Giovani/Un amico

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Un amico

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Una figliuola Il morto in forno
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Un amico.


Dove arrivavo io, la strada doventava solitaria e quasi paurosa. Saliva dritta, per un quarto di chilometro, fino a un suo ripiano, una specie di terrazza; da cui non si vedeva niente però. Si restava lì come delusi.

Il bosco cominciava eguale da tutte e due le parti: e davanti agli occhi, poi, non c’era altro che bosco: anche la strada si assoggettava ad esso. Era la strada che obbediva.

Fin dalle prime volte m’era venuto la sensazione di un’ombra, che non riescivo a vedere. Era una specie di esistenza che si aggiungeva alla mia; e mi ricordai d’un amico finito tisico a diciotto anni, che si chiamava Gino Scali. Con quanto piacere mi ricordai anche della sua camera tappezzata di carta chiara a fioricini verdi! Andavo a trovarlo sempre molto volentieri, anche perchè io volevo che fosse più amico a me che a qualunque altro. [p. 136 modifica]

Quand’egli m’era dinanzi, riflettevo soltanto a quel che dovevo dirgli; ma, se restavo solo, perchè suo padre o la sorella lo chiamavano, io capivo tutto com’egli viveva e quel che aveva fatto durante la giornata. Non so come, dalle cose stesse della stanza, che io guardavo sempre con simpatia, riescivo a sapere com’egli viveva. Il cappello posato su una sedia, un libro mosso dal posto, una tendina restata alzata bastavano. Egli, rientrando, mi chiedeva:

— Perchè guardi a quel modo?

— Io so quel che hai fatto.

— Sentiamo.

Io lo contentavo: e allora egli chiedeva:

— Chi te l’ha detto?

Io non sapevo quel che inventare che mi paresse meno da fargli invidia.

Allora egli esclamava, ironicamente:

— Tu riesci a indovinare.

Egli, piuttosto povero, era figliolo di un falegname che faceva il custode ad un teatro. Era molto alto e con i capelli neri, magro ma i piedi enormi e larghi; e aveva una sorella modista, più alta di lui.

Egli si riteneva molto intelligente ed era [p. 137 modifica] invidioso degli altri. Qualunque cosa che dicessi o facessi, lo Scali trovava sempre da criticarla; e, perciò, non andavamo quasi mai d’accordo. Non mi dava mai ragione; e, quando mi ascoltava, aveva sempre un sorriso che mi mandava via la voglia di parlargli. E pure facevo di tutto, perchè alla fine smettesse di non stimarmi; e, sopra tutto, di mostrarsi così con me quando c’erano anche gli altri. Si piccava di essere un canzonatore; ma non ci riesci va; quantunque, dopo aver parlato con lui, non avessi più dentro di me quella fiducia ingenua che hanno tutti i giovani.

Egli cercava di saper fare tutto meglio, di me: se non ne era stato capace, diceva in presenza degli altri, senza più rivolgersi a me:

— Badiamo di non credere che gli succederà così anche un’altra volta!

E poi non mi diceva più una parola; mettendosi a parlare di altre cose, con una disinvoltura sprezzante, dandomi occhiate dì compatimento.

Dopo la scuola, non esciva mai; restava in casa a studiare, oppure aiutava il padre quando il teatro era aperto. [p. 138 modifica]

L’ultimo anno che visse, gli erano tornati i geloni alle mani e agli orecchi; come quando era stato ragazzo. S’era fatto più magro, con il viso più lungo; e teneva alzato il bavero del suo pastranuccio sbiadito che gli giungeva sopra i ginocchi. Io allora ero innamorato di una ragazza, e una volta gli feci vedere la fotografia.

Egli me la strappò di mano, benchè io non volessi; e disse con una voce che non gli avevo mai sentita:

— Com’è bella! Le vorrei bene anch’io.

E baciò la fotografia.

Io dissi:

— Hai fatto male!

Eravamo per leticare; ma egli mi chiese, tirandomi per una manica:

— Che male ho fatto?

