Gazzetta Musicale di Milano, 1884/N. 42
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ANNO XXXIX. - N. 42. 19 OTTOBRE 1884 DIRETTORE GIULIO RICORDI REDATTORE SALVATORE FARINA SI PUBBLICA OGNI DOMENICA ★ Sommario: Alcune osservazioni intorno alla Lettera critica scritta da Benedetto Marcello sopra il Libro dei Madrigali di Antonio Lotti; Avv. Leonida Busi. — Giacomo Puccini: F. Fontana. — Una polemica a proposito di Marcello. — Alla rinfusa. — Corrispondenze: Torino, Firenze, Verona, Genova, Mantova, Parigi, Londra, Pietroburgo. — Teatri. — Sciarada.
- Illustrazioni: Giacomo Puccini, disegno di A. Baronchelli.
Alcune ofservaÿoni intorno alla Lettera critica SCRITTA DA BENEDETTO MARCELLO sopra il Libro dei Madrigali di ANTONIO LOTTI (Continuazione, vedi N. 41). o ben sapeva che il padre maestro G. B. Martini, con una operosità e con una costanza, che veramente ha del meraviglioso, si diè attorno per molti e molti anni, onde raccogliere codici manoscritti, libri, trattati ed altre opere a stampa di ogni maniera, attinenti però alla musica; e tante ne raccolse, e di sì gran pregio, che l’illustre Burney, allorquando fece il suo viaggio artistico in Italia, e si recò a visitare l’umile e dottissimo frate, se ne mostrò altamente ammirato e stupito. Eppure al Martini non era venuto fatto giammai di procurarsi alcun esemplare in istampa della desiderata Lettera. È bensì vero che un Antonio Tonelli di Carpi compilò una specie di compendio di codesta lettera, che volle dedicato, e mandò in autografo, al padre G. B. Martini; e lo compilò, trascrivendo da una parte i passi dell’opera di Lotti, che più specialmente erano stati fatti soggetto di critica, e dall’altra parte aggiungendo le modificazioni e le correzioni da Marcello proposte. Il compendio del Tonelli si chiude con questa curiosa annotazione: «a riguardo di valida intercessione a prò dell’autore impegnata qui il Critico fa punto. Ed il Copista (che era poi lo stesso Tonelli) spronato dallo ^elo verso il povero paciente vuol concludere and’esso criticando il critico in quest’ultima correzione, parendogli, che se l’avesse fatta alla maniera seguente (e qui espone in note musicali le modificazioni che intenderebbe di portare nella correzione già fatta da Marcello) avrebbe meglio espresso le parole, come anche dato meno fastidio all’autore per inserirla nella cantilena» (i). Ma tutto ciò non dimostra che Martini non possedeva ancora, nè a stampa, nè manoscritta, la Lettera critica di Marcello. Fu soltanto nel 1736, e così circa vent’anni dopo che quella Lettera era stata dettata, che finalmente egli potè riceverne un esemplare scritto a mano, cui il marchese Fulvio Rangoni da Modena gli fece tenere, accompagnandolo con quella lettera, che io pubblicai a pag. 36 del mio opuscoletto. Ora, se dopo sì gran tempo, e ad onta di tante e tante premurose ricerche, non era riuscito al Martini di procurarsi la Lettera del Marcello stampata, era (1) Biblioteca del Liceo Musicale; H, 46. questo, a mio avviso, un non lieve argomento per dubitare sempre più che di quella Lettera esistesse veramente una edizione tipografica. Aggiungerò per ultimo che il Gaspari, uno de’ più eruditi bibliografi musicali del nostro tempo, pazientissimo nelle ricerche, ed indefesso nello spoglio e nell’esame di quante opere e di quanti cataloghi gli venissero alle mani, suppose sempre, congetturò talvolta, ma non iscoperse, nè accertò giammai la esistenza di alcun esemplare della Lettera impressa a stampa. E per vero, tutte le schede della nostra biblioteca sono dovute all’accurata diligenza del Gaspari; io presi ad esame particolarmente quelle che si riferivano alla Lettera famigliare, sia sotto il nome di Marcello, sia sotto quello di Lotti; e trovai quanto appresso: nella scheda del Marcello, a mo’ d’esempio, il Gaspari, dopo aver riportata l’annotazione, con cui si chiude il manoscritto della Lettera (già inserita a pag. 3 5 della mia conferenza), così prosegue: «queste parole sono per chiusa del Ms, e da esso ancora apprendesi che se ne era incominciata la impressione; cosicché di questa Lettera potrebbe eziandio rinvenirsi qualche esemplare a. stampa» (1). Come si vede, egli accenna ad una possibilità; e nulla più. Egualmente nell’altra scheda, sotto il nome di Lotti, il Gaspari si esprime di questa guisa: «pare ancora che si fosse inoltrata la stampa; ma questa rimase interrotta, e si cercò di distruggere le copie dei fogli già impressi» (2). Egli suppone, dubita; ma non afferma. Finalmente il Gaspari aggiunse di propria mano molte note scritte al libro di Francesco Caffi intorno alla vita ed al comporre di Antonio Lotti, edito a Venezia l’anno 1835 nella tipografia Picotti; ed in una di codeste note, a pag. 29 dell’opuscolo, Gaspari, alludendo alla Lettera del Marcello contenente la critica sui Madrigali del Lotti, fa questa osservazione: «una copia di essa Lettera trovasi al Liceo...; ma È probabile che alcuni benché rarissimi esemplari se ne veggan impressi» (3). Dunque anche il Gaspari riteneva probabile la esistenza di qualche copia a stampa; ma neppur egli osava di dirsene certo e sicuro. Dopo tutte queste promesse qual’esser poteva la conseguenza, a cui logicamente io era condotto? Questa sola, che espressi già nel mio opuscolo, e cioè: «par dunque certo che di codesta Lettera fosse intrapresa una edizione per le stampe.» Non mi era lecito dire dippiù; giacché ninna copia a stampa era caduta sotto i miei occhi; nè da alcun biografo aveva potuto raccogliere dati od elementi bastevoli per affermarne in modo positivo l’esistenza. Mi si dirà; ma perchè, dopo veduto il libro del Chilesotti, in cui egli ha posta la Lettera di Marcello fra quelle opere appunto, che di lui si avevano alle stampe, e non fra le manoscritte ed inedite, perchè mai non aggiungeste una nota al vostro opuscoletto, per dare almeno un cenno di ciò? Rispondo: prima di tutto, le parole stesse del Chilesotti, e cioè: «si crede che sia del Marcello la Lettera famigliare, ecc.,» mi fecero l’effetto come se egli si (1) Biblioteca del Liceo Musicale; H, 46. (2) Biblioteca del Liceo Musicale; H, 34. (3) Biblioteca del Liceo- Musicale; MM, 100. 379 esprimesse in senso piuttosto dubitativo nel dare codesta notizia (i). Aggiungo, che, ad accrescere la mia dubbiezza, concorse pur l’altra circostanza di vedere non indicato l’anno della stampa, ed il nome del tipografo che ne avrebbe fatta la impressione. Sta bene, che dal tipografo nella edizione, come talvolta accade, sarebbesi potuto omettere e la data. e il luogo della stampa. Ma in tali casi è costume del bibliografo di citare almeno od il formato del libro od il numero delle pagine, e via dicendo. Ed un esempio ne ha pur dato lo stesso Chilesotti, quando nel suo articolo del 3 agosto 1884, descrivendo la Lettera a stampa da lui per la prima volta veduta, ha detto consistere essa in «un libretto in 8° di ~pag. 68, senga il frontispizio, senz’anno, senza luogo, e senza nome di editore.» Ma codeste indicazioni non erano, nè potevano essere, nel suo libro. Quindi, dimando io, come si potrebbe appormi ad errore o a colpa, se nel marzo 1883 io ignorava ciò, che il dott. Chilesotti ha scoperto e pubblicato soltanto nell’agosto dell’84? In qual modo poteva io conoscere le notizie a lui date intorno alla Lettera stampata di Marcello, dall’abate prof. Canal, mentre lo stesso Chilesotti nel suo volume non ne aveva fatto, per quanto ricordo, neppure un lontanissimo cenno? Dunque, se il non essermi stata nota la esistenza d’un esemplare a stampa della Lettera di Marcello può costituire in me un difetto, parmi che dopo le ragioni esposte, si tratti di un difetto molto scusabile. Del resto, non tutto il male viene per nuocere. Se io non manifestava in proposito qualche dubbio nel mio libretto, il dott. Chilesotti forse neppur per ora sarebbesi recato a Crespano; e così una rarità storica e bibliografica sarebbe rimasta anche per alcun tempo ignota al mondo musicale. Il Chilesotti l’ha vista, l’ha descritta; meglio cosi: io sono il primo ad esserne lieto ed a rallegrarmene con lui. Desidero la verità, da qualunque parte essa mi venga. IL Fin qui ho scritto per dar ragione del metodo che seguii, e dei risultati che ebbi, nelle mie ricerche intorno alla Lettera famigliare di Marcello. Adesso è mestieri che io mi difenda, non dirò da accuse, e nè manco da censure, che m’abbia rivolto il Chilesotti, ma piuttosto da certe dimande categoriche ed imperative, con cui gli è piaciuto, direi quasi, di investirmi. È naturale, che, dopo di avere, per così esprimermi, rivendicata a Marcello la paternità della Lettera, io mi trovassi come in debito di manifestare un giudizio qualsiasi intorno al valore delle osservazioni critiche in essa contenute. E fu allora che dissi e stampai: «forse le censure possono sembrare talvolta un po’ rigorose ed austere; ma pero in sostanza sono sempre giuste, fondate, assennatissime.» A tal punto sorge il Chilesotti, e mi dirige, anzi, per dir meglio, mi avventa contro quest’interrogazione: «chi gliePha detto, dimando io, signor avvocato, se ella dichiara fin dalle prime pagine del suo libro che non se ne intende di musica?» Un po’ di pazienza, egregio dott. Chilesotti; e le farò sapere e chi me lo ha detto, e come, e quando. Però mi è indispensabile far cenno di un salutare ammaestramento che ebbi a ricavare dai miei studi di critica e di letteratura musicale. Sarà forse una storia un po’ lunghetta; ma non meno utile ed istruttiva. Giova sapere che io stava raccogliendo notizie intorno ai musicisti bolognesi de’ passati tempi; e precisamente ero intento a ricercare intorno a Giovanni Spataro, che fiorì sul cader del secolo XV, e che viene considerato, ed a buon diritto, come il fondatore della scuola musicale bolognese. Egli fu scolaro dello spagnuolo Ramis de Pareja, il quale pubblicò per le stampe a Bologna nell’anno 1482 un libro intitolato: de Musica tractatus, ecc.; a proposito del qual libro insorse contesa fra Antonio Burei di Parma e lo stesso Giovanni Spataro. Mi prese talento di conoscere qual fosse il giudizio che F. G. Fétis aveva portato intorno al modo tenuto dallo Spataro, che prese a difendere il suo maestro dalle critiche del Burei, ed intorno al valore delle osservazioni esposte nel suo libro a quest’uopo pubbliblicato nel 1491 (2); e nell’opera del Fétis lessi ciò che segue: (1) E mi confermai nell’opinione, che egli pure non ne fosse ben certo, leggendo nella biografia di Antonio Lotti dettata dal Chilesotti (pag. 75 del suo libro) a proposito della raccolta dei duetti, terzetti, madrigali, ecc., queste precise parole: «fu aspramente censurata da scrittore anonimo, che si suppone fosse il Marcello.» (2) M. Johannis Sfadari in Musica Immillimi Professons ejusdem Musices, ac Bartolomei Rami Pareja ejus Preceptoris honesta defensio: In Nicolai Burtii Parmensis Ofusculum. Impresso ne l’alma et inclita città dì Bologna per mi Plato de Benedecti... ann. MCCCCLXXXXI adì XVI de mazo. «La publication du livre de Ramis intilulé: de Musica tractatus, sive Musica practica (Bologna 1482, in-4.0) avait donné naissance au virulent pamphlet dirigé contre Vauteur par Burei. Spataro crut devoir prendre la défense de son maître; il le fit avec autant DE FORCE LOGIQUE, QUE DE MODERATION, dans Vécrit intitulé t AD REVEREND ISSIMUM IN CRISTO PATREM A. D. D AnTONIUM GaLEAZ de Bontivolis» (1). Non basta; ma lo stesso Fétis, sempre nell’articolo biografico relativo allo Spataro, soggiunge: «si V on considère tout fois Z’instruction solide qui brille dans les ouvrages de Spataro, non-seulement en ce qui concerne la musique, mais dans les mathématiques, la philosophie, et la langue latine, il est permis de révoquer en doute ce fait, peut-être inventé par la haine, ecc.,» (2). Dunque, accettando le asserzioni del Fétis, io avrei dovuto persuadermi per lo meno di due cose; e cioè che Spataro aveva difeso il proprio maestro con tutta moderazione; e che dal suo libro, dettato a tale scopo, emergeva una istruzione soda anche nella lingua latina. Desiderai di consultare le Memorie storiche del Gaspari; e trovai, che, oppunto discorrendo della polemica insorta fra il Burei e lò Spataro a proposito del libro di Ramis, cosi si esprimeva: «... e litigio davvero debbe dirsi non erudita disputa questa fatta di scritti riboccanti di rabbia, di veleno e delle più plateali insolenze. Eppure il Fétis (prosegue Gaspari) in tuono assoluto asserisce che Spataro nella sovraccennata opera difese il suo maestro con altrettanto di forza logica che di moderazione. Di questa decantata moderazione sieno un saggio i brani che qui trascrivo a manifesta prova della leggerezza di si rinomato biografo nell’affettare di conoscere il contenuto d’un libro ch’ei per certo non lesse e probabilmente non vide giammai, tanto ne è eccessiva la rarit’a (3). E Gaspari aveva ragione. Non voglio riprodurre interi tutti i brani da lui citati; ma a porgere un esempio della moderazione di Spataro, tanto ammirata dal Fétis, basteranno queste apostrofi, che lo Spataro rivolgeva al Burei: «s’ei non fusse quel tuo pago capo signato de la chierica; o mostro de ignorantia, ardirei più che non ardisco senza esser uinto da passione come tu... il mio Pareja e uanto et honore della patria sua; et tu sei uituperio e dishonor della tua... e non ti ricorda quanto al mio doctissimo maestro mostrasti certe tue compositioni composte cum tanta ignorantia: che tu non concordavi il contra cum il soprano...» A’quali brani, addotti già da Gaspari, voglio aggiungere solo questo che io trassi dalla correctio secunda; ove lo Spataro dice al Barei: «cupido dectratore delle laude di colui che la tua invidia occultare non potr’a mai certo, in questo usi parole conveniente alla tua lingua; la quale spierò castigar ai udendo che solo fruta infamia alla tua ignorantia, e non l’altrui fama minuisse» (4). Certo non può essere codesta una maniera così temperata di dire che meriti encomio. E se, non di meno, il Fétis ebbe a darne lode allo Spataro, convien davvero persuadersi che egli o non ne lesse, o non ne vide il libro. E per dimostrarlo ancor più, basti ricordare l’elogio che Fétis tributa allo Spataro, per la istruzione ch’egli aveva nella lingua latina. Anche su questo proposito giudiziosamente osserva il Gaspari: «ma, con buona pace del signor Fétis, nulla sapeva di latino lo Spataro, e male ancora scriveva nella natia favella: onde bisogna ben dire che il dotto biografo suddetto non abbia visto pur uno de* trattati editi da Spataro, stesi tutti in volgare rozzissimo e scorrettissimo.» Lo Spataro fu davvero, come lo appellò (sebbene gli fosse avversario) Franchino Gaffurio, vir in musicis acutissimus; ma di lettere sapea poco; pochissimo, ed anzi nulla, di lingua latina. Lo dà a conoscere egli stesso in una sua lettera delli 8 aprile 1523, ove dice: «finita che sia questa quadragesima io sarò con uno frate de sancto Angustino multo dodo; per far riducere lopera de la sesqualtera in latino» (5). (Continua) Avv. Leonida Busi. (1) Biografò. Univers., Tom. Vili pag. 76, (2) Biografò. Univers., loc. cit. (5) Prof. G. Gaspari: Ricerche, documenti e Memorie risguardanti la storia dell’arte musicale in Bologna. — Bologna, Reg. Tip., 1867, pag. 12, 13. (4) M. Johannis Spadari, op. cit. pag. 3 retro. (5) Biblioteca del Liceo Musicale; B, 107. — Ms. tratto da un Codice Vaticano contenente lettere di musicisti dei secoli XV, XVI. Vol. Ili, pag. 254. 380 — GIACOMO PUCCINI iacomo Puccini, il giovanissimo maestro lucchese, autore delle Villi, ha 172 anni; dico centosettantadue; poiché egli non è, infatti, che il fiore novello d’un ceppo di musicisti piantato a Lucca nel 1712. Per tessere la sua biografia convien dunque riassumere quelle di cinque generazioni di maestri, lui compreso; ed ecco il riassunto: Giacomo Puccini. Nasce a Lucca nel 1712; studia a Bologna; nel 1739 è nominato maestro della Repubblica Lucchese. Scrisse egregiamente nel genere ecclesiastico e drammatico; di lui restano moltissime composizioni, notevoli fra le quali un Domine a 4 voci pieno, ed un Te Deum a 4 voci istrumentato. Ma il suo raro talento di compositore è specialmente tenuto vivo da un celebre Mottetto a 8 voci a grande orchestra che soleva eseguirsi nella festa della Santa Croce, per la quale ricorrenza il Puccini scrisse le musiche dal 1740 al 1780. Il bisavolo omonimo del giovane vegliardo autore delle Villi morì in Lucca nel 1781, lasciando un figlio: Antonio. Antonio Puccini. Nato nel 1747; studia nella città natale col padre e con Matteo Lucchesi, poi si reca a Bologna dal Carretti, che era già stato maestro di suo padre (siamo in pieno trionfo di longevità, come vedete; che stoffe quei vecchi maestri!) Tornato a Lucca, fatto maestro della Serenissima Repubblica, vi morì nel 1832 (quasi novantenne!), lasciando una grande quantità di composizioni: Salmi, Inni, Mottetti a 2, 3, 4, 8 voci, e un figlio: Domenico. Domenico Puccini. Nato nel 1771. Anch’egli studia dapprima a Lucca, poi va a perfezionarsi a Bologna e a Napoli. In lui comincia /ri.,... r. (Disegno di A. a spiccare maggiormente la tendenza alla musica drammatica. Infatti se di lui restano molte composizioni sacre bellissime, restano anche cinque melodrammi rappresentati con molto plauso a quell’epoca: Quinto Fabio, il Ciarlatano, l’Ortolanella, le Freccio d’amore e la Capricciosa. E, certo, molto maggior copia di opere avrebbe lasciato, se la morte non lo avesse colto nel 1815 a soli 44 anni, quando dava le più belle speranze di carriera luminosa. Lasciò un figlio: Michele. Michele Puccini. Questi è il padre del Giacomo nostro. Nacque nel 1812, e, rimasto orfano a 3 anni, ebbe cura di lui l’avolo Antonio. Anch’egli studiò a Bologna e a Napoli, poi tornò a Lucca e fu maestro e direttore dell’Istituto musicale del Municipio. Compositore dotato di moltissimo gusto e. di fantasia, egli scrisse gran numero di opere sacre e profane. Notevoli fra esse sono: i Responsori a 4 voci con strumenti, alcuni Miserere e un Benedictus (ch’egli