sia più sicuro alla sua salute, ma del tutto abandonato a’ fati, piangendo pone le redine sopra il portante cavallo, e piangendo abandona le mura di Marmorina, con gli occhi rimirando quelle infino che licito gli è. Ma poi che l’andante cavallo lui carico di pensieri ebbe tanto avanti trasportato, che più non gli fu licito di vedere la sua città, egli con più lagrime incominciò ad intendere al suo cammino. E primieramente veduto l’uno e l’altro lito di Bacchiglione, pervenne alle mura costrutte per adietro dall’antico Antenore, e in quelle vide il luogo ove il vecchio corpo con giusto epitafio si riposava. Ma di quindi passando avanti, in poche ore pervenne alle sedie del già detto Antenore, poste nelle salate onde, nell’ultimo seno del mare Adriano: e in quel luogo non sicuro, salito in picciolo legno ricercò la terra. E pervenuto all’antichissima città di Ravenna, su per lo Po con le dorate arene se ne venne alla città posta per adietro da Manto ne’ solinghi paduli. Ma quivi sentendosi più vicino a quello che egli più fuggiva, dimorò poco, e salito su per li colli del monte Appennino, e di quelli declinando, scese al piano, pigliando il cammino verso le montagne, fra le quali il Mugnone rubesto discende. E quivi pervenuto, vide l’antico monte onde Dardano e Siculo primieramente da Italo, loro fratello, si dipartirono pellegrinando; e poco avanti da sé vide le ceneri rimase d’Attila flagello dopo lo scelerato scempio fatto de’ pochi nobili cittadini della città edificata sopra le reliquie del valoroso consolo Fiorino, quivi dagli agguati di Catellino miserabilmente ucciso. Alle quali avuta compassione, si partì, e sanza tenere diritto cammino errando pervenne a Chiusi, ove già Porsenna, secondo che gli fu detto, avea il suo regno con forze costretto ad ubidirsi. Né troppo lungamente andò avanti ch’egli vide il cavato monte d’Aventino, nel quale Cacco nascose le ’mbolate vacche ad Ercule, strascinate nelle cave di quello per la coda. Ma dopo lungo affanno pervenne nella eccellentissima città di Roma, ove egli d’ammirazione più volte ripieno fu, veggendo le magnifiche cose, inestimabili ad ogni alto intelletto sanza vederle: e in quella vide il Tevero, a cui gl’iddii concederono innumerabili grazie. Egli vide l’antiche mura d’Alba, e ciò che era notabile nel paese. Ma quivi non fermandosi, volgendo i suoi passi al mezzo giorno, si lasciò dietro le grandissime Alpi e i monti i quali aspettavano l’oscurissima distruzione del nobile sangue d’Aquilone, e pervenne a Gaieta, etterna memoria della cara balia di Enea. E di quella pervenne per le salate onde a Pozzuolo, avendo prima vedute l’antiche Baie e le sue tiepide onde, quivi per sovenimento degli umani corpi poste dagl’iddii. E in quel luogo vedute l’abitazioni della cumana Sibilla, se ne venne in Partenope, né quivi ancora fermato, cercò i campi de’ Sanniti, e vide la loro città. Donde partitosi, volgendo i passi suoi, vide l’antica terra Capo di Campagna posta da Capis, e, quindi partendosi, pervenne fra li salvatichi e freddi monti d’Abruzzi, fra’ quali trovò Sulmona, riposta patria del nobilissimo poeta Ovidio. Nella quale entrando, così cominciò a dire: - O città graziosa a ciascuna nazione per lo tuo cittadino, come poté in te nascere o nutricarsi uomo, in cui tanta amorosa fiamma vivesse quanta visse in Ovidio, con ciò sia cosa che tu freddissima e circundata da fredde montagne sii? -; e questo detto, reverente per lo mezzo di quella trapassò. E continuando i lamentevoli passi, si trovò a Perugia, dalla quale partitosi, de’ cammini ignorante, pervenne alle vene ad Onci, onde le chiarissime onde dell’Elsa vide uscire e cominciare nuovo fiume. Dopo le quali discendendo, venne infino a quel luogo ove l’Agliene, nata nelle grotte di Semifonti, in quella mescola le sue acque e perde nome. Quindi mirandosi dintorno, vide un bellissimo piano, per lo quale volto a man destra, faccendo dell’onde dell’Agliene sua guida, non molto lontano al fiume andò, ch’egli vide un picciolo monticello levato sopra il piano, nel quale uno altissimo e vecchio cerreto era. E in quello mai alcuna scure non era stata adoperata, né da’ circustanti per alcun tempo cercato, fuori che da’ loro antichi nell’antico errore delli non conosciuti iddii, i quali in sì fatti luoghi soleano adorare. In quello entrò Fileno, e non trovandovi via né sentiero, ma tutto da vecchie radici o da grandissimi roghi occupato con grandissimo affanno infino alla sommità del picciolo monticello salì. Quivi trovò un tempio antichissimo, nel quale salvatiche piante erano cresciute, e le mura tutte rivestite di verde ellera. Né già per antichità erano guaste le imagini de’ bugiardi iddii, rimase in quello quando il figliuolo di Giove recò di cielo in terra le novelle armi, con le quali il vivere etterno s’acquista. E era davanti a quello un picciolo prato di giovanetta erba coperto, assai piacevole a rispetto dell’altro luogo. Quivi fermato Fileno stette per lungo spazio; e rimiratosi dintorno e pensato lungamente, s’imaginò di volere quivi finire la sua fuga, e in quello luogo sanza tema d’essere udito piangere i suoi infortunii, e se altro accidente non gli avvenisse, quivi propose di volere l’ultimo dì segnare. E dopo lunga essaminazione, vedendo il luogo molto solitario, si pose a sedere davanti al tempio e quivi nutricandosi di radici d’erbe, e bevendo de’ liquori di quelle, stette tanto che agl’iddii prese pietà della sua miseria, sempre piangendo, e ne’ suoi pianti con lamentosa voce le più volte così dicendo: