Guerino detto il Meschino/Capitolo XXV

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Capitolo XXV

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CAPITOLO XXV.


Il Meschino va dalla fata Alcina in Italia.


Il Meschino rimase sconsolato per la partita di Dionino, e nel seguente giorno si partì da Saragozza, e cavalcando molti giorni, giunse a Messina per passare in Italia, per ritrovare le montagne della incantatrice Alcina. Da Messina passò il Faro, e venne al regno di Calabria, la quale era giù nel piano ai piedi di Arezzo, che si chiama Risana. Gli Affricani nel tempo di Agolante la difesero, e però fu fatta Arezzo, ed allora murata di nuovo. Stette in Arezzo cinque giorni, e domandò di questa incantatrice, e fugli detto come era nei monti dell’Appennino nel mezzo d’Italia, sopra una città chiamata Norza. Alcuni dicono che ella è chiamata Morsia; ma in questo libro è chiamata Norza.

Un uomo vecchio su la piazza di Arezzo, in presenza di certi forestieri ragionando, disse ch’egli aveva un certo libretto che parla di questa incantatrice; e come due persone vi erano andate, e uno non volle entrare, e l’altro entrò; quello che ritornò disse che quelle montagne dov’è l’incantatrice, sono in mezzo l’Italia, dove son tutti i venti, perchè vi sono nati, e che vi [p. 223 modifica]stavano pure i Grigioni. Questo vecchio in parte insegnò la via al Meschino per andare a quelle montagne presso a Norga.

Egli si parti d’Arezzo di Calvazia, passò le montagne di Aspomonte, e venne alla città di Norza, la quale è nella gran montagna d’Appennino, e giunto ad un’osteria di fuora, vi alloggiò, ed era l’oste un bell’uomo, il quale accettò Guerino allegramente. Quando fu smontato, l’oste gli dimandò donde veniva. Rispose il Meschino: — Io vengo da tutto il mondo, e non so di donde venga, nè dove mi vada.» Disse l’oste: — O gentiluomo, vi è stato fatto dispiacere?» Ei rispose di no; l’oste disse: — Noi vogliamo che il nostro paese sia sicuro». Allora disse il Meschino: — Cercasti mai il mondo?» Rispose l’oste: — Io sono stato in Soria, in Romania, in Ponente, in Spagna, in Inghilterra ed in Fiandra, ed ora son tornato alla mia patria, ed ho provato del bene e del male, e se avrò figliuoli grandi che si possano guadagnare le spese, io gli farò cercar il mondo, perchè chi non ha cercato del mondo, non è uomo.» Disse Guerino: — Udisti mai dire dell’incantatrice Alcina?» E l’oste rispose ch’era in certe montagne lì appresso, ma lui non esservi andato, nè aver voglia d’andarvi; e se voi aveste voglia di andarvi, soggiunse, per carità cacciatela da voi, imperocchè non abita persona appresso a sei miglia, ed è lungi da questa città alquante miglia. Da qui a sei miglia è una fortezza dove si piglia la via per andarvi; ed ho udito dire, che appresso l’entrata vi è un romitaggio dove per mezzo si passa, e vi stanno romiti per vietar la via a chi volesse andarvi; che appena li uccelli possono volarci, e non vi è se non falconi, aquile, ed avoltoi, e griffoni, ed altre fiere pure vi sono. Però fugga da voi la volontà di andarvi, chè di cento che vanno uno ne torna». Disse Guerino: — Lasciamo questo parlare per ora».

La mattina seguente Guerino dimandò all’oste se egli aveva alcun famiglio da mandare con lui in città. Quello rispose di sì, e chiamò un suo figliuolo, e mandollo con lui, e andò alla città ad udire messa. Essendo in piazza s’accostò a certi forestieri che parlavano l’uno coll’altro di certi paesi, e Guerino udendoli ragionare, cominciò a dire dei fatti d’incantamenti; e parlando di una cosa e d’un’altra, uno di loro disse agli altri di questa [p. 224 modifica]città: — Ho udito dire che v’è l’incantatrice Alcina, la quale s’ingannò di modo, ch’ella credeva, che Dio scendesse in lei quando s’incarnò in Maria Vergine, e per questo ella si disperò, e fu giudicata per questa cagione in queste montagne». Disse il Meschino: — E questo chi lo può sapere?» Rispose un uomo antico che si fermò per udir parlare, e disse: — Gentiluomo, egli è vero quel che dice costui; l’incantatrice è in questa nostra montagna, perchè io vidi venire tre giovani in questa terra che vi andarono; due ritornarono, l’altro non tornò mai, ben è vero, che i due dissero che andarono se non ad un romitorio, che è appresso circa due miglia, e non vollero andare più in là pei dirupamenti che videro, e ch’essi aveano trovato prima, e pei spaventosi luoghi che pareva che vi fossero, onde i romiti molto li spaventavano. E dicevano che lì stavano romiti, che hanno in casa una scrittura, che racconta d’un messer Lionello da Saluzzo di Francia, ch’ei v’andò per amor di una damigella, a cui s’era vantato di andarci, ma non era entrato dentro perchè nella bocca dell’entrata disse che usciva gran vento, che tutte le pietre della montagna non potevano turare, e dice che la via di quel romitorio è lunga un miglio, e per larghezza un braccio, e da ogni lato son le ripe e dirupamenti, la valle è poi profondissima, sicchè non è troppo sicuro a chi vi va; e che in capo di questo monte v’è una gran fessa per mezzo, per la quale conviene passare; lunga un altro miglio». Compito di dire, il Meschino volle fargli onore, ma lui non acconsentì, e, fatta la colazione, tornò all’albergo.

Era il Meschino allegro di quello ch’ei aveva sentito dire dell’incantatrice; nondimeno tornato all’albergo di Anuello, stava molto pensoso, ed essendo nella camera sospirava. L’oste all’ora del mangiare apparecchiò quello che faceva bisogno per desinare, e vedendo stare il Guerino sì pensoso, gli ebbe alquanto compassione, perchè gli pareva gentil persona, e allora non gli disse niente, ma la sera, essendo Guerino nella camera, ed anco l’oste con lui, questi lo cominciò a confortare dicendo: — O gentiluomo dabbene, qual è la cagione che dopo che siete in questo albergo sempre siete stato così pensoso?» Disse Guerino: — Per mia fede, s’io credessi che tu mi tenessi celato, [p. T30 modifica]Rampilla taglia la testa a Validoro. [p. 225 modifica]io tel direi!» Rispose Anuello: — Se non è contra la mia fede, non è così gran cosa al mondo ch’io non la tenessi secreta». Detto questo giurò di tenerlo celato. E Guerino cominciò a dire dal principio, che egli era schiavo di Epidonio, e quel che gli era avvenuto nella città di Costantinopoli, e la cagione perchè cercava il mondo, tutto per ordine, e che quella mattina era andato nella città per intendere alcuna cosa della sua fortuna. Per questo l’oste lagrimava con lui venendogli pietà, e disse: — Domanda quel ch’io posso, chè tutto sono apparecchiato a fare». Disse Guerino: — Quello ch’io voglio è che ti voglio lasciare il mio cavallo e le mie armi tanto ch’io torno, e lascierotti tanto oro e argento che tu gli potrai ben fare le spese per due anni, con un famiglio che lo governi in tutte cose necessarie.» L’oste si proferse molto a Guerino, o che lo facesse per pietà, o perchè gli rimanessero l’armi, il cavallo, e i denari, credendosi forse che non tornasse mai più. Disse Guerino. — Io vorrei una guida sino a quelli romiti.» Rispose Anuello: — Altri ch’io non sarà tua guida». Ma egli molto lo pregò che non vi andasse, mostrandogli per molte ragioni, che chi là andava non era amico di Dio. Rispose Guerino: — Io ho speranza di andare a trovare il padre e la mia madre». Disse Anuello: — Io ho sentito dire che chi ci entra e non esce in quel proprio punto che entra, non può più uscire». E poi promisegli d’aspettarlo tre anni. Il Meschino l’accettò per sua guida, ed Anuello promise seguirlo fino al luogo dove si entrava, e lasciando ogni altro pensiero, ordinò di andarvi la mattina. E consegnò quel giorno ad Anuello l’armi ed il cavallo, e certo oro ed argento; ma Anuello ebbe informazione da alcuni di quello che bisognava portare, e comprò molte candele di cera, ed una tasca con tutti gli ordigni d’accender il fuoco.


Andrea da Barberino - Guerino detto il Meschino, 1841 (page 301 crop)