scrisse in un suo casino di campagna, detto A Celle, dove non aveva istrumento alcuno), e due Messe, due vere gemme, una in sol e l’altra in do. Questo per il sacro; quanto al profano restano di lui gran parte d’un melodramma, Antonio Foscarini, ed un’azione drammatica intitolata: Cattaui 0 la rivoluzione degli stracz doni, che ebbe ottimo successo. Ma,. carico di famiglia, egli dovette pur troppo trascurare l’estro per l’insegnamento; assidua e ingrata fatica che gli logorò la salute. — Michele Puccini morì il 23 gennaio 1864; a lui furono resi pubblici onori, l’intera città partecipò al lutto dei suoi cari e il Municipio fissò un soccorso Baronchelli). annuo alla vedova che rimaneva sola con sei figli quasi tutti in tenera età. Fra questi, e dei più piccini, c’era Giacomo. Giacomo Puccini. Nato nel 1858; impara la musica, si può dire, succhiando il latte, e la studia senza accorgersene, venendo su in mezzo a una nidiata di belle sorelle e di un fratello minore, tutti pestatoti assidui di pianoforte. La sua casa è come una gran cassa armonica; v’è una specie di saturazione di note musicali nell’aria; tutto vi è pregno di musica. — Ma, mentre la nidiata pesta sul pianoforte e spillucchera diesis e bemolle, gli strumenti funzionano terribilmente, i calzoncini e le gonnelline e le scarpette si consumano con una prestezza prodigiosa e spaventosa. La madre coraggiosa lotta eroicamente; ma gli anni passano e i bisogni della nidiata crescono colle stature degli individui che la compongono; oltre alle vesti e alla bucolica convien pensare all’educazione, cibo dell’anima che costa più di quello del corpo. • Allora vengono in soccorso della brava madre alcuni parenti; e chi prende a proteggere un figliuolo e chi un altro. Il giovinetto Giacomo, per esempio, dà prova d’avere proprio un ingegno spiccato per la musica, ed eccoti il signor Agostino Cerù, un prozio che fa per lui, niente affatto ricco lui stesso, quanto farebbe un padre. Ma il brav’uomo a un certo punto non ha più risorse bastevoli; finché si -tratta di far studiare a Lucca il giovinetto egli vi riesce, ma adesso è giunta l’epoca di mandarlo in qualche istituto di levatura — al Conservatorio di Milano, per esempio. Cerca, chiedi, domanda. Sua Maestà la Regina concede una pensione di 1200 lire per un anno affinchè il giovinetto Giacomo se ne venga a studiare a Milano; e la concede per un anno soltanto per la semplice ragione che l’onesta famiglia, nella sua discrezione, non gliela chiede per un lasso maggiore di tempo. Il giovinetto viene a Milano a studiar composizione al Conservatorio sotto Amilcare Ponchielli; i progressi sono rapidi, ma il tempo è rapido del pari, sicché l’anno è finito, e con esso la pensione, e per diventare maestro ei vorrebbe ancora un anno di studi. Siamo daccapo, coll’aggravante che non si osa più ricorrere all’aiuto sovrano. Ma l’ottimo prozio fece uno sforzo supremo e Giacomo toccò la meta con un saggio brillantissimo, una Sinfonia-Capriccio che ottenne un grande successo, e non l’ottenne soltanto per generosità d amici e di compagni di scuola al concerto annuo di prova qui a Milano, ma anche altrove, come a Torino, dove la Sinfonici venne poi eseguita dall’Orchestra milanese dinnanzi al pubblico vero. Intanto fra le due esecuzioni della Sinfonia il giovane maestro aveva fatto un bel passo. Uscito dal Conservatorio colla patente morale e materiale di maestro, significa non finire, ma cominciare, e cominciare, cioè, una lotta terribile per ottenere la patente da quel vasto conservatorio che è il mondo. — Giacomo Puccini si trovò povero, con una forte vocazione di compositore, ma colla prospettiva di dovere rinunziare all’arte per darsi preda a quel mostro che si chiama insegnamento, pena la fame. — Tuttavia non si perdè di coraggio. La casa Sonzogno aveva aperto un concorso per un’operetta ed egli volle tentare. Era l’agosto dell’anno scorso; una bella mattina io mi ero recato a Lecco dal romitaggio ghislanzoniano di Caprino; tornando, alla stazione di Lecco, m’imbattei nella colonia artistico-estiva di Maggianico che rincasava: Ponchielli, Dominiceti, Saladino ed altri egregi, fra essi c’era Puccini. Ci conoscevamo poco, ma una grande corrente di simpatia era corsa fra noi in quelle poche occasioni che ei era accaduto d’incontrarci. Saliti nell’istesso vagone con Ponchielli, questi mi parlò delle intenzioni del suo scolaro per il concorso Sonzogno, e mi propose di fargli il libretto. Li per li, colla memoria viva della Sinfonia-Capriccio, mi parve che per il giovane maestro ei volesse un argomento fantastico e gli sciorinai il canevaccio delle Villi. Accettò. Il libretto fu compiuto per i primi di settembre e lo spartito presentito all’ultimo momento. Il maestro aveva dovuto presentarlo senza poterlo copiare, come si dice, in bella; la Commissione... Ma non è qui il caso di raccontare per la centomilesima volta quello che si sa da tutti, tanto più che, volere o volare, non solo il concorso giovò all’arte musicale in tutto quel possibile giovamento di cui possono essere capaci tali istituzioni, ma superò di gran lunga ogni desiderio destando un vero interesse nel pubblico, rivelando, invece di due soli, parecchi nomi di maestri. Ciò che è mio debito notare qui si è che allorché si trattò di far rappresentare le Villi al teatro Dal Verme, al Puccini, ignoto allora, non vennero meno gli appoggi morali, e, quel che più monta, materiali. Arrigo Boito e Marco Sala aprirono al giovane gli orecchi, il cuore e la borsa; e a loro si unirono nell’opera, diremo cosi, filoarmonicoantropica, Giulio Litta, Emilio Treves e altri parecchi, ai quali il maestro serba e serberà gratitudine vivissima. Le Villi piacquero, piacquero assai; l’editore Ricordi ne ha acquistata la proprietà dando commissione d’un’altra opera al Puccini; la Scala riconfermerà, speriamo, il verdetto del teatro Dal Verme; insomma, in capo alla via spinosa dei suoi studi, il giovane maestro raccoglie ora qualche consolazione, non funestata che dalla perdita recente dell’amatissima sua madre. E v’è a credere che il Puccini manterrà le promesse fatte nelle Villi. Il suo passato è quello degli artisti veri; il suo successo del pari; la sua indole come uomo anche. Poiché egli è allegro e appassionato, di carattere cordiale e dolce, ma sodo e sensato; mangia con ottimo appetito, con un appetito rossiniano, è sano, grande qualità questa in un artista, poiché gli artisti, come dice Ghislanzoni, «devono avere i canali larghi.» Giacomo Puccini è un bel giovane, dai modi garbati, ma ama la vita semplice e ha una certa ripugnanza a frequentare i cosidetti salotti. Pensa molto prima di comporre, ma ha delle idee generali ben delineate, ha delle aspirazioni fisse, qualità di capitale importanza nei musicisti, i quali avendo a che fare coll’arte più vaga com’è quella dei suoni, debbono essere positivi assai circa il sapere che cosa intendono di fare a rischio di veder sfumare il proprio ingegno come una bolla di sapone. Allorché ha ben pensato quel che deve fare, il Puccini lavora senza interruzioni, batte il ferro quand’è caldo, e da ciò quella fluidità che è uno dei meriti della sua musica. Ma a me non spetta fargli degli elogi; essi potrebbero recargli, anzi, nocumento, poiché il pubblico, e a ragione, va molto guardingo circa i cosidetti taglierini fatti in casa. A lui tocca; ma è permesso credere che sarà giusto nel suo verdetto della Scala; certo sarà una giustizia meritata da uno dei più intelligenti e cari giovani che io ho avuto la consolazione di incontrare nel mondo. ★ Un altro violoncellista, destinato ad alta fama. È il neerlandese Giuseppe Hollmann, di Maestricht. Rimpatriato testé da un giro artistico nelle principali città della Scozia, porta seco oro ed alloro. Il Dundee Advertiser, parlando dell’Hollmann, dice che è un violoncellista senza rivali, d’eletto sentimento musicale, fascinatore, esecutore perfetto. Egli si recherà presto a Brusselle. ★ In un’agenzia musicale di Londra sono registrati nientemeno che 225 tenori. Non si può dire che le ugole faccian difetto — nel mondo teatrale... inglese! ★ A Wiesbaden s’è scoperto un altro fenomeno di tenore, nella persona di certo Carlo Weyter — dottore di leggi — il quale, dando l’addio a Temi, si è messo ai servigi di Euterpe. Anzi, il signor Weyter farà quanto prima la sua comparsa sul palcoscenico del Teatro Ducale, di quella città, nelle spoglie di Raul ^Ugonotti). In Italia, il giovane signor Peri Severo, licenziato in belle lettere, all’Accademia Scientifico-Letteraria di Milano, ha esordito come primo tenore nella Lucia di Lammermoor. Ugula e dottrina: questo è progresso davvero. ★ Certo Frendenberg, maestro tedesco, ha scritto libretto e musica di una nuova opera dal titolo Marin Faliero. ~k Un maestro polacco, Zelensky, reputatissimo, ha scritto anch’esso un’opera nuova: Corrado di Wallenrode, che verrà rappresentata al teatro di Lamberg. L’argomento è fratello di latte a quello scelto dal Ponchielli co’ suoi Lituani.
