Guerino detto il Meschino/Capitolo XXII

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Capitolo XXII

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CAPITOLO XXII.


Tutti e tre i cavalieri cristiani giurano di non abbandonarsi l’un l’altro, e incominciano la guerra contra i due fratelli Almonido e Artilaro.


Nel quinto dì, dice Guerino, io era appoggiato ad una finestra della camera, e poneva mente come il campo dei nemici era ordinato, quando chiamai messer Dionino, e così gli dissi: — Per mia fè queste genti stanno così male in ordine, che se io avessi cento cavalieri cristiani, armati bene a cavallo, come io ne ho già avuto diecimila, mi darebbe il cuore di romper tutto questo campo». Allora dissero che nella seguente mattina, prima che il sole apparisse, anderebbero armati fino a mezzo il loro campo, e mentre che stavano a ragionare, sopraggiunse Artilafo, e disse come aveva per una spia, che nel campo s’aspettava Artilaro fratello di Almonido, che era molto più fiero e più grande di persona che Almonido, e disse ad Artilafo: — Prima fa una compagnia che sia fidata a Dio, e non aver paura di Artilaro, che noi abbiamo speranza in Dio, e lo caccieremo dal mondo», e con questo patto tutti tre si impalmarono, e quando fu dì, dissero le orazioni a Dio, si armarono l’un l’altro, e montarono a cavallo con le lancie in mano. Quei del campo non facevano [p. 204 modifica]rumore per non vedere se non due cavalieri. Giunti all’entrata d’un prato, più di duecento persone a cavallo con lancie in mano, vennero contra ad essi; allora disse Guerino a Dionino: — Che faremo?» Ei gridò: — Diamo dentro al nome di Dio»; come misero le lancie in resta, il rumore si levò, e cominciarono ad uccidersi. Quelli del castello ruppero la prima guardia del campo, e venivano uccidendo per la strada e per i campi: le grida erano grandi, ed il suono di certi strumenti, come sono il bufone e tamburini, e il suono di tavolazzi, cioè targoni, pavesi e scudi.

Or chi potrebbe dire i gran fatti d’armi che faceva Guerino trascorrendo per il campo, andando per sino a piedi dei padiglioni? E rivolto indietro, le genti a cavallo volevano serrargli la via; egli abbattè i cavalieri, e facevasi aprir strada per forza della spada, e molti ne faceva morire, intanto che Artilafo giunse con la sua compagnia, cui per forza liberò dalle mani de’ nemici, e fece montare a cavallo del capitano, che Guerino aveva ucciso, e come fu montato, cominciò maggiore battaglia. I Saraceni tolsero il passo ad Artilafo nel tornare al castello, mentre giunse alla battaglia Almonido, e furono sul mezzo di quel piano atterrati. Guerino giunto alla battaglia, mise un grido dicendo: — O franchi cavalieri, le spade e i cavalli ne facciano la via». A questa voce uscirono quei del castello, cioè, i trecento pedoni. Guerino, Artilafo e Dionino fecero tanto, che per forza salvarono tutti gli altri. Erano appena radunati questi trecento, che quelli altri duecento la battaglia rinforzarono, e ritornarono in quel medesimo prato. Allora giunse Almonido con molti armati all’usanza del paese, che furono costretti tornare al castello sempre combattendo, ed al passare d’un piccolo fosso, con poco di piano, qui credettero i nemici scenderlo, e levarono un grido; ma messer Dionino che era meglio a cavallo, entrò innanzi ad Almonido il quale percosse con la lancia e abbattè in terra da cavallo, e Guerino scontrò un grande almirante che aveva intorno da trecento braccia di tela, gli partì quell’involamento in fino a mezzo il collo, e quando cadde morto si levò un gran rumore, e questo si avvide che doveva essere qualche grande fatto [p. 205 modifica]fra loro, perchè tutti si rivolsero addosso al Meschino, che si gittò con la spada tra loro. E giunti appresso il fosso del castello, ad un gittare di mano trovarono un campo di terra, che aveva duecento braccia di terra piena, e la parte verso il castello era terreno più alto: là si fermò Artilafo, perchè era luogo sicuro, e dove i nemici non potevano entrare per l’avvantaggio del terreno. I nemici fecero cerchio in quel campo dal lato di sotto, e restò la battaglia, e così guardandosi l’un coll’altro niuno diceva niente, senza offendersi una parte nè l’altra.

Stando fermi dall’una parte e dall’altra, Almonido si fece avanti armato, e domandò se tra loro eravi niuno che avesse tanto ardire, che volesse provarsi con lui corpo a corpo. Il franco Guerino si fece dare una grossissima lancia, e prima domandò ad Artilafo chi era quello, e quando intese che egli era Almonido, tutto allegro prese la sua lancia e si fece contra lui, e sfidaronsi il campo l’uno l’altro. Almonido domandò a Guerino chi era; egli rispose che egli era Guerino. Almonido disse: — Maometto, se mi donasse tutto il mondo, non mi faria così allegro!». E disfidati, presero del campo, e disse Guerino: — Oh quanto era l’opinione di costui falsa, che tanto di sè stesso si fidava, che non credeva che uomo al mondo fosse da tanto com’egli!» Venne l’un contra l’altro, e due grandissimi colpi si diedero per modo, che Almonido ferito cadde indietro a terra dall’arcione, ed il cavallo di Guerino cadde per terra e affrettossi di levarsi. Levato mise mano alla spada, ch’era una scimitarra. Almonido era tanto grande, dice Guerino, che il suo elmo non gli avrebbe toccato la forcella del petto. Almonido disse verso il cielo, ingannato da sè stesso: «O ria fortuna, come può esser questo, che una mano rispetto a me mi debba avere abbattuto!» Ancora era questo maggior errore che il primo, e adirato menò un colpo con la scimitarra molto fieramente, e Guerino si gittò un poco da un lato, sicchè la scimitarra non lo toccò, ma ficcossi in terra; Guerino se gli gittò presto addosso, e menogli un colpo nella coscia manca, e tagliogliela mezza. Onde egli trasse un gran grido, e bestemmiò Maometto, e per questo però non cadde, ma si drizzò ritto. Guerino gli [p. 206 modifica]andava pur attorno, perchè il sangue tuttavia mancava, e la gente non se n’era accorta, che lo avrebbero soccorso. Il Meschino più con senno che con forza combatteva. Quando il sole cominciò a calare, Almonido per il sangue che aveva perduto, appena stava in piedi, il Meschino se ne avvide, e strinse in braccio lo scudo e verso lui se n’andò, e diedegli d’una punta nel petto, che mezza la spada entrovvi. Almonido diede della scimitarra al Meschino, ma poco male gli fece; tanto sangue aveva perduto, che aveva poca forza; e subito che il Meschino cavò la spada, Almonido cadde morto in terra. Il Meschino corse dov’era il cavallo di Almonido, e presolo, vi montò sopra, e tornò alla sua gente. Quei del campo pieni di dolore portarono il corpo al padiglione. Il Meschino con la sua brigata con gran vittoria tornò dentro del castello, facendo grand’allegrezza, e la sera si fecero gran fuochi per la vittoria ricevuta. In quella notte fuggirono dal campo duecento cavalieri, e vennero al castello. Questi erano di Artilafo e della sua setta, che per paura e forza avevano ubbidito Almonido. Artilafo li accettò dolcemente, e grandissimo onore loro fece.

Era nel campo gran rumore, e molti dolenti per la morte di Almonido. E subito lo mandarono a dire al fratello Artilaro, che, come seppe la morte del fratello Almonido, venne con tante minaccie che tutto il mondo voleva disfare, e cavalcando con gran quantità d’uomini d’arme in fretta, giunse la notte, e venendo il dì in campo trovò che erano fuggiti dal campo due mila cavalieri, dei quali ne entrarono nel castello duecento, i quali minacciò di far strascinare tutti a coda di cavallo; e colui che aveva ucciso il suo amatissimo fratello Almonido, minacciò di farlo mangiare ai cani, e tutti gli altri del castello, grandi e piccoli, uomini e donne, e il castello disfare sino al fondamento; e tutti i parenti ch’erano scappati nel castello, le loro donne, e i loro figliuoli farebbe ardere. Giurò di non far pace con Artilafo per alcun modo, e bestemmiava gli dèi, come il cielo e la terra fossero sottoposti. In tant’ira e superbia montò, che certi de’ suoi maggiori e fedeli consiglieri uccise per ira; e così come uomo furibondo senza alcuna ragione, aspettando il dì, tutta la notte tempestò al padiglione. La [p. 207 modifica]mattina come fu giorno s’armò, e come disperato comandò che se vedessero un sol cavaliere, nessuno gli andasse incontro, e se alcuno si movesse per dargli aiuto fosse tutto smembrato, acciò niuno si movesse e avesse ardimento di andare ad aiutarlo, e se fosse più di uno lo soccorressero, e comandò che niuno non si disarmasse, che vinta la battaglia, e ucciso quel traditore cristiano: «Voglio, diceva egli, combatter il castello e ucciderli tutti per vendetta di mio fratello,» e armato andò verso il castello e in quel luogo dove fu ucciso suo fratello si fermò, domandò battaglia, e gran parte della gente armata era intorno al campo di Artilaro.

Tanta era la superbia di Artilaro che i suoi medesimi pregavano gli dèi che egli perdesse, massime quei di Maronta e di Monis, e del lago Fonte Solis, che dubitavano che non li ardesse tutti per vendetta del fratello. Desideravano avere l’antico loro signore Artilafo, perchè i suoi antichi furono signori di quel paese, e della montagna, e della città e del lago, e questo intervenne per suo difetto e per la superbia, com’è già intervenuto a molti signori per virtù della fortuna, che non conoscono i benefizi che hanno ricevuto da Dio, ma si fanno odiare da’ loro popoli, e fanno ragione che il corpo loro sia fatto di un metallo, a rispetto del corpo di un povero cittadino, e non pensano che quello sia nato com’egli, e morirà molto più virilmente povero di loro; la cagione, che il povero muore con poco fastidio, per la gola non grasso, e per la lussuria mondo, il maggior peccato che puossi avere essendo la lussuria: tutte queste cose sono vizi, e però le virtù non possono se non mancare a chi è povero di amore di Dio e ricco di beni temporali. E così era il superbo Artilaro, che con la superbia credeva pigliare il cielo, e dimandava battaglia ai nemici; i suoi pregavano che pericolasse, come fanno molte città, dove i maggiori trattano male i minori, che pregano Dio che li confonda, e Dio esaudisce le preghiere degli afflitti. Ora per il suonare di Artilaro tutti quei del castello corsero alle mura. Armaronsi Guerino, Artilafo e Dionino, e tutta la gente da cavallo e da piedi, ed i duecento cavalieri che entrarono la notte, ed uscirono fuori settecento tra a piè ed a cavallo nel luogo dov’era [p. 208 modifica]Artilaro sotto una bandiera, e qui armati con le lancie in mano era Guerino, Dionino ed Artilafo, che soprastavano per tutto il campo, ed erano sicuri: allora Artilaro, che era in picciolo piano, dove morì Almonido, gridò: «Quale sarà di voi così ardito che si faccia avanti?» Per queste parole Dionino diede degli sproni al cavallo, ed andò contra lui.

Messer Dionino alla sua usanza inglese andò contra Artilaro, pensando che altro onore non si poteva acquistare. Artilaro pien d’ira pensò che fosse quello che aveva morto il fratello, però adirato spronò il cavallo, e andò verso Dionino, e lo gettò a terra da cavallo, e fu prigione, e seppe chi egli era. Però Artilaro lo menò fino alla sua gente, e fecegli mettere un capestro alla gola, ed a piè di un rovere lo fece mettere, e fece legare questo capestro ad un ramo di quel rovere per tirarlo su. Poi disse a quelli: «Non lo tirate su per fino ch’io non meno quel traditore che mi ha ucciso il fratello», e furioso tornò verso il castello, domandando: «Chi è quello di voi che uccise il mio fratello venga al campo». Intesero tutti i circostanti le sue parole, e disse Artilafo: — Se questi due mi mancassero io sarei morto, però io penso che gli era più onore morire così»; si mosse Guerino, lo richiamò, ed ei non volle restare, arrestò la lancia, e contro Artilaro andò, e cadde per terra, e quando Artilaro il vide, disse: — Mi pare conoscerti, sei tu Artilafo?» Rispose: — Sì, pessimo nemico mio, che sono Artilafo», e l’altro fece gran festa, e lo menò dov’era messer Dionino, e come stava egli, conciò lui col capestro al collo, e voleva tornare alla battaglia, ma un sacerdote del tempio disse ad alta voce in presenza di tutti e dei due prigioni: — O Signore, odi le mie parole per parte di Apollo, prima che tu torni alla battaglia». Artilaro si fermò per udire, ed ei disse: «Sappi che questa notte io vidi in visione il sole e la luna combatter insieme; la maggior parte delle stelle erano in compagnia della luna, e due volte perdette il sole la battaglia, e fu quasi per andar sott’acqua, poi il vidi sorgere con grandissima vigoria, poi vidi le stelle che si volsero contra la luna che prima tenevano con ella, per modo che la luna fu vinta. Io non ho conosciuto questa visione se non ora che conosco quello che ti mostra la tua interpretazione. La [p. 209 modifica]luna sei tu, le stelle sono le tue genti, e tre soli sono questi tuoi tre nemici, cioè: Guerino, Dionino e Artilafo; e perchè tu hai vinto due battaglie, ora fa pace con quel cristiano che tu vedi lassù armato, e fa impiccar questi che tu hai presi. Dico che le stelle sono la tua gente, ma accesa contro di te». Udendo Artilaro le parole del sacerdote, si adirò, e con gran superbia disse ad esso: — Va, e canta l’ufficio di Apollo sopra il corpo del mio fratello morto, che le tue parole non mi metteranno paura», e con furia si mosse per combatter con Guerino. Dissero messer Dionino ed Artilafo che mai non ebbero la maggior paura che quando quel traditore sacerdote disse quelle parole, ed Artilaro fidandosi nella superbia non diede fede alle parole del sacerdote, la qual superbia ha fatto molti morire; e tal crede per superbia avanzare che spesso perde.

Quando il Meschino sentissi chiamare dal suo nemico armato, voltosi a’ suoi cavalieri, disse: — O carissimi fratelli, Dio è fattore di tutte le cose; il signore non può conoscere il suo servo s’egli è fedele. Il buon merito si conosce alla fortuna: fratelli, voi vedete in gran pericolo i miei compagni: il vostro signor Artilafo vi ha tenuti per fedeli amici, ma non è ancora certo se voi siete fedeli servitori. Ma ora il potrete mostrare con effetto come voi siete fedeli servitori, ed il vostro servizio gli sarà doppio, e lo terrà capitale; ora vi bisogna essere valenti, non dubitate, non abbiate temerità che Dio vi darà vittoria contra la superbia di Artilaro disperato, e sebbene io avessi un poco di fatica, non temete, chè la vittoria sarà nostra». Allora smontò da cavallo ed inginocchiossi, e levò le mani al cielo, e pregò Dio che lo aiutasse, sicchè egli potesse liberare quei due cristiani da quei cani Saraceni, per modo che messer Dionino potesse andare al santo sepolcro di Cristo, e a lui desse grazia di trovare il padre e la madre. E fatta l’orazione si fe’ il segno della croce, e montò a cavallo, imbracciò lo scudo, impugnò la lancia, e disse: — Gente, state di buon cuore; che senza fallo il mio Dio ci darà vittoria», e poi andò verso il nemico, e quando fu appresso, disse: «Dio ti salvi franco cavaliero», e non fece come avevano fatto gli altri, ma disse: — Dio ti salvi secondo la tua fede». Artilaro non rispose, ma disse: — Come hai tu [p. 210 modifica]nome?» Il Meschino glielo disse, ed Artilaro rispose: — Dunque sei tu quello che uccise mio fratello Almonido?» Guerino disse: — Se io uccisi tuo fratello, non l’uccisi a tradimento, ma combattendo a corpo a corpo, e proprio l’uccisi qui dove tu sei col tuo cavallo, e così ho speranza di fare a te». Artilaro disse: — Io non vo’ fare così a te, ma per Maometto ho giurato di far mangiar il corpo tuo da’ cani per vendetta di mio fratello, e come traditore. Dopo presero del campo e con le lancie si percossero. Artilaro aveva sotto un alfano molto grande e forte, ma andò per terra, Guerino ruppe le cinghie e pettorali, e con tutta la sella andò per terra, cosicchè non si potò giudicare qual avesse vantaggio. Levati in piedi, Artilaro prese un bastone ch’aveva attaccato all’arcione della sella con tre catene, e verso Guerino si mosse bestemmiando gli dèi. Guerino trasse la spada, e verso il Moro andò, raccomandandosi a Dio, credendosi combattere per la giustizia, e temperato e paziente facendo forte l’animo a sè stesso, e provvidentemente con amore del prossimo sperando vittoria.

Con questa virtù andò contra il nemico con la spada in mano. Nel giungere Artilaro menò un colpo di bastone su l’elmo al Guerino, che se l’avesse giunto, tutto lo avrebbe spezzato; ma il Meschino ch’era destro, si tirò da parte, e il colpo giunse a terra. Il Meschino gli menò un colpo traverso il collo, e credette torgli la testa dal busto, perchè era chinato; il pagano se ne avvide, ed adirato con furia gittò via lo scudo, e a due mani prese il bastone e menò un gran colpo al Meschino. Il Meschino pian piano destramente molti colpi schivava, e vedendo Artilaro non l’avere ancora danneggiato, pensò di ingannarlo. Ancora non gli aveva dato il Meschino se non un colpo con la spada, ed Artilaro prese a due mani il bastone, e fece vista di menare. Il Meschino fuggì da parte credendo che il menasse: Artilaro allora menò, e il giunse sopra l’elmo. Il Meschino conobbe non poter schivare, e con l’animo a tre modi riparò questo colpo: l’uno ch’ei si strinse sotto l’elmo, sicchè l’elmo si riposò su le spalle; l’altra, che alzò lo scudo; e l’altra, che pose la spada sotto il bastone, e fu sì gran colpo che il bastone gli cadde di mano, e diede sulla cima [p. T27 modifica]Il castello di Artilofo. [p. 211 modifica]dell’elmo e cadde tramortito in terra, e Dio l’aiutò che il bastone diede sul taglio della spada per modo che più d’un braccio presso alla catena si ruppe. Artilaro gittò via il resto di quello che gli era rimasto, e corse sopra il cavaliero, e furiosamente, come affamato lupo il prese, e trattogli l’elmo di testa, lo pigliò in braccio, e come disperato se lo gittò sopra le spalle, e andò verso i presi cavalieri. Oh! quanto doloroso pianto fece messere Dionino, e si raccomandò a Dio come fece Artilafo e quei del castello, che erano molto mal contenti e sbigottiti. Il sacerdote d’Apollo gridava: — Uccidetelo!» e la maggior parte del campo gridava, sicchè Artilaro non udiva il sacerdote. In questo mentre il Meschino ritornò in sè, e videsi in tanto pericolo, senza elmo in testa, senza spada in mano, onde subito ricorse al fianco, e il coltello trasse, e vide l’elmo di Artilaro ch’aveva i lacci rotti. Il Meschino gli mise la punta del ferro dentro il collo, ed egli dal dolore lo lasciò cadere, e il Meschino tornò dove era caduta la spada, e quei del castello si mossero, e gli fu rilegato l’elmo in testa, e così a piedi andò dove Artilaro combatteva con la morte, gettato in terra; trassegli fuora il coltello, e così malamente morì. Or ecco quello che fa la superbia, che il più volte finisce sì vilmente. Che morte fece la superbia di Cesare, di Achille, di Pirro suo figliuolo, di Dario, di Alessandro, di Oloferne, di Golìa, e di Saul, di Nembroth monarca, di Marc’Antonio, di Annibale, di Catilina e di Enea? Tutti questi e molti altri sono andati per la superbia a male. Come Guerino ebbe ucciso Artilaro fece metter la sella al cavallo, e vi montò su, e corse dov’era Dionino ed Artilafo; che già si era tutto il campo levato a rumore d’arme, ed uccidevansi come cani insieme.


Andrea da Barberino - Guerino detto il Meschino, 1841 (page 281 crop).jpg