Non so perchè, non gli dissi altro. Ma mi ricordo che allora volevo sapere chi era quella a cui voleva bene lui. Non me lo volle mai dire. Un’altra volta, lo trovai a disegnare, nello studio di un ingegnere, sopra un foglio di carta incerata. Io lo aiutai, ed egli ne fu contento; perchè io avevo cominciato l’istituto tecnico [p. 139 modifica] mentre lui aveva smesso dopo la licenza della scuola tecnica; e gli fece piacere che continuassi ad essergli sempre amico lo stesso.

— Tu, almeno, doventerai un ingegnere!

Io arrossii, e gli risposi che forse non avrei continuato a studiare. Allora si mise a ridere, stropicciandosi il naso e poi divertendosi a bucare il tavolino con il compasso. E mi chiese, con il desiderio di conoscere il mio amor proprio:

— Ma perchè non vuoi prendere la laurea, giacchè tuo padre può tenerti a studiare?

— Non so il perchè.

— Dunque sei uno scemo.

E anch’egli si ricordò di quante volte aveva pensato o detto la stessa cosa. Ma era sicuro ch’io non gli dessi uno schiaffo, come due anni prima avevo fatto. E, vedendomi rosso e imbarazzato, disse:

— Fai bene a non desiderare d’essere da più degli altri.

Capii ch’egli voleva dire di noi compagni di scuola. In fatti essi, meno che io e un altro, avevano preso la licenza tecnica e basta; cercando subito d’impiegarsi alla meglio. Stemmo [p. 140 modifica] un poco in silenzio, ed egli non si baloccava più con il compasso. Poi disse:

— Sposi quella ragazza?

— Vorrei; e per questo non posso attendere tanti anni per studiare.

— Ma non sei troppo giovine?

— Perchè? Ormai bisogna che io sposi lei, perchè ne sono innamorato. E non voglio lasciarla. E tu?

— A me, quella che mi piaceva, non ha dato retta.

— E non ti dispiace?

— Che m’importa? Anzi, ha fatto bene.

Forse ella non aveva voluto saperne niente, perchè era povero e per antipatia con la sua famiglia?

Si passò una mano sul ciuffo dei capelli, e sorrise. Allora vidi che la sua sottoveste era il doppio per lui e che egli portava sempre la stessa giubba di quando andavamo a scuola. Ma questo mi fece quasi disgusto; ed egli, forse, se n’accorse, perchè si mise a guardarmi ironicamente tutto il vestito. Io mi compiacevo della sua ironia, e mi pareva di avere una sciarpa tanto bella che egli non potesse fare a meno di [p. 141 modifica] dirmelo. Ma, ad un tratto, abbassò gli occhi; impallidì e divenne triste. Riprese il compasso in mano per rimettersi a lavorare, quasi perchè me n’andassi. Aveva un gran naso, ma stretto e rigonfio a metà. I suoi occhi erano quasi sanguinolenti. Portava i mezzi guanti di lana bigia a righe pavonazze, e le sue unghie erano quasi livide. Aveva un pollice fasciato. Allora, io guardai il disegno; ma egli evitava che i nostri occhi s’incontrassero. Io gli chiesi:

— Ti sei avuto a male di qualche cosa?

— No: anzi, ora mi sei meno antipatico. Si capisce di più come sei fatto.

I suoi occhi neri scottavano, e il suo viso mi fece pietà. Gli guardai un’altra volta gli occhi, con più curiosità, quasi disfatti in un olio che ardeva: neri e con le sopracciglia che gli davano un’aria di tristezza e di lutto; quasi voluta. Tentai in vano di ricordargli uno dei nostri giorni più allegri: raggrinzò la fronte, quasi con sdegno. Capii che egli non ci pensava più: e smisi, sentendo la mia spensieratezza attraversata da un brivido. Ormai non avevo più voglia di ridere, e allora gli parlai con affetto di alcuni amici nostri, che da tanto tempo non vedevamo più. [p. 142 modifica]

— E perchè pensi a loro?

Mi chiese così come se avesse voluto dirmi: tu non devi pensare a loro, non voglio che ti amino.