- Il Ménestrel, ottimo e addottrinato collega nostro, parigino,
pubblica, settimanalmente, uno studio interessantissimo sul grande compositore francese Méhul, dovuto alla brillante penna di Arturo Pougin. ★ Virtù delle virgole. In un giornale di provincia — inglese — si è pubblicato il seguente avviso: «Italian Pianoforte Harmony» taught in a particular ladies3school. Vale a dire che, per omissione delle necessarie virgole, in quella scuola particolare di signore, si insegna l’armonia italiana del pianoforte. Un curioso bisticcio. ★ Uno dei soliti calcolatori, stimando il costo del Tempio di Salomone, è venuto a questa scoperta: che le trombe ammontavano ad un valore di 5,000,000 di franchi — e gli altri■ strumenti musicali ad 1,000,000. Conosciamo dei Wagneristi che pensano con invidia a quello... sproposito. ★ A Voghera, quanto prima, si costrurrà un nuovo Politeama. Una società di giovani cittadini provvede per proprio conto alla costruzione. Abbiamo delle città grandi che provvedono alla... distruzione de’ loro teatri. ★ Nel prossimo mese, il Parsifal di Wagner verrà eseguito, in forma di cantata ed in lingua tedesca, all’Albert Hall di Londra. Interpreti principali: signorina Malten, e signori Gudehns e Reichmann. ★ Il pianista austriaco, Roberto Fischof, è stato nominato professore ad una delle classi superiori di pianoforte al Conservatorio di Vienna. ★ Il grande arpista, Felice Godefroid, darà, nel prossimo novembre, ad Amiens e Namur, il suo dramma lirico La figlia di Saul. La signorina Harkness, giovane e valente violinista americana, premiata nel 1881 al Conservatorio di Parigi, va facendo, da alcuni mesi, un giro artistico in Germania, sotto il pseudonimo di Arma Senkrah. La settimana scorsa, dunque, la signorina Senkrah ha ottenuto gran successo a Baden, Strasburgo, ed a Colmar. ★ Il 25.0 anniversario artistico di Cristina Nilsson — la celebre diva svedese — va a cadere col prossimo mese. Apparve sulle scene la prima volta, in Isvezia, nel 1859 — ed a Parigi, nel 1864. Ora, fa il giro del mondo — applauditissima. Ottava figlia di una famiglia di poveri operai svedesi, fanciulletta ancora veniva mandata per le strade a suonare il violino ne’ giorni di festa campestri. Ora è una prima donna. -— Scherzi di fortuna. ★ Domenica, 19 ottobre, alle ore 2 zf, il Corpo di Musica Municipale eseguirà, ai Giardini Pubblici, i seguenti pezzi: 1. Marcia: Tempi felici Guarneri 2. Sinfonia del? Opera II Guarany ♦... Gomes 3. Valzer: Dan^a di giovani signori Gung’l 4. Ballabile delle ore nell’Opera La Gioconda Ponchielli $. Mazurka: Biografia Rossari 6. Baccanale nell’Opera Filemone e Bauci Gounod 7. Polka: La Goriziana Bosig 382 — Mentre il Guglielmo Teli si alterna col Mefistofele (in cui è sempre l’idolo del Canta nel di voce si un elogio sincero la sua infaticabilità — dote preziosa e rara ormai. Guglielmo Teli, canta nel Poliuto, canterà nella Dejanice, nè il timbro risente dalla fatica. Inutile dire che Faccio... è sempre lui! Una polemica a proposito di Marcello nel N. 34 di di chi bassadirmi Bastano Veneto, io ottobre 1884. TORINO, 15 Settembre. FIRENZE, 15 Ottobre. un soggetto che tentò già le inspirazioni di paL’orchestra Romana ha chiuso mente incominciato coll’orchestra retto tutti esso nato getto la morte di Giulio Cesare: recchi maestri. Un Don Pasquale al Niccolini che invita a parlarne — Altre piccole baie di circostanza per il Pagliano, per la Pergola e per lo stesso Niccolini. Concerti dell’orchestra Parmense e Romana all’Esposizione — Demolizioni. Tamagno e la Bellincioni al Regio — La Dejanice di Catalani. Suo dev. ser. D.r Oscar Chilesotti. il ciclo dei concerti sinfonici; ciclo splendidaMilanese. Fra poco quel vasto salone sarà muto, ^^^’egregio nostro collaboratore, dott. Chilesotti, ei invia la letf^^ltera che più sotto pubblichiamo. Se dobbiamo dire tutto l’animo nostro, ei pare che da una parte e dall’altra siasi data soverchia importanza ad una quistione di semplice apprezzamento e di una importanza, in merito all’arte, molto relativa. In ogni modo abbiamo aperto le nostre colonne alla polemica insorta a proposito della lettera di Marcello, persuasi che i due argomentatori finiranno per intendersi. Egregio signor Direttore, La prego vivamente di voler inserire nella Gazzetta Musicale il brano qui sotto di una corrispondenza da Bologna al Tempo di Venezia (N. 247, Anno XXV, giovedì 9 ottobre 1884): «E già che parliamo di musica, vi annuncio che il signor dott. Oscar Chilesotti si è permesso di criticare, nella Gazzetta Musicale di Milano, un pocolino più del prudente, il libro dell’avv. Leonardo Busi su Benedetto Marcello, libro altamente lodato dalla stampa italiana e dai maggiori competenti in materia, che nell’esimio giureconsulto ed oratore, han pur riconosciuto il vero ingegno, la vera coltura del musicista. «Il signor dott. Chilesotti, di qua, ha trovato ciò che forse non cercava e di cui avrebbe certo fatto a meno. — Ha trovato prontissimo il Busi a dedicargli un po’ del suo tempo prezioso e sullo stesso giornale comparirà una rispostina per intero documentata e quindi forse affatto soddisfacente pel dott. Chilesotti... Vedremo se, dopo ciò, si sentirà la voglia di criticare ancora la risposta del professor Busi, che intanto da criticato diventa... lascio dirlo al signor Chilesotti stesso.» Queste parole sgarbate non giungono ad offendermi: io trattai questo giornale sulla Lettera Critica di Marcello contro il Lotti per ver dire, Non per odio d’altrui, nè per disprezzo. E non sentendomi offeso, desidero vederle pubblicate a disdoro mente insulta sotto il velo dell’anonimo. Ringraziandola della sua cortesia, colla massima stima mi pregio ei due concerti dell’orchestra Parmense nel gran salone dell’Esposizione, poco mi resta a dire. — Mi riporto a quanto si legge nel numero antecedente della Gazzetta. Anche Parma ha corrisposto alla comune aspettazione, ed anche per Parma risuonò il vasto ambiente degli applausi entusiastici di quanti amano queste grandiose manifestazioni dell’arte italiana. Cleofonte Campanini, giovane maestro, può essere lieto del successo che gli sarà certamente di sprone a proseguire negli studi seri, elevati, nei quali stampò già orme quasi sicure. Non minore successo ottenne l’orchestra di Roma, diretta da quel benemerito e dotto cultore delle scienze musicali che è il Pinelli. Meno rumorosa, meno numerosa, meno abbagliante forse nelle esecuzioni dell’orchestra di Parma, l’orchestra di Roma rivelò una compattezza di assieme,‘una solidità, una profondità di studi davvero consolanti, e tali da far perdonare certe scelte nei programmi meno addatte e felici. Questi programmi sono ormai conosciuti. Mi limito a constatare gli applausi con cui fu salutato il Falchi Stanislao autore di una Ouverture sinfonica sul sogperfettamente muto... anzi non sarà più! Il piccone inesorabile del demolitore rovescierà quell’ambiente chetante reminiscenze desta... rovescierà quelle immagini dei sommi che dalla vòlta, lassù, parevano dominare il tempio dell’arte, ed applaudire alla fratellanza che, in nome del bello e del vero, congiunse e i nomi più disparati, e le età più remote, e i generi più diversi, e le regioni più lontane! È una desolazione, è una tristezza il pensiero di tale demolizione! Oh se si fosse pensato a far stabile tale edifizio! Come sarebbe stato bello, splendido, il concetto di un tempio ove ogni anno avessero potuto riprodursi queste feste artistiche che furono vanto di Torino e sono titolo di onore di quanti al successo di esse, hanno con amore, studio indefesso e con abnegazione contribuito I 3^# Al Regio si cammina di trionfo in trionfo. Dopo il Mefistofele, il Guglielmo Teli e il Poliuto. Non è davvero esagerato il dire che una stagione pari a questa, Torino non ebbe mai da molti anni, e per molti anni pur troppo non riavrà. La parte del protagonista nel Poliuto è, come saprete certo, affidata al Tamagno. Di questo artista davvero celebre, che voi conoscete e apprezzate tanto a Milano, vorrei dire quanto sento, quanto sento con ammirazione di concittadino, con afdi antico amico. Io che conobbi lui fin dalla prima gioventù, e ho seguito i suoi passi, vorrei poterne scrivere lunghe pagine, poiché parmi sia anche un esempio vivente del quanto valga il proverbio Volere è potere. Tamagno da, famiglia che se aveva l’istinto della musica non aveva al culto di essa aperta e facile la strada, sentì in sè il soffio dell’arte, amò, volle, studiò, progredì, raggiunse quell’apogeo che ormai pochi gli contrastano, a forza di perseveranza e di applicazione. Tutto in lui andò man mano crescendo, trasformandosi, perfezionandosi; voce, accento, colorito, passione, sentimento di posizione, abilità di esecuzione artistica. E ciò che è sommamente notevole in lui, è che lo sforzo e lo studio non appaiono. Egli è sempre il colosso franco, ardito, sicuro di sè, dei suoi mezzi, sotto le spoglie di Radamès, o sotto quella di Poliuto, nel Figliuol Prodigo e nel Re di Labore, nella Forza- del Destino e nel Trovatore, nell’Ebrea e nel Don Carlo, nel Ballo* in maschera e nel Guarany, nel Lohengrin e nel Guglielmo Teli. Enumero le sole opere nelle quali io l’ho sentito, e in cui ho ammirato la facile, spontanea versatilità e potenza de’suoi mezzi. Il pubblico di Torino era davvero ansioso di riudirlo: l’aspettazione era quasi febbrile, non diminuita nè disturbata neppure da certe diffidenze che pur essendo in massima buona fede, non rendono però meno vero il noto proverbio: Nemo propheta in patria. La vittoria fu campale, decisiva: il trionfo completo. Il pubblico tutto, unanime, entusiasta, ricolmò di vere ovazioni — e ricolma ogni sera — Tamagno. Lo udimmo io anni circa or sono — catecumeno dell’arte — fare il Nearco nella stessa opera: rimanemmo sbalorditi dalla limpidezza della sua voce, gli preconizzammo un avvenire di successi... oggi lo rivediamo sotto le spoglie di Poliuto e lo risalutiamo, entrato ormai trionfante nel tempio! Pagato il tributo meritato dal bravissimo artista, poco mi resta a dire degli altri esecutori dell’opera, non per deficienza di merito ma per ragione di spazio. Mancherei però al dovere ed alla verità se non dicessi che la Bellincioni divise col Tamagno e divide gli onori del trionfo. Questa artista è chiamata ad una carriera splendida — non è possibile dubitarne. Imparò in pochissime prove la sua parte e la eseguisce con sicurezza somma e con calore lodevolissimo. Essa ha il vantaggio preclaro di una voce eccezionalmente impastata, se non potentissima; di un sentimento corretto, squisito, alieno dalle esagerazioni. Merita poi pubblico la triade Pantaleoni-Synnerberg-De Bassini) si allestiscono alacremente le prove della Dejanice di Catalani. Tutto induce a far ritenere per questo studioso e appassionato cultore dell’arte musicale un successo. Ed io glie lo auguro non ultimo nell’ammirare chi con tanta competenza fa dell’arte divina l’ideale della sua vita. — C. VVIENE che, dopo l’astinenza, se non diventa più delicato il gusto, l’appetito cresce di certo. E noi qua che, per lungo tempo stemmo muti, contemplando il teatro, che per lungo silenzio parca fioco, appena ne abbiamo riudito qualche segno di vita, ei siamo corsi festivamente, come l’affamato che, sebbene avvezzo all’arrosto di quaglie, si butta volontieri ai fagiuoli. Non che di presente i nostri teatri siano coperti d’imbandigioni volgari, ma neppur rarissime: e la gente vi accorre e si diverte. Gran maestro il digiuno e gran pedagoga la parsimonia! Si contenti adunque la Gazzetta Musicale, compiacente com’è, e dell’arte amantissima, di dire, in mio nome, due paroline d’un Don Pasquale che al teatro Niccolini viene eseguito, con molta esattezza e con raro accordo ed equilibrio di voci, da una giovane schiera d’artisti che in tutti non riuniscono un secolo. Così è; questo vecchio Don Pasquale par tornato un ragazzetto di primo pelo; e colle sue attrattive chiama un pubblico scelto, numeroso ed intelligente ad applaudirlo da cima a fondo, e a chieder la replica di tre o quattro pezzi per sera: il duetto fra Malatesta e Don Pasquale; l’adagio del quartetto; la serenata del tenore; e il duetto d’amore che segue fra lui e Norina. Gli applausi poi cominciano dalla sinfonia e non smettono fino al calar del sipario. E bisogna, per la verità, confessare che l’esecuzione di questo grazioso e fine lavoro del maestro Donizetti è piena di colorito, di vita, di movimento e di fuoco sotto la guida intelligente del maestro Catalanotti, cui risponde l’abilità e il buon volere della sua orchestra. Questo, rispetto alla parte strumentale. Quanto poi ai cantanti tutti fanno a gara a ben meritarsi l’accoglienza festosa di un pubblico esilarato e soddisfatto. Eccone i nomi: signora Neyma, che ha una vocettina che pare un filo d’argento, chiara, facile, agilissima e franca: la modula bene, fa di bei passi, ma non vi spira dentro, per ora, quell’alito di fuoco sacro che viene dall’intimo: è giovanissima e lo acquisterà colla esperienza; signor Giordano, lepido e disinvolto, e che, sul fiore degli anni, rende con bastevole comicità il carattere del vecchio sdolcinato Don Pasquale; signor Buti, l’accorto dottor Malatesta, che ad una voce simpatica e flessibile, accoppia un canto or delicato ed ora svelto, e che si mostra padrone del suo organo e del palcoscenico; il signor Baldini, esordiente, che possiede una dolce voce di tenore di grazia, bei mezzi petti, bel centro e che si capisce iniziato ad una buona scuola. Un complesso insomma di giovani artisti che mettono il buon umore e l’allegria nel pubblico: e un Don Pasquale ringiovanito nella scorsa e nel midollo. E questa piccola ma valorosa falange di artisti sapete chi l’ha raccolta? Il nostro Galletti che ha odorato sì acuto in fatto di giovani promettenti per l’arte; il Galletti che ha saputo farsi precorrere da 383 una Favorita, ceduta al Pagliano ad un affondatore inesperto, ma fortunato, per prepararci per il 23 la prima recita dei Puritani col celebre tenore Stagno, colla signora Gargano, col basso Navarrini che lasciò sì bei ricordi alla Scala di Milano, e col baritono Carobbi, ora tanto festeggiato nella parte di Re Alfonso nella Favorita; il Galletti che, quanto prima, ei darà al Niccolini, un’opera buffa, nuova di zecca, di certo signor Montefiore, che mi dicono piena di brio e di festività comica ha per titolo: Un bacio al portatore. Un titolo simpatico, specialmente per la gioventù innamorata. Ed è a credere che la compagnia che ora canta al Niccolini se ne farà un’interpretazione perfetta; pigliandone la ispirazione da quel fuoco giovanile che insegna tante belle cose, quando non brucia troppo. Il titolo del lavoro melodrammatico del giovane Sarti che vi si darà, quanto prima alla Pergola, a beneficio dei colerosi, è Nama, una visione lirica, tolta dal poemetto di T. Moore: Gli amori degli Angeli; vi prenderanno parte, la Tetrazzini e la Oselio: per la parte strumentale, la nostra Società orchestrale col suo fondatore e direttore maestro J. Sbolci. Nella carestia, il silenzio; nella abbondanza, la loquacità. Mi par naturale. — V. M.
VERONA, io Ottobre (ritardata).
Fernanda di F. Ferrari.
In queste sere a Verona al teatro Ristori s’è rappresentata l’opera la Fernanda. L’autore del libretto è il signor Golisciani, un nome che nel mondo dell’arte è molto conosciuto. Egli ha voluto trattare per la musica l’argomento d’un dramma moderno, ma pure cambiandovi epoche, luoghi, personaggi ha azzardato troppo.
Nell’opera abbiamo bisogno di passioni irrompenti, di lotte vive e ciò che in questo dramma serve a tenere teso l’interesse ed a creare l’intreccio, all’opera nuoce.
Questa Fernanda ha l’istessa base della Favorita di Donizetti. Qui un giovane s’innamora e sposa la bella di un re di Spagna, là un innamorato sposa la sedotta d’un barone spagnolo. Ed entrambi s’accorgono tardi d’essere stati vittime d’una vendetta. Ma c’è questa differenza, che nella Favorita tutto è scorrevole, piano, semplicissimo, mentre nella Fernanda campeggia la simulazione. La protagonista di quest’opera fa il suo dovere di fanciulla leale e per ciò è calma e tranquilla. Gusmano di Sandoval, amante di lei, che senza volerlo è la causa del dramma, fino all’ultimo atto non ha una parte poco importante; Don Rodrigo Gomez come amante e come marito sa meno ancora. Non resta che la contessa Maria, la sola che riscuopra, che metta a nudo i suoi sentimenti, la vera protagonista del melodramma. E questi personaggi si mantengono eguali sino alla fine.
L’autore dell’opera è il maestro Ferruccio Ferrari, un giovane simpatico e modesto che ha molto studiato e che ripone nelle sue pagine tutto ciò che ha acquistato di eletto e di fine ne’ suoi studi profondi. È uno scrittore moderno che segue le tendenze nuove, che vi presenta con un corredo di vere e sode cognizioni e questo suo merito gli intelligenti di musica lo hanno apprezzato.
Egli è un musicista così severo che sfido chiunque a fargli il torto di trovare nella sua Fernanda qualche cosa che dimostri un’infedeltà verso il melodramma che gli ha dato il poeta. Egli anzi presenta un lavoro così ricco, così abbondante nell’istrumentazione, le linee del suo quadro musicale sono così vaste, che bisogna dire che quelle pagine sono trattate da maestro. Gli esecutori possono spingere nelle sonorità, l’orchestra può non avere le parti proporzionate, ma se questa crea qualche difetto al lavoro, non può negare all’autore intelligenza e capacità.
Per il pubblico di Verona il primo atto di quest’opera non ha sollevato molto entusiasmo. E il Ferrari stesso deve credere che è il meno riuscito. È vero che è difficile comporre della musica sopra due scene come quelle, non dico neppure che quella musica come fattura non sia bella, ma è un fatto che è lunga. Trattata invece con molta- arte la prima aria di Fernanda, trovato il finale del primo duetto fra donne così delicato, così semplice e così bello. Il racconto del baritono è parlante, ingegnoso, orchestrale, ma è difficile c bisogna che sia affidato ad un artista provetto. Pregevole anche la romanza che viene poi per soprano. Bello l’istrumentale primo nel duetto fra Rodrigo e la Contessa alla Ruy Blas. Non è di effetto l’aria del tenore, ma è originale per il suo crescendo.
Tutto il secondo atto va bene. E non c’è bisogno d’intendersene molto per capirlo. Bellissima’ la preghiera.’ E gli intelligenti ed appassionati devono avere trovato il duetto d’amore una vera ispirazione. Il finale, di cui ogni sera si voleva la replica, veramente indovinato.
Il preludio all’atto terzo è di una fattura eletta. Di buon gusto e moderna la romanza del baritono. Forse in qualche punto è un po’ stirata, del resto molto sentimento e si presta assai al carattere del personaggio.
Svolta con maestria la festa da ballo, quantunque l’argomento già vecchio abbia trascinato il Ferrari a seguire altri autori. Ma c’è la ricompensa nel terzetto che è ingegnoso e di meriti egregi.
L’opera a Verona piacque sinceramente. Durante tutte e quattro le rappresentazioni il pubblico accorse numeroso a festeggiare il maestro Ferrari. Quasi tutte le sere si voleva la replica del finale secondo e della romanza del baritono. Insomma è stata una prova dalla quale emerse che il giovane maestro di Lucca, ha qualità’ serie per dedicarsi a quest’arte e che la fortuna d’un serio ed interessante melodramma potrà un’altra volta meglio decidere della sua sorte.
L’esecuzione è stata coscienziosa. Se gli artisti non sono riesciti perfettamente in tutto è certo però che concorsero con tutta la loro buona volontà e con tutto il loro interessamento a vantaggio di questo spartito. Bisogna anche dire che l’opera non è di facile esecuzione e perchè il Ferrari predilige la forma drammatica, la quale per quanto moderna non è sospirata dagli interpreti e perchè esso ama le tessiture acute.
La signora Berri è una cantatrice molto attenta che sente la forma drammatica e che ha messa tutta la sua cura nell’interpretare la difficile parte della Contessa.
La signora Bassi ha bella voce, ma è una cantante fredda, di poche risorse e che per il pubblico, il quale vuol capire tutto ciò che fa e ciò che dice un’attrice, è poco simpatica e gradita.
Il tenore Papeschi, in una parte di poco rilievo, se l’è cavata abbastanza con onore.
Il baritono De Bernis, che è stato senza dubbio la fortuna di questa stagione, fu pure la fortuna di quest’opera, giacche nella sua parte bella ed appassionata ebbe un vero successo. Il De Bernis è uno di quegli artisti i quali oltre che essere di garanzia per un’impresa, sono irresistibili per un pubblico.
Bene e orchestra e cori. L’una diretta dal maestro Riboldi, gli altri dal maestro Fiorinotto.
Inappuntabile, elegante, e come non si vede di sovente al Ristori, la messa in scena dovuta al Romiti, il quale ha fatto la sua parte solida d’impresario dichiarando che la stagione economicamente era andata assai male, ma che invece a conti fatti l’ha messo in viaggio per la via del ritorno con dei danari in saccoccia. — U. C.
GENOVA, 14 Ottobre.
Notizie varie — Si respira.
Si comincia a respirare. Il maledetto choiera accenna ad abbandonare la
nostra città, che ricomincia ad essere animata come di solito ed anzi più che non sia solito in questa stagione nella quale moltissime famiglie rimangono a godere i primi freschi in campagna. Quest’anno invece, atteso il choiera, molte famiglie lasciarono le villeggiature di Busalla, Campomorone ed altre, dove si ebbero a constatare i primi casi, e si rifugiarono in Genova che si sperava sarebbe andata immune dalla funesta malattia. Avvenne invece il contrario, ma chi vi era, vi rimase, e si è perciò che alle passeggiate pubbliche si vedono certi gentili visini che di solito non vi si vedono nella stagione attuale.
Del resto, meglio così — almeno pel momento — giacché dopo il disastro toccatoci, ciò serve a rallegrare la vista e far dimenticare i quattro mesi d’ansietà che, per grazia dei nostri fratelli d’oltre alpe, reduci dalle gloriose lotte del Tonchino, abbiamo dovuto passare, e del mese d’angoscia che ei procurò lo scoppio della brutta malattia in città.
Ora, se Dio vuole, possiamo respirare un po’ più liberamente, giacché il numero dei casi è divenuto limitatissimo — 304a! giorno — ed è a sperarsi che quanto prima cesseranno del tutto.
Naturalmente i teatri furono i primi a risentirsi di questo stato anormale ed a doversi chiudere per mancanza d’alimento, cioè il pubblico. ’Ricorderete come si era bene incamminata la stagione al Politeama Genovese colla Favorita e col Faust nello scorso settembre — ed avrebbe continuato anche meglio, se il funesto contagio non fosse venuto a troncare sul più bello la stagione.
Ora dunque si pensa a riaprire i teatri pel prossimo novembre. L’opera farà capolino al Paganini, ma non so dirvi con quali artisti, nè con quali spartiti. Mi consta però che si vuole allestirvi qualche elegante novità. Spero che ciò sia e che l’impresa ne venga compensata da un pubblico sempre affollato.
Al Politeama Genovese, per una quindicina di giorni, vi sarà una compagnia tedesca d’operette, e circa il futuro tutto è finora nel buio.
Del Carlo Felice le sorti sono ancora incerte. È sperabile però che il Municipio non lo lascierà chiuso. Non ci mancherebbe altro ai poveri artisti e professori di musica che quest’anno, atteso il cholera, si son visti mancare anche il pane delle solite funzioni religiose! Credo che questa volta sia proprio un caso di coscienza pel Municipio la riapertura del Carlo Felice, e spero che si effettuerà.
Voglio ora parlarvi di cosa ben interessante per l’arte musicale e che fa anche onore alla nostra città.
Da qualche tempo si è piantata in Genova, da un signore inglese, il signor W. Giorgio Trice, una fabbrica di organi da chiesa. Ebbi già occasione di darvene cenno nella scorsa primavera, in occasione del concerto Bossola, alla Sala Sivori. Il signor Trice ha trovato un notevole miglioramento nella composizione della cassa dell’aria (somiero), e di questa sua invenzione si fa ora gran discorrere fra gli intelligenti.
Lo scorso venerdì, mediante la savia e competente guida degli egregi maestri Valle e Firpo, mi recai a visitare la fabbrica del signor Trice (che era assente) e potei ammirare, è proprio la vera parola, uno splendido organo destinato ad una chiesa di Verona. La perfezione del meccanismo, l’ottima disposizione dei registri, la dolcezza e potenza delle voci, di cui mi sorpresero sopratutto il flauto, l’oboe, la tromba e l’ottavino, i ripieni d’una sonorità imponente, furono le cose che mi sembrano doversi annoverare fra le specialità di questo organo e che saranno pur quelle degli altri che verranno fabbricati.
L’industria degli organi del signor Trice ha già dato occupazione a buon numero di operai; la richiesta di organi al signor Trice mi si dice sia già numerosa, e fra questi ve ne sono tre destinati alla chiesa della Sine Labe in Genova; quali tre organi suoneranno contemporaneamente, per mezzo di corrente elettrica, benché situati a tre punti diversi delia chiesa. La tastiera isolata verrà posta dietro l’altare maggiore.
Auguro all’egregio signor Trice, che la sua fabbrica vada ogni anno più prosperando. — Minimus.
MANTOVA, 14 Ottobre.
Serata musicale di beneficenza — Notizie varie.
Mantova, non mai ultima quando trattasi di beneficenza, diede anche questa volta splendida prova di carità, allestendo nel teatro Arnaldi, gentilmente concesso, una grande serata’musicale a prò dei poveri colerosi.
Il programma del concerto fu attraentissimo, e, per dir meglio, veramente scelto. Non vennero dimenticati gli autori classici, e l’esecuzione in generale fu accurata e lodevolissima. Per essere breve, e per non rubarvi dello spazio prezioso, parlerò soltanto di quei pezzi, che, a seconda del mio intendimento, interessarono maggiormente il pubblico.
La distinta pianista Camilla Suppi e Virginia Padovani, eseguirono meravigliosamente un difficilissimo Concerto sulla Linda di Chamounix, di San Fiorenzo, ed il pubblico apprezzò altamente il merito di queste brave e gentili signorine, compensandole con una vera ovazione.
Il brillante Concerto di Cerimele, sopra motivi delle opere di Verdi, eseguito dalle signorine Corinna D’Angier e Assunta Franceschi, piacque e rivelò nelle esecutrici talento e valentia.
La concittadina Emma Bagaratti, già iniziata nella carriera artistica, porse la romanza dell' Africana con correttezza di canto, colorito ed accento drammatico. Di bellissimo effetto fu pure il finale del Don Carlo per flauto, due violini, due violoncelli e due pianoforti. Tutti gli esecutori furono applauditissimi.
Il Minuetto di Boccherini, che fu reso alla perfezione, come al solito esilarò il numerosissimo uditorio, che ne volle insistentemente la replica.
L’orchestra, diretta dal bravo maestro concittadino Giuseppe Menegazzi, suonò con brio, sicurezza e bravura la Sinfonia dell’opera Tutti in maschera, e mostrossi assai capace nella esecuzione del Baccanale nell’opera Filemone e Bauci di Gounod.
Un bravo di cuore lo devo al giovinetto Arturo Storti, che si distinse eseguendo inappuntabilmente sul violino una bellissima Serenata di Dal Nero. Fu applauditissimo.
Due parole sul teatro Andreani ed ho finito. Lo scorso mese ebbimo la distinta compagnia Pietriboni per un breve corso di rappresentazioni, che ottenne una ben meritata serie di reali successi. Il cav. Pietriboni, con gentile pensiero, volle che una serata fosse dedicata a sollievo delle vittime del colera: un bravo di cuore. Ora abbiamo l’opera del maestro Sarria, la Campana dell’Eremitaggio, ove si distingue ed ogni sera raccoglie allori, la brava concittadina sig.a Bonaretti; un sopranino ammirabile, dalla voce limpida ed argentina e dalla intonazione perfetta. La musica di quest’opera piace assai, ma il pubblico non accorre numeroso. Ora si sta allestendo l’Esmeralda.
É positivo che il teatro Sociale nel prossimo carnevale rimarrà chiuso. Benissimo!... Poiché ne abbiamo molte, ecco una risorsa dippiù! — Franco.
PARIGI, 14 Ottobre.
Joli Gilles, opera comica in due atti di C. Monselet, musica di Fernando Poise, all’Opéra-Comique — Una ripresa di Galatea di V. Massé — Una parola sul festival a beneficio delle vittime di Napoli.
I poveri compositori che preferiscono scrivere come sentono, senza appartenere ad alcun cenacolo, senza assoggettarsi alle esigenze della scuola novella, sono obbligati di scegliere l’uno dei due giudizi: quello del pubblico o quello dei critici della stampa periodica; giudizi che sono il più sovente in compiuta opposizione. Questi giudicano secondo le idee preconcette, i sistemi, le tendenze; quello secondo l’impressione che ne riceve. Sicché avviene assai di frequente che il compositore è applaudito al teatro e maltrattato nel giornale. Se la sua musica è melodica, piace, riesce, ha felice successo. Ma guai il domani! Non manca 10 penne troppo zelanti per dire che il maestro si è abbassato a far troppe concessioni al cattivo gusto del pubblico. (Grazie pel pubblico!) Se invece essa è un continuo recitativo in melopea, accompagnato da uno strumentale avviluppato ed assordante, l’uditorio si mostra freddo, s’infastidisce, non applaude perchè non comprende; ma il giorno appresso i giornali lodano a cielo il maestro, e biasimano l’attitudine del pubblico, non ancora bene assuefatto alle bellezze ed ai progressi dell’arte.
Non dico ciò pel Joli Gilles di Fernando Poise, ma a proposito di esso; poiché il Poise è uso a battere la sua via, senza curarsi di ciò che ne dirà la critica. Ed in ciò non ha torto. Forzando il suo ingegno, non farebbe nulla che valga. Egli non però spregia le fascinanti seduzioni d’un’armonia ben congegnata; ma non ne fa umile vassalla la melodia. Scrive pel pubblico d’un teatro e non vuol piacere che ad esso. Direi quasi che scrive per sè stesso «ed a quel modo che détta dentro, va significando.» La sua musica è discreta, elegante, melodica, un po’ arcaica, ma d’un arcaismo che alletta. Cerca i suoi modelli nei grandi maestri che lasciarono di sè rinomanza immortale; preferisce quelli dal passato a quelli dell’avvenire; e, volendo essere più preciso, aggiungerò che è ispirato piuttosto da Mozart che da Wagner. Gli uni nè lo biasimano, gli altri lo lodano; ma siccome questi altri sono in maggioranza, così egli può esserne soddisfatto. E lo è.
Così egli scrisse gli Charmeurs, la Surprise de T amour, Bonsoir voisin! ed anche più felicèmente l'Amour médecin. Tutti questi lavori scenici appartengono al vero genere dell’opera comica, qual era una volta, prima di divenire un falso melodramma o una pseudo-opera seria, Joli Gilles è della stessa indole: un idillio ameno e sorridente.
