Guerino detto il Meschino/Capitolo XXXIV

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Capitolo XXXIV

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Capitolo XXXIII Capitolo XXXV
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CAPITOLO XXXIV.


Imprese di Guerino in Albania.


La fama era giunta per tutta Albania, che in Italia si faceva gran gente per passare in quel paese. Per questo Napar duca di Durazzo aveva mandato per un suo fratello, il quale aveva nome Madar. Questo Madar aveva tre figliuoli: l’uno aveva nome Arsiaco, il secondo Danache, e il terzo Artilao. E Napar duca di Durazzo aveva due bellissimi figliuoli; l’uno aveva nome Silonio, e l’altro Palamede, e tutti questi cinque figliuoli erano nati poichè il padre del Meschino fu messo in prigione, di diverse donne, perchè i Saraceni possono tôrre molte donne, e tutti atti a portar armi. Tutti costoro eran venuti a Durazzo con gran gente.

Navigando l’armata de’ cristiani ebbero vento all’ostro, per modo che furon spinti nel mar Adriano più che non volevano. Ed entrati dentro nel golfo, deliberarono di non tornare, ma di pigliar terra. E’ presero porto ad una grossa terra, la qual era sotto la signoria di Madar chiamata Dulcigno. Come furono a terra fu detto al capitano che la terra di Durazzo era lì appresso due giornate. Quando il Meschino vide questa terra, pensò che sarebbe molto utile ad averla, e comandò che il campo si ponesse intorno a Dulcigno, e così incominciarono ad accamparsi. Quelli della città, vedendosi accampare i cristiani attorno la loro città, ebbero gran paura, e mandarono a Durazzo due messi, i quali furono presi e menati dinanzi al Meschino, che loro dimandò come la città fosse fornita. Fugli risposto che la gente era tutta [p. 270 modifica]a Durazzo, perchè il campo colà si aspettava. Quando il Meschino sentì questo, subito fece apparecchiare molti ingegni da combattere ch’erano delle navi e molte scale. Il giorno seguente comandò che tutte le navi si dovessero approssimare a terra per combattere, e così fecero i pedoni, e i cavalieri armati i quali tutti con ingegno si approssimarono alla città dove era una gran parte della muraglia molto debole, che quelli della terra se ne fidavano, e non temevano da quel luogo per cagione che era fortificato dal fosso. La città era da tre parti combattuta, salvo da quella parte del fosso, per cui il Meschino aveva mandato tre mila cavalieri in tre parti del paese, i quali, se alcuna gente de’ Saraceni apparisse, l’avessero subito ad avvisare.

Cominciò la battaglia che fu grande per mare e per terra. Quelli di dentro facevano gran difese; ma i balestrieri cristiani ne ferivano molti. Durò questa battaglia dal mezzo giorno fino al tramontar del sole, e molte scale furono appoggiate alle mura, e molte ne furono rotte per le pietre e legni che furono dalle mura gittati: nondimeno la maggior parte di quelli della terra furono feriti, ed essendo molto affaticati si riempirono di gran paura. Essendo la sera sopraggiunta ognuno tornò al suo alloggiamento. E quando le navi furono tirate indietro, il Meschino andò fin alle navi, e chiamò un valente cavaliere, il quale era di Capua chiamato Manfredo, fecelo capitano di due mila pedoni, ed ordinò che l’ubbidissero. Ed ei secretamente gli ordinò che sulla mezza notte facesse accostare le navi a terra, e se potessero pigliare parte del muro dov’era il fosso, lo pigliasse, e se non lo potesse pigliare, che stessero fermi alle navi, e non attendessero altrove, ch’egli aveva speranza d’aver la terra quella notte. Appresso a questo ordinò che trenta barilotti portassero nel campo vôti, e ne fece conficcare due insieme al pari e con due legni, per modo che a due si potevano portare; poi fece congiungere certi legni lunghi confitti l’uno a paro dell’altro, che aggiungessero alle teste dei barilotti, e molte scale furono apparecchiate, e quando queste cose si ordinarono il campo faceva gran rumore. La sera tutto l’oste si confortò, ed i feriti furono ben curati.

Venuta l’ora della mezza notte, il Meschino andò due volte [p. 271 modifica]insino al fosso della terra intorno alle mura. Tornato al padiglione fece armare tutta la gente da cavallo, e pedoni, e fece portar tutti quei barilotti così confitti al fosso. E sempre andavano quietamente con poco strepito, ed, essendo la mezza notte, mandò a dire a Manfredo che si movesse, ed egli fece così; ma non potè andar così quieto, che le navi non fossero sentite, e perciò levatosi il rumore nella città corsero francamente dalla parte del mare e gran battaglia cominciarono, ed in questo mezzo si fece l’oste dalla parte verso Durazzo colle scale. Mentre le due parti combattevano, il capitano fece metter i barilotti nel fosso, e furono prestamente legati e fatti tre ponti da passare. La notte era oscura, e quelli della terra da quella parte non avevano temenza nessuna per amore del fosso. Fatti i ponti, il primo che passò fu il Meschino pianamente con una scala al braccio, ed appoggiolla al muro e vi salì sopra. E giunto fra due merli mise la punta della spada dentro; e non vi sentendo persona salì sopra il muro. Or chi saria colui che sentendo di mano in mano come il capitano era sopra le mura, che non si sforzasse di seguitarlo? Onde montarono sopra le mura più di mille avanti che quelli della terra se ne avvedessero. E, levato il rumore, il Meschino mandò a dire a quelli del campo, che assalissero la terra, chè egli era dentro. Eglino subito si mossero, e ognuno con la sua gente vi salì. Tutti quelli della terra per le loro case piangevano della loro fortuna. Il Meschino prese una porta della terra per dove entrò la gente d’arme, e scorse tutta la terra gridando: — Viva Manzoia e il re Guiscardo!» Prese in tal modo la città di Dulcigno, e furono uccisi quelli che furono trovati per le strade con arme, e fu messa a sacco, e fece battezzare tutti quelli che trovarono per le case, piccoli, grandi, femmine e maschi, e presa questa terra, entrò tutto l’oste dentro facendo grande allegrezza della vittoria e del guadagno.

Que’ del paese di Dulcigno appena intesero che la terra era perduta, andarono a Durazzo facendