Giambi ed epodi/Libro II/La sacra di Enrico Quinto

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Libro II - A Messer Cante Gabrielli da Gubbio Libro II - A proposito del processo Fadda
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XXVIII.

LA SACRA DI ENRICO QUINTO1


Quando cadono le foglie, quando emigrano gli augelli
E fiorite a’ cimiteri son le pietre de gli avelli,

Monta in sella Enrico quinto il delfin da’ capei grigi,
4E cavalca a grande onore per la sacra di Parigi.

Van con lui tutt’i fedeli, van gli abbati ed i baroni:
Quanta festa di colori, di cimieri e di pennoni!

Monta Enrico un caval bianco, presso ha il bianco suo stendardo
8Che coprì morenti in campo San Luigi e il pro’ Baiardo.

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Viva il re! Ma il ciel di Francia non conosce il sacro segno;
E la seta vergognosa si restringe intorno al legno.

Piú che mai su gli aurei gigli bigio il cielo e freddo appare:
12Con la pace de gli scheltri stanno gli alberi a guardare;

E gli augelli, senza canto, senza rombo, tristi e neri,
Guizzan come frecce stanche tra i pennoni ed i cimieri.

Viva il re! Ma i lieti canti ne le trombe e ne le gole
16Arrochiscono, ed aggelano su le bocche le parole.

Arrochiscono; ed un rantolo faticoso d’agonia
Par che salga su da’ petti de l’allegra compagnia.

Cresce l’ombra de le nubi, si distende su la terra,
20Ed un’umida tenèbra quel corteggio avvolge e serra.

Dan di sprone i cavalieri, i cavalli springan salti:
Sotto l’ugne percotenti suon non rendono i basalti.

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Manca l’aria; e, come attratti i cavalli e le persone
24Ne la plumbëa d’un sogno infinita regïone,

Arrembando ed arrancando per gli spazi sordi e bigi
Marcian con le immote insegne per entrare a San Dionigi.

Viva il re! Giú da i profondi sotterranei de la chiesa
28Questa voce di saluto come un brontolo fu intesa:

E da l’ossa che in quei campi la repubblica disperse
Una nube di fumacchi si formava, e fuori emerse

Uno stuolo di fantasmi: donne, pargoli, vegliardi,
32Conti, vescovi, marchesi, duchi, monache, bastardi;

Tutti principi del sangue: tronchi, mózzi, cincischiati,
In zendadi a fiordiligi stranamente avvoltolati.

Entro i teschi aguzzi e mondi che parean d’avorio fino
36Luccicavano le occhiaie d’un sottil fuoco azzurrino.

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Qual brandiva, salutando, un cappel bianco piumato
Con un gracil moncherino che solo eragli avanzato;

Qual con una tibia sola disegnava un minuetto;
40Qual con mezza una mascella digrignava un sorrisetto.

Tutt’a un tratto quel movente di maligni ossami stuolo
Schricchiolando e sgretolando si levò per l’aria a volo;

Ed intorno a l’orifiamma dispiegante i gigli gialli
44Sgambettando e cianchettando intessea carole e balli,

Ed intorno a l’orifiamma sventolante i gigli d’oro
Sibilando e bofonchiando intonava questo coro.

— Ben ne venga il delfin grigio nel reame ove a’ Borboni
48Né pur morte guarentisce fide o pie le sue magioni.

Passerem dal Ponte Nuovo. Venga a sciór la sua promessa
Co ’l re grande che Parigi guadagnò per una messa,

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E nel marmo anche par senta co’ mustacchi intirizziti
52Caldo il colpo e freddo il ghiaccio del pugnal de’ gesuiti.

Marceremo a Nostra Donna. Mitrïati e porporati
Tre arcivescovi i lor sonni per accoglierne han lasciati.

Su l’entrata sta solenne con l’asperges d’oro in pugno
56Quel che tinse del suo sangue gli arsi lastrici di giugno.

In disparte ginocchioni veglia a dire le secrete
Quel che spento fu in sacrato per le mani d’un suo prete.

Benedice la corona del figliuol di San Luigi
60Quel che giacque sotto il piombo del comune di Parigi.

Tristi cose. Al men tuo padre (son cortesi i giacobini)
Nel palchetto d’un teatro morí al suon de’ vïolini.

Coprí l’onda de l’orchestra la real confessïone,
64Salí Cristo in sacramento tra le meschere al veglione.

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Farem gala a quel teatro noi borbonica tregenda:
Da quel palco (Iddio ti salvi!) move, o re, la tua leggenda. —

Cosí strilla sghignazzando via pe ’l grigio aere la scorta.
68Ma cavalca il quinto Enrico dritto e fermo in vèr’ la porta.

Su la porta di Parigi co ’l bacile d’oro in mano
A l’omaggio de le chiavi sta parato un castellano.

Ei non guarda, non fa cenno di saluto, non procede:
72Un’antica e fatal noia su le grosse membra siede.

Erto il capo e ’l guardo teso, ma l’orgoglio non vi raggia:
Una tenue per il collo striscia rossa gli viaggia.

Non pare ordine o collare che il re doni al suo fedele:
76Non è quel di San Luigi, non è quel di San Michele.

Al passar d’Enrico, ei move a test’alta e regalmente;
Fende in mezzo il gran corteggio: ciascun vede e niun lo sente.

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È a la staffa già d’Enrico; ma non piega ad atto umíle,
80E tien dritto e fermo il collo mentre leva su il bacile.

― Ben ne venga mio nipote, l’ultim’ uom de la famiglia!
Queste chiavi ch’io ti porgo fûr catene a la Bastiglia.

Tali al Tempio io le temprava — . Con l’offerta fa l’inchino
84Ed il capo de l’offrente rotolava nel bacino;

Ed il capo di Luigi con l’immobile occhio estinto
Boccheggiante nel bacino riguardava Enrico quinto.


ott. 1874.




Note

  1. [p. 535 modifica]Questi versi furono composti su la fine dell’ottobre 1874, quando pareva imminente in Francia la restaurazione della monarchia tradizionale nella persona di Enrico Carlo Ferdinando d’Artois conte di Chambord salutato da’ suoi Enrico v. La nascita del “figlio del miracolo„ fu cantata da due grandi poeti, Alfonso di Lamartine e Vittore Hugo. Né volli certo oltraggiarne la fine io, poeta “minorum gentium „. La visione feroce e grottesca della impossibilità d’una restaurazione borbonica mi venne dalle condizioni e circostanze politiche della Francia. Del resto io ho sempre creduto che il conte di Chambord sostenne con dignità l’esilio, e ammirai l’animo veramente nobile dell’uomo nel rifiuto di sacrificare all’ambizione di essere re vano lui la bandiera per la quale e [p. 536 modifica]con la quale furono re da vero gli avi suoi: miracolo certo, piú che quello onde egli nacque, tra i giuocatori o meglio i bari di troni che usano in questo secolo. Suo padre, come tutti sanno, fu ferito di pugnale la sera del 13 febbraio 1820 mentre scendeva di carrozza per andare all’Opera, e morí la mattina di poi in un palco del teatro. Il visc. di Chateaubriand nei Mémoires sur la vie et la mort de S. A. R. le duc de Berry scrive, liv. ii ch. v: “Lorsque le fils de France blessé avoit été porté dans le cabinet de sa loge, le spectacle duroit encore. D’un côté on entendoit les sons de la musique, de l’autre les soupirs du prince expirant; un rideau séparoit les folies du monde de la destruction d’un empire. Le prêtre qui apporta les saintes huiles traversa une foule de masques.„