L’argomento del libretto, che è tolto da un apologo di La Fontaine, il Finanziere ed il Ciabattino, può essere indicato in pochi righi: L’allegria un po’ troppo turbolenta di Gilles, povero ma contento, ha il dono d’irritare fortemente il signor Pantalone e sua moglie, la cui figliuola, Silvia, è corteggiata da Leandro, pel buon motivo, quello del matrimonio, Gilles ama Violetta. Il vecchio ed opulento Pantalone, per non udirlo più cantare lietamente sotto le sue finestre, si risolve a fare un sacrifizio: gli dà una cassetta piena d’oro. Il furbaccio sa bene quel che fa. Non gliel’avesse mai data! Divenuto ricco, Gilles perde la tranquillità, il riposo, la gaiezza’; e finisce anche per trascurare Violetta, per allontanarsi da lei, tutt’intento al suo oro. Ma, non siate in pena, Violetta è donna, epperò maliziosa. D’accordo con Leandro, finge di maritarsi con lui; ed ecco il nostro Gilles che ritorna a lei pentito, ravveduto, più innamorato che mai; tanto è vero che allora più si conosce il bene, quando si perde... o si è minacciati di perderlo. Lo sviluppo, l’avete bello ed indovinato: un doppio matrimonio. Leandro sposa Silvia e Gilles Violetta. È un nonnulla, ma questo nonnulla musicato da Poise è gradevolissimo. Il pubblico gli ha fatto la più calda e simpatica accoglienza. V’ha sopratutto un preludio ed un intermezzo, strumentali (questo tra il primo ed il secondo atto), che sono veramente felici. L’intermezzo lo direste caduto dalla busta di gioielli del Boccherini... sarei quasi tentato di dire di Mozart; la sala tutt’intera è scoppiata in plausi e l’ha fatto ricominciare. L’avrebbe inteso volontieri la terza volta. E con questi due pezzi d’orchestra, gentili e graziose melodie, quali convengono all’argomento. Non è già un dipinto ad olio con le sue energiche tinte; ma un pastello, dai colori delicati, pressoché diafani; o se è un dipinto, è della scuola del venusto Correggio anziché del vigoroso Ribera.
Ci è grato rivedere tratto tratto i giulivi personaggi dell’antica commedia italiana: Pantalone, Colombina, Arlecchino, ecc. Non si trovano più che sui teloni di qualche teatro, sui vecchi ventagli ed in qualche opera comica di Thomas, di Grisar, di Poise. Di Thomas c’è Gilles et Gillokin; di Grisar, Gilles ravisseur e Bonsoir, Monsieur Pantalon; di Poise, Joli Gilles.
Tra gli artisti che hanno interpretato quest’opera comica, avrei torto di non mentovare il Fugère (Gilles), la Molé (Violetta) e Mouliérat (Leandro).
Peccato che la serata, così bene incominciata col Joli Gilles, siasi terminata con una troppo mediocre ripresa di quel piccolo capolavoro del rimpianto V. Massé, che ha nome Galatea! Nè l’orchestra, nè gli artisti spiegarono per quell’esecuzione lo zelo reverente che esigeva la più bell’opera del compositore testé rapito all’arte musicale. Si sarebbe fatto assai meglio di non rimettere sul cartello quest’opera, piuttosto che darla in un modo così insufficiente. Il più bell’omaggio che possa farsi alla memoria del Massé sarebbe d’affrettare la rappresentazione della sua Notte di Cleopatra; ma finché si daranno Lakmé, Manon e Carmen, non c’è da sperare. Bisognerà aspettare febbraio o marzo.
Sulle mura di Parigi è stato affisso lo sterminato programma del festival-concert che sarà dato domani sera al teatro Italiano a benefizio delle famiglie delle vittime del colera a Napoli. Innumeri artisti vi prendono parte, fra italiani e francesi. Tra i primi, citerò la Ristori, che riapparirà nella.scena del sonnambulismo di Macbeth e che declamerà un canto di Dante, quello di Francesca da Rimini; e con essa, Tamberlick, Delle Sedie, Nouvelli, Sivori, la Tremelli (benché di questa si dubiti), Gialdini e Conti. Vi canterà anche la Sembrich. Se, come credo, tutti i pezzi mentovati sul cartellone saranno eseguiti, il concerto durerà al di là del dovere. Ma fino da ora tutti i biglietti sono presi; l’introito sarà copioso, ed in quest’atto di beneficenza non vi sarà sciupo... come in tanti altri che l’hanno preceduto e che sono stati più fruttuosi a coloro che ne ebbero l’interessata iniziativa che agli sventurati che avrebbero dovuto sovvenire! — Non potrò rendervene conto che nella mia prossima lettera. — A. A.
LONDRA, 12 Ottobre.
Ancora della Patti — Gemma Luziani ai Promenade-Concerts del Covent Garden — All’Albert Hall — La Manon di Massenet in inglese — Un saluto a Joseph Bennett — Il maestro Luigi Caracciolo — Un libro su Rosmunda Pisaroni.
MENTRE il Comitato internazionale che si costituì il 12 del decorso mese negli uffici del cav. C. A. Sperati va raccogliendo offerte d’ogni genere per venire in aiuto ai municipii delle disgraziate città d’Italia colpite dal morbo che le sta tuttora desolando, e la Société du progrès de la coiffure di Londra, sta preparando con lodevolissimo zelo un concerto per lo stesso santo scopo, la «Diva» completa le innumerevoli sue valigie per far vela il 24 corrente verso la capitale degli Stati Uniti. I giornali annunziano però che la sera del 23 essa canterà a Liverpool in un concerto che vi daranno i signori Harrison di quella città. Che volete? Dopo il rifiuto di cui m’occupai nell’ultima mia, questo concerto parmi un’irrisione bella e buona. Me ne duole per voi, signora Adelina; poiché coloro che diranno un giorno l’ultima parola sulla vostra vita, non potranno a meno di registrare che in voi il sentimento della carità fu al disotto, molto al disotto a quello squisito che avete sortito da natura per l’arte. Quante benedizioni v’avrebbero, per quattro gorgheggi, accompagnata oltre l’Atlantico; e voi sapete che le. benedizioni degli infelici portano sempre fortuna. Ripeto, me ne duole per voi.
Buona parte della stampa di Londra ha avuto in questi giorni parole del più alto encomio per la distintissima nostra pianista, signorina Gemma Luziani, la quale, dopo essersi fatta ammirare durante la season nei più aristocratici salons della metropoli, si presentò il 17 dello scorso mese al concerto classico settimanale (classical night) dei Promenade-Concerts al Covent Garden, ed eseguì il Concerto in do minore di Beethoven, con accompagnamento d’orchestra (non il Concerto in mi minore di Mendelssohn, come erroneamente venne inserito nella rubrica Alla rinfusa del N. 39 della Gazzetta).
Chiamata ripetutamente sulla piattaforma da fragorosissimi applausi, essa suonò quel delizioso Improvviso che è fra le cose più perfettamente riuscite del nostro Martucci. Nella seconda parte del programma, l’esimia pianista ei fece gustare uno Studio di Chopin ed il Valzer-Capriccio di Rubinstein. In conseguenza del genuino successo ottenuto dalla signorina Luziani, che ebbe, come sapete, il merito di conquistare, non ancora quindicenne, il primo premio di pianoforte al Conservatorio di Parigi, l’impresa l’impegnò per la sera dell’8 corrente, nella quale interpretò con molto gusto e sorprendente sicurezza il Concerto in sol minore di Saint-Saëns; stupendo lavoro, contenente modulazioni e passaggi deliziosi e ricco d’idee originalissime — poscia la Serenade Espagnole del povero Ketten ed il Saltarello di Tito Mattei. Essa piacque molto anche in queste due geniali composizioni, più adatte però per un salon, che al vasto ambiente del Covent Garden. Gemma Luziani non è più la bimba-prodigio che nove anni or sono prendemmo in braccio costì nel negozio Ricordi, ma un’artista nel più alto significato della parola, che v’interpreta i generi più disparati di musica con eguale sicurezza e precisione; un’artista dalla mano che si piega a tutte le più astruse difficoltà pianistiche, dal tocco vellutato e carezzevole, dal gusto fino, delicato, squisitissimo. Io non vi posso dare un’idea dell’accoglienza entusiastica che questa cara giovinetta s’ebbe dopo l’esecuzione del lavoro del pianista-compositore francese. E sì che a Londra il pubblico non si accende facilmente, sopratutto pei pianisti, i quali vi fioccano da tutte le parti del mondo! Mia cara Gemma, tu puoi dire ora d’aver nobilmente conquistato a Londra il tuo terreno, e vado certo che fra poco vi diverrai Mercoledì scorso la Nilsson fece l’Albert Hall in un concerto che la mi «celebre.» sua prima comparsa in questa stagione aldicono fosse a beneficio di M.r Watts, il noto intraprenditore di concerti. La celebre cantante svedese che si trovava in eccellenti condizioni di voce, ebbe a compagni la Trebelli, la signorina Badia, i tenori Maas e Parisotti, il baritono Santley ed il basso Foli. Vi fu un bell’uditorio; nulla però di nuovo nel programma ed i soliti applausi. Era stato annunziato sul programma pure il nome di Sims Reeves, ma il celebre tenore inglese, come al solito, non si fece vedere. Non sarebbe tempo di finirla con questa commedia ornai troppo a lungo protratta? Se il signor Sims Reeves è sfiatato e non può più cantare, perchè permette che il suo nome venga annunziato su quasi tutti i programmi dei concerti più importanti? Il maestro Massenet ha riveduto la partitura della sua nuova opera Manou, rifacendone quasi interamente il finale per la compagnia di Carlo Rosa, la quale, quanto prima, riprodurrà quest’opera in inglese. La traduzione, o meglio l’adattazione inglese è dovuta alla forbitissima penna dell’infaticabile Joseph Bennett, il quale, seguendo il consiglio dei medici, partirà a giorni alla volta del Canadà, ove rimarrà in completo riposo per qualche mese. Al dotto ed onesto critico mando io pure dalle colonne della Gaietta un saluto, facendo voti che, completamente ristabilito in salute, ritorni presto fra noi a continuare l’alta sua missione di moderatore nella critica musicale inglese, della quale è il più illustre e temuto campione. Ho il piacere di partecipare ai lettori che il maestro Luigi Caracciolo, il quale tre settimane or sono fu in pericolo di vita in conseguenza di un fortissimo attacco gastrico, ha ripreso, completamente ristabilito, le sue occupazioni ordinarie. Durante la breve sua malattia il simpatico nostro compositore ebbe prove non ’ dubbie di stima e