Fisiologia vegetale (Cantoni)/Capitolo 39

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§ 39 - Differenza fra le monocotiledoni e le dicotiledoni. — Funzioni fisiologiche identiche. — Durata delle piante desunta dalla diversa loro struttura. — Quali siano le piante acotiledoni

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§ 39 - Differenza fra le monocotiledoni e le dicotiledoni. — Funzioni fisiologiche identiche. — Durata delle piante desunta dalla diversa loro struttura. — Quali siano le piante acotiledoni
Capitolo 38 Conclusione
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§ 39. — Differenze fra le monocotiledoni e le dicotiledoni. — Funzioni fisiologiche identiche. — Durata delle piante desunta dalla diversa loro struttura. — Quali siano le piante acotiledoni.

Ci si domanderà se il modo finora esposto di considerare la struttura delle piante e di assegnare a ciascuna parte l’ufficio fisiologico, possa valere per tutte le tre grandi classi vegetali; ed io risponderò che la diversità di struttura non porta alcuna modificazione nell’ufficio fisiologico delle parti. — Frattanto dirò che la denominazione di monocotiledone, dicotiledone ed acotiledone è affatto arbitraria, essendo basata sopra un solo carattere, cioè la presenza o la configurazione della massa cotiledonare. — Cominciando dalle distinzioni d’interna struttura che si fecero fra monocotiledoni e dicotiledoni, annunzierò l’opinione di Desfontaines.

“Tutti i vegetali, ci dice, possono dividersi in due grandi classi 1.° Quelli che non hanno strati concentrici distinti, e la [p. 227 modifica]di cui solidità diminuisce dalla circonferenza al centro; che offrono il midollo frapposto ai fascetti fibrosi, senza raggi midollari, i monocotiledoni. 2.° Quelli che hanno strati concentrici distinti, la di cui solidità diminuisce dal centro alla circonferenza, che offrono il midollo racchiuso in un canale longitudinale con dei prolungamenti midollari disposti in raggi divergenti, e sono le dicotiledoni.

Perciò le dicotiledoni furono anche chiamate piante esogene, cioè che aumentavano per esterno deposito di materia legnosa, e le monocotiledoni si dissero endogene, cioè che aumentavano per interna produzione, contemporanea in tutto lo spessore del tronco.

In una diversa disposizione di parti risiede, secondo me, tutta la differenza fra le dicotiledoni e le monocotiledoni; nè mi allontano dalla definizione descrittiva del Desfontaines. Nelle monocotiledoni, la parte legnosa è costituita piuttosto da semplice tessuto cellulare, e le fibre corticali o radicali, invece di occupare l’esterno della pianta, sono più interne o mescolate al tessuto cellulare. Per es., nel fusto della meliga, del sorgo e del melgone, tutta la sezione del tronco è un misto di fascetti fibrosi e tessuto cellulare, ricoperto esternamente da una cuticula; il culmo delle canne, del frumento, riso, segale e consimili, è vuoto fra un nodo e l’altro, le fibre sono collocate verso la parete interna, s’intrecciano formando una rete o tramezza orizzontale sopra o sotto ciascun nodo, rendendosi più esterne al punto d’inserzione delle foglie, e la cuticola esterna è più lucente per una maggior quantità di silice. Il fusto delle palme, e d’altre piante monocotiledoni a foglie assai ravvicinate, nell’interno è costituito intieramente da tessuto cellulare, percorso dall’alto al basso dai fascetti fibrosi dipartentisi dall’inserzione di ciascuna foglia, per il che il tronco viene ad acquistare sempre maggior consistenza quanto più lo si considera nella parte inferiore. [p. 228 modifica]

Perciò, nelle piante monocotiledoni lo strato corticale non è distinto dal tessuto legnoso, ma tutto è confuso assieme, ad eccezione della epidermide la quale deve necessariamente ricoprire e difendere dagli agenti esterni il tessuto vegetale di qualunque sorta egli sia. — Del resto, la nutrizione succede egualmente per l’interno, passando l'umor nutritivo da una cellula all’altra del tessuto cellulare involgente i fascetti fibrosi.

Ora mi resta a mostrare come i fascetti fibrosi distribuiti per entro il tessuto cellulare, siano di natura fisiologicamente identica a quelli che compongono i fascetti fibrosi del libro nelle piante dicotiledoni. Si richiami a tal riguardo la disposizione e l’andamento dei fascetti nell’interno del fusto. Essi dipartonsi dall’inserzione delle foglie e si prolungano e s’intrecciano fra loro per entro il tessuto cellulare, formando delle tramezze nei tronchi divisi a nodi, aumentando nella parte inferiore e nei nodi inferiori del tronco.