— Hai scritto mai al....?

E me ne nominò uno; quello al quale egli era più certo d’indovinare che avessi scritto.

— Due volte.

Si mise a ridere:

— Hai fatto male.

Io non osai chiedergli perchè.

— Ti ha risposto?

— Sì.

Egli sembrò meravigliato, e disse:

— Non credevo.

— E perchè?

— Che cosa vuoi sapere come mi piace di giudicarli?

Nemmeno allora osai chiedergli spiegazioni.

— Se io andassi via dalla nostra città, non direi a nessuno quel che farei.

— E perchè?

Ma non mi rispose. Si mise a moltiplicare certe cifre, che gli servivano per le misure del disegno; con una tale attenzione come se io [p. 143 modifica] non ci fossi stato nemmeno. Ma capii che continuava, per conto suo, a pensare quel che mi aveva detto. E pure egli mi piaceva quando faceva a quel modo!

Egli lo capiva e si lasciava ammirare, sorridendone: come di un’abilità che io non avevo.

— Ora, vattene. Devo lavorare sul serio.

Io lo salutai, ed uscii.

Dopo due giorni, incontrandolo in strada, lo volevo fermare; ma egli tirò di lungo.

Per due mesi o più, fece di tutto perchè non ci parlassimo. Io stavo per adirarmi da vero e per inimicarmi, quando, una volta, mi raggiunse e si mise, camminandomi al fianco, a parlarmi con un desiderio di riescirmi grato che m’imbarazzò. Parlammo di musica e di pittura, come ci era possibile. Egli mi dette sempre ragione e promise perfino che avrebbe riportato a certi suoi amici, ai quali io non avevo mai parlato, quel che avevo detto. Questa cosa mi colmò di gioia e forse anche d’orgoglio; ma orgoglio non ne avevo, e lo avversavo quando lo scoprivo negli altri. Lasciandomi, per andare a casa, mi chiese:

— Sei amico anche a me come agli altri? [p. 144 modifica]

Io l’avrei abbracciato; ma egli non fu contento che gli avessi risposto a quel modo: forse egli voleva che io avessi meno effusione ma più sicurezza. Ma io non ci era abituato! Egli, dandomi la mano, mi disse:

— Ci possiamo vedere la sera. Io, ora, esco.

Ma, per quanto lo cercassi, non l’incontrai mai.

Quando, alla fine, seppi ch’era morto, mia sorella, Violetta, mi disse:

— Gli avevo promesso di non dirti niente, perchè si vergognava; ma, ora, egli mi ha pregato, prima di morire, ch’io ti debba dire tutto.

Mia sorella aveva sei anni più di me; e io le volevo molto bene. Perciò l’ascoltavo sempre volentieri, e mi faceva le veci di madre.

Ella proseguì:

— Lo Scali è stato innamorato di me, e voleva sposarmi.

Io le chiesi, con un rimprovero troppo impensato:

— E perchè non gli hai dato retta?

Ella non rispose, ma non io capii che era per pudore. Mi prese ambedue le mani e me le tenne finchè non ebbe finito di dirmi tutto. Allora [p. 145 modifica] conobbi quanto lo Scali l’aveva amata. Ella mi fece leggere anche certe sue lettere così piene d’una passione quasi inverosimile, che mi venne da piangere; e feci molto dispiacere a mia sorella. Egli aveva sofferto tanto del suo rifiuto, e non ci s’era rassegnato mai. Fino all’ultimo giorno, aveva avuto una certa speranza; e mia sorella era andata a trovarlo poco prima ch’egli spirasse; perchè egli aveva mandato la sorella sua a chiamarla. Esse, perciò, ora erano doventate amiche e si vedevano quasi ogni settimana, senza ch’io lo sapessi. Ma il ricordo dello Scali non mi lasciava; e mi pareva di vederlo dentro la sua bara già fatto irriconoscibile dalla morte.

E una volta ch’io ero sul ripiano di quella strada, tornai a dietro, stringendo i denti dalla paura, perchè m’era parso che il vento fosse freddo come d’inverno le sue mani.