d’affetto dai colleghi e dagli amici italiani ed inglesi ch’egli conta numerosissimi a Londra. Da Piacenza mi pervenne in questi giorni un elegante e nitidissimo volumetto intitolato: Di Rosmunda Pisaroni, cenni biografici e aneddotici dell’avv. Luigi Faustini (i). — Sono poche pagine, ma scritte con molto garbo, e dalle quali spicca fuori ben delineato il profilo del più celebre contralto della gloriosa epoca rossiniana. Quantunque il Fétis abbia lasciato scritto che la Pisaroni «fut considérée a just titre comme le premier contralto de l’Italie;» non ostante che l’Arnaud nelle Regine del canto la definisca un contralto che non fu mai, non che superato, uguagliato sulle scene, ed il Regli registri nel Dizionario Biografico che il nome di lei accrebbe gloria e splendore alla musica sono oggigiorno che ricordano la grande cantante piacentina novenne il 6 agosto 1872? Il signor Faustini ha fatto quindi concittadino raccogliendo con cura ed amore quante notizie guardanti questa somma interprete della musica dell’immortale italiana; quanti morta settantaopera pietosa di potè trovare ripesarese. Il suo libro, intercalato qua e là da opportune digressioni, da assennate riflessioni e da aneddoti piccanti, è scritto in una forma facile e spigliata, e si legge perciò coll’interesse che si prova alla lettura d’un romanzo. Io sono grato all’avv. Faustini per aver evocato col suo libro una grande figura d’artista piacentina, quasi sconosciuta alla presente generazione, e per avermi col suo nome fatto rivivere per un istante sulla placida e serena atmosfera della ohimè! già lontana mia adolescenza. — C. L. 13 Ottobre. accio seguito’ alla mia di ieri per trascrivere il seguente Avviso di conriBOÌ] corso, comunicatomi dal signor Francesco Berger, segretario di questa Philarmonic Society, con preghiera d’inserirlo nella Gazzetta: fi La Società Filarmonica di Londra offre un premio di Venti ghinee per la miglior Ouverture di concerto per orchestra, al quale potranno concorrere i compositori di tutte le nazioni. Le condizioni del concorso possono ottenersi scrivendo al seguente indirizzo: Francesco Berger Esq. Honorary Secretary of thè Philarmonic Society - 6 Jork Street - Portman Square - London.» Spero che questa notizia sarà accolta favorevolmente in Italia, ove non mancano per certo ingegni che possono anche in questo ramo d’alta composizione, far onore al nostro paese all’estero. — C. L. PIETROBURGO, 12 Ottobre. La Gioconda di Ponchielli. lì Hi opo 7 mes* di silenzio, il teatro Maria si è riaperto lunedì colla Gioconda, alla cui rappresentazione, come v’ho detto già, assistette l’autore, il vostro maestro Ponchielli. Il di prima, non c’era più un sol biglietto disponibile: andarono tutti a ruba. La falange artistica ed il maestro Bevignani s’ebbero, al loro apparire, entusiastico saluto del pubblico. La nostra prediletta Maria Durand, la Marconi, furono ricoperte di fiori. Gli esecutori erano quelli dello scorso anno: Durand, Stahl, Marconi, Cotogni, Pinto; un’eccezione ei fu, invece, per la Cieca la cui parte venne sostenuta dalla signorina Stahl seconda. Esecuzione perfetta. La Durand, lo sapete, non ha rivali nella sua parte — e solleva quel che si dice fanatismo. La Stahl (Laura) — applaudita freneticamente pel suo bel canto, e per la sua azione appassionata. L’altra Stahl, l’Enrichetta (Cieca) — nota agli habitués dell’opera italiana (stagione 1882-83) ha fatto sentire una voce fresca, limpida, sonora. La deliziosa voce del Marconi, pare che d’anno in anno si faccia vieppiù bella e squisita; questo giovane artista è anche attore distinto. Cotogni, come al solito, meraviglia il pubblico con quella sua voce così piena, ricca, perennemente fresca. Il Pinto (Alvise) fece egregiamente la sua piccola parte. Le masse corali, benissimo. L’orchestra, sotto la direzione del Bevignani, stupendamente. Dopo l’atto secondo, si era diffusa la voce che l’autore della Gioconda era in teatro; ed al terzo atto, al calar della tela, fu un subisso d’applausi chiedenti il maestro agli onori della ribalta, e dovette presentarsi cogli artisti, fra ovazioni clamorose. Martedì venne rappresentato Roberto il Diavolo, per debutto della PonchielliBrambilla, nella parte di Alice. Gli altri interpreti erano la Repetto (Isabella), Sylva (Roberto), Uetam (Bertramo), Corsi (Rambaldo). Ci sarebbe difficile prò(i) Piacenza, A. Del Maino, L. 2. nunciarci sulla Brambilla, nuova conoscenza nostra, in questa sola parte. Evidentemente essa ei apparve artista provetta, tuttoché non di forte voce, e avesse cantato, durante tutto lo spettacolo, forzando l’organo vocale, forse perchè non conosceva l’acustica del nuovo teatro. Nondimeno ha un mezzo registro piacevole, e non dubito che incontrerà qui più della Bulicioff che, per dir vero, non contava troppi ammiratori della sua voce e del suo talento artistico. La Direzione de’ teatri imperiali ben fece scritturando in sua vece la Ponchielli-Brambilla. Del resto, quest’artista, si ebbe chiamate ed applausi in buon La Repetto (Isabella) — vecchia nostra conoscenza — si accoglienza e canestri di fiori; come al solito brillò con la della sua voce e col suo metodo di canto. Sylva (Roberto) — organo di una forza straordinaria, che facilità ed arte. Uetam — un raro Bertramo — affascina il pubblico colla numero. ebbe festosissima inarrivabile agilità emette con grande sua voce tonante e che sa modulare stupendamente — con un’azione drammatica, piena di energia. Fu oggetto di entusiastiche ovazioni, specie dopo il Valzer infernale. Il Corsi merita di essere ricordato, nella sua parte di Rambaldo. I cori e l’orchestra, sotto la bacchetta di Bevignani, irreprensibili. Nè passerò sotto silenzio le danze della nostra prima ballerina, signora Eugenia Sokoloff, che eseguisce la parte di Elena, nella scena della seduzione dell’atto terzo, con una grazia affascinante. Sabato ho assistito alla rappresentazione della Favorita colla Stalli Amalia, Valero, Pinto e Aleni. Lodevolissima l’esecuzione dei primi tre artisti; la Stalli molto applaudita dopo l’aria, O mio Fernando, cantata con grand’anima. Pure applaudito il Valero (Fernando); la sua voce sonora, insinuante, si è rafforzata dopo il riposo della state; Spirto gentil, fu bissato. Pinto pareva un po’ indisposto. Quanto al baritono Aleni duoimi non poter tributargli encomio nella parte affidatagli di Don Alfonso. L’impresa farebbe bene utilizzandolo altrimenti, poiché gli manca ciò che è indispensabile in un cantante: la voce — e la sua è troppo in dissonanza con quella della Durand, di Marconi, Cotogni, Uetam, ecc. Domani, gran festa all’Opera russa: avremo la ioo.a dell’opera Demonio, di Antonio Rubinstein. L’autore stesso dirigerà. Il repertorio seguente venne pubblicato per la prossima settimana: Lunedì, Roberto. — Martedì, Rigoletto, colle signore Repetto, Staffi, ed i signori Valero, Dufriche, Pinto. — Mercoledì, Gioconda. — Giovedì, Roberto. — Sabato, Africana, colle signore Durand, Colonnese, ed i signori Sylva, Dufriche, ecc. — Domenica, Ballo in maschera, colle signore Brambilla-Ponchielli, Stahl, ed i signori Marconi e Cotogni. — N. S. BRONI. — Ci scrivono in data dell’11 corrente: Il nostro modesto teatro sembra destinato dal caso all’alto ufficio di suffumigatone (mi si perdoni il microbico paragone) dei gentili sacerdoti del culto d’Euterpe. Infatti furono già vari gli artisti di canto che dopo aver debuttato felicemente in Broni, si fecero poscia onore in posti di maggiore rilievo. Ora è la volta del tenore signor Perseo Veri che brillantemente esordisce nella Lucia di Lammermoor. Vi basterebbe il sapere che uscendo da teatro la sera, non sentonsi che di queste esclamazioni: Che stupenda voce! E una rivelazione d’artista superiore! E ben inteso si allude al tenore. Il signor Veri si è affermato veramente un tenore da cartello, e non si giuoca certo d’azzardo pronosticando a questo colto e simpatico giovane una carriera splendida. E chissà, non sia fors’anco riservato ad essere baciato in fronte dalla celebrità. Ha voce sonora, limpida, argentina, melodicamente squillante, tale che ascende all’ultima nota della gamma musicale con ammirabile facilità e sicurezza. Le sue serate sono continui trionfi, perchè i bronesi ne sono giustamente entusiasti, e gli tributano la loro ammirazione con applausi incessanti, reputando un onore l’averlo sulle scene del nostro teatro. Collo studio e colla pratica della scena darà anche maggior espressione ai gesti, ed allora lo saluteremo in alto, molto in alto. Ed i bronesi che con me gli fanno i più lieti e lusinghieri auguri, ne andranno orgogliosi d’avergli dato il battesimo dell’arte. Nella esecuzione della Lucia, sono degni coadiuvatoti del signor Veri, la prima donna signora Climene Buratti-Santi ed il bravo baritono signor G. Palazzi, entrambi artisti provetti e di molta valentia. Anch’essi sono festeggiatissimi tutte le sere. Piace pure il basso signor Alien Fuller, ed il complesso dello spettacolo è tale che farà epoca negli annali del nostro teatro. — G. F. Minerale il mio primiero: Di dissensi il mio secondo Sempre causa in questo mondo: Minerale é pur l’intiero Fortunio. Quattro fra gli abbonati che invieranno l’esatta spiegazione, estratti a sorte, avranno in dono un pezzo di musica da scegliersi fra le Edizioni Ricordi, non eccedente il prezzo marcato di lordi Fr. 4 o netti Fr. 2. Nell’inviare la soluzione si deve in pari tempo indicare quale è il pezzo che si desidera in dono. SPIEGAZIONE DEL REBUS DEL N. 40: Tutto finisce fuori dell’invidia. Fu spiegato dai signori: E. Benda, C. Ciccaglia, G. Da Ponte, P. B. Marconi, D. Sansone, V. Faccanoni, C. Ferodi, E. Reviglio, V. Montalban, F. Chioffi, M. Tornielli Bellini. Estratti a sorte quattro nomi, riuscirono premiati i signori: M. Tornielli Bellini, C. Ciccaglia, F. Chioffi, E. Benda. Omessa della Sciarada del N. 39: E. Benda. Editore-Proprietario TITO DI GIO. RICORDI Oggioni Giuseppe, gerente. R. Stabilimento Ricordi.