Da qualunque punto della corteccia delle piante dicotiledoni noi possiamo far sorgere le radici, applicando terra sopra un punto della loro corteccia, o presentando alle radici quel che riscontrerebbero sol quando fossero giunte alla base della pianta, cioè nel terreno. — Osserviamo adesso da qual punto aereo d’una pianta monocotiledone sorgano naturalmente, o possiamo ottenere queste radici. Prendiamo una pianta a nodi, una canna, una pianta di melgone, la gramigna, od altra simile, adagiamola sul suolo o ricopriamola di terra, e, dopo l’opportuno lasso di tempo, osserviamo da qual parte siano sorte le radici. Esse costantemente usciranno dal punto che fu detto nodo, ove abbiamo osservata la tramezza di fibre che divide un internodio dall’altro; nel qual punto si rendono più esterne, come è mostrato anche dal color verde più intenso. Per tutto il tratto che sta fra l’uno e l’altro nodo non ne vedremo sorgere alcuna, [p. 229 modifica]perchè rivestito da tessuto cellulare più denso, esso pure ricoperto da un’epidermide liscia, trasparente e non munita di lenticelle, come l’epidermide delle dicotiledoni. — Ogni spazio che esiste fra un nodo e l’altro può considerarsi come una porzione separata sovrapposta l’una all’altra, e riunita dall’intreccio di fibre al punto del nodo. Ognuna di queste parti è munita di una gemma, e può rassomigliarsi ad una tenia, ogni nodo della quale rappresenta un individuo separato.

In queste piante adunque le radici accidentali od avventizie non sono possibili che ai nodi, in corrispondenza dell’inserzione delle foglie, ove l’intreccio fibroso si rende esterno. Che anzi, come nelle canne, melgone, ecc., non è rado veder sorgere radici aeree tutt’all’ingiro dei nodi che avvicinano il terreno, le quali sembra che fiutino o s’accorgano del terreno poco lontano, o, per meglio dire, sembra che risentano l’influenza del terreno anche a qualche distanza. D’onde l’utilità del rincalzamento.

Che queste fibre, oltre all’essere fibre radicali, siano veri condotti di acido carbonico, possiamo dedurlo dal color verde o verdastro che mostrano finchè la pianta si nutre coi materiali terrestri, cioè finchè vi sia una vera vegetazione. La corteccia liscia, lucente, trasparente non è forse tale pel solo scopo della solidità, ma eziandio perchè la luce, passandovi attraverso, eserciti qualche altra funzione importante sulle fibre radicali, le quali, per tal trasparenza, troverebbersi in condizioni non molto dissimili da quelle delle fibre più superficiali nella corteccia delle dicotiledoni.

A proposito di struttura diversa non voglio passare sotto silenzio alcune cose circa il criterio che comunemente si ha sulla durata della vita delle piante, e specialmente fra le così dette monocotiledoni e le dicotiledoni. Si è detto che le monocotiledoni ordinariamente [p. 230 modifica]sono annue, o che durano tutt’al più finchè non abbiano fruttificato; che non ramificano e crescono solo per la gemma terminale, perchè le loro foglie non hanno picciuolo e formano una specie di estesa guaina intorno al fusto o culmo, per modo che soffocano ed impediscono lo sviluppo della gemma che sta presso la loro base. A me pare che tutto si asserisca per solo desiderio di distinguere e dividere, senza far attenzione, che ogni fenomeno dipende dalle diverse circostanze nelle quali si manifesta o si può manifestare.

Ammesso che la parte cellulare o legnosa d’una pianta, all’incominciare della vegetazione, serva qual parte nutrice del germe, che poscia compie l’ufficio d’organo conduttore e distributore dell’umor nutritivo ascendente, la continuazione della vita d’una pianta può dipendere dal sostituirsi nuovi germi a quelli deperenti o deperiti.

Allorquando il clima sospende la vegetazione per un tempo più o men lungo, essa si risveglia sol quando sianvi gemme capaci di germinare e germogliare; e la vegetazione verrà diminuita od affatto sospesa ogni qualvolta le gemme, per una circostanza qualunque, vengano a diminuire od a scomparire affatto.

Perciò allorchè il freddo e la siccità siano tali da distruggere, disorganizzare od essicare i germi gemme, la pianta morirà per tutta quella porzione che venne colpita. I guasti naturali od artificiali procurati all’alburno (gelo, fratture, parassiti od insetti), ponno essi pure determinare una soppressione o disorganizzazione d’un tratto più o men rilevante di rami e d’un numero maggiore o minore di gemme, quindi una parziale cessazione nella vita vegetativa della pianta. Così succede quando per una causa naturale od artificiale rimanga soffocato un certo numero di gemme, sia dalla disposizione delle foglie intorno al fusto od al germe, sia da coperture collocate artificialmente, sia da altre [p. 231 modifica]condizioni che contrariano il loro sviluppo; come la corteccia troppo grossa, indurita, o che goda poc’aria e poca luce. — In quest’ultimo caso trovansi le gemme esposte al nord, quelle addossate a qualche muro od ostacolo che loro tolga il beneficio de’ raggi solari ed un libero e rinnovato contatto d’aria, non che le gemme delle piante che per largo tratto crescano fitte tra loro. — Quando vuolsi ottenere lino o canapa a filo fino e lungo, si pratica una semina piuttosto fitta; la pianta cui è tolto dalle piante vicine il libero contatto del sole e dell’aria in basso ed ai lati, cresce soltanto per la gemma terminale, non trovandosi le laterali in condizioni opportune per isvilupparsi: nè altrimenti, ne’ boschi fitti, le piante ramificano pochissimo lateralmente, crescono poco in diametro, ma raggiungono un’altezza maggiore.

Se artificialmente si ricopra un ramo od un tronco con paglia od altro che impedisca in tutto od in parte il contatto della luce o dell’aria, si può star certi che ben difficilmente svilupperannosi nuovi germogli sulla parte ricoperta. Se alla corteccia si applichi una vernice od altro che assolutamente ne impedisca la traspirazione, essa muore, e al disotto più non si svolgono le gemme. Ora chiamo l’attenzione sulla disposizione delle foglie nella maggior parte delle monocotiledoni; esse mancano di picciuolo, circondano colla loro base tutta la circonferenza del fusto o del culmo, e dalla base, ove sta la gemma, s’innalzano abbracciando ed involgendo per un tratto più o men lungo tutto lo stelo, in guisa che la gemma è ricoperta e si può dire soffocata. L’unica gemma libera è la terminale, e la pianta cresce per essa. Ma questa gemma, all’epoca opportuna, porta il fiore, cessa d’agire come gemma da legno, e la pianta, sprovvista di nuovi organi erbacei o verdi, cessa dal vegetare e muore maturando il frutto.

Questa morte delle monocotiledoni può avvenire in uno [p. 232 modifica]o più anni, secondo che la pianta porti il fiore entro uno o più anni; ed è tanto più inevitabile quanto più presto fruttifera, cioè quanto maggior tempo resterebbe ancora alla pianta per vegetare nel medesimo anno. Altre piante che possono resistere ai nostri freddi jemali, morto lo stelo, conservano le radici vive, quali le canne, gli asparagi. E però da notarsi che ordinariamente le piante monocotiledoni, che vivono due o più anni, dopo il primo, o nell’anno della fruttificazione, non producono uno stelo ma piuttosto soltanto uno o più peduncoli da fiori.

Pertanto io considero un errore il ritenere che le monocotiledoni possano crescere soltanto per la gemma terminale; si allontanino le foglie dallo stelo, o le si tolgano, e le vedremo ramificare anche per sviluppo di gemme laterali.

Osserviamo ora, sotto questo aspetto le piante distinte col nome dicotiledoni. Esse pure vanno soggette alla stessa legge, cioè vivono finchè conservano gemme capaci di sviluppo, e muojono più o meno presto secondo che quelle vengano a mancare. Anche fra queste vi sono piante che vivono un solo anno, due, o più, e chi faccia attenzione, troverà sempre la durata in relazione col possibile sviluppo delle gemme. Le piante dette perenni, sarebbero anche tali allorchè nessuna circostanza venisse a scemare o togliere la vitalità delle gemme; queste circostanze parte naturali, parte accidentali e parte artificiali. — Naturali sono le condizioni di clima, la mancanza o deficienza dell’opportuno nutrimento, il modo di fioritura, le malattie delle foglie, le contusioni, ed altri guasti per venti, neve, ingrossamento od indurimento della corteccia. Accidentali talune condizioni meteoriche, i geli, le brine, e le nebbie in momenti inopportuni. Artificiali il taglio, lo scalvo troppo frequente, la sfrondatura, le decorticazioni, od altri guasti. — Allorchè nessuna causa alterante interviene, le piante perenni, [p. 233 modifica]sarebbero veramente perenni poichè, o le gemme non cesserebbero dal vegetare, come ne’ climi caldi, o dopo l’una troverebbesi disposta un altra, e così via via.

Dalle condizioni nelle quali trovansi le gemme potremo adunque argomentare sulla durata della pianta, purchè questa trovisi in condizione tale da poter vegetare continuamente, oppur da riprendere la vegetazione sospesa. Le piante che aumentano soltanto per la gemma terminale, terminante da ultimo in fiore, sono paragonabili a quelli animali i quali, passano per diverse metamorfosi, e che, raggiunta quella della riproduzione, compiuto l’atto, muojono avendo perduto ogni organo destinato al semplice aumento. Quelli all’incontro che riproducono la specie senza cambiar forma, possono continuare a vivere e riprodurre nuovamente. Berti-Pichat ricorda un fatto attestato da Féburier col quale vorrebbesi provare che l’accrescimento in diametro del tronco, ha luogo negli alberi artificialmente spogliati de’ loro bottoni, ma non in quelli ove, lasciate le gemme, vengono tolte tutte le foglie; ed aggiunge che questo rivela un lato debole del sistema di Gaudichaud.

Il suo promotore, Du-Petit-Thouars, affermò che le foglie non nutrono punto la pianta, e quindi lo sfogliamento degli alberi essere un mezzo di farne aumentare il diametro. Io penso al contrario, esattamente col De-Candolle, essere un mezzo certo di diminuire il loro accrescimento; almeno i coltivatori di gelsi che si sfogliano, prosegue egli, saranno di questo avviso. 1

A tale proposito io credo che il fatto citato dal Féburier provi soltanto che le piante non ponno vivere senza foglie, e che le gemme possono essere levate, almeno sino ad un certo punto, poichè non rappresentano organi di nutrizione, ma piuttosto organi che si nutrono di quanto loro vien esibito dal tessuto legnoso. [p. 234 modifica]

Ho detto fin ad un certo punto, poichè se si continua a levare costantemente tutte le gemme, non avremo nè germogli nè foglie, e la pianta morirà egualmente. Quindi l’opinione di Gaudichand sussiste pienamente. Che poi l’accrescimento del tronco abbia luogo negli alberi sfogliati, come sostiene Du Petit-Thonars, io lo credo in massima un errore. Una pianta che germogli liberamente per ogni parte aumenta in grossezza ed in altezza più che un’altra cui si levino gemme e foglie; sebbene tanto nell’uno quanto nell’altro di questi casi, la pianta aumenti forse proporzionatamente più in grossezza che in altezza, come ce lo provano appunto i gelsi e tutte le altre piante sfogliate.

Diciamo ora qualche parola sulle piante dette acotiledoni, nelle quali io riconosco soltanto quelle che sono interamente costituite da un diverso numero d’otricelli o cellule, per il che ogni lor parte può servire alla propagazione per suddivisione. Le acotiledoni vere non hanno foglie, ed hanno un diverso modo d’esistenza; esse sviluppansi anche nell’oscurità ove le altre piante morrebbero per incapacità ad assorbire acido carbonico, e dove esse pure forse non l’assorbono, come ce lo mostra la mancanza di color verde, come ne’ licheni, muschi, funghi. A torto quindi io credo che le felci siansi considerate acotiledoni, cioè piante di tessitura cellulare; la disposizione interna, e la disposizione delle foglie attorno al tronco le fa piuttosto simili alle monocotiledoni, avendo esse pure fascetti fibrosi interposti al tessuto cellulare. Le felci non vegetano che all’aria libera come le altre piante, e, quando trovino una temperatura elevata che permetta un abbondante assorbimento di acido carbonico, si fanno arboree, come le vediamo attualmente ne’ climi tropicali o come ce le mostrano le antiche epoche geologiche.

In complesso, le piante dette acotiledoni o cellulari o [p. 235 modifica]notturne meritano d’essere maggiormente studiate nella loro fisiologia allo scopo di meglio stabilirne la distinzione colle altre. E questa distinzione, più che nella presenza o mancanza di cotiledoni la troveremo nella reciproca azione della struttura e del modo di nutrizione. E credo di non essere molto lontano dal vero asserendo che le piante acotiledoni non assorbono acido carbonico, potendo vegetare nell’oscurità ed a temperatura più bassa delle monotiledoni e delle dicotiledoni.


Note

  1. Berti-Pichat. Istituz. scientifiche e tecniche d’agricoltura. Libro V. pag. 1239 e 1240 e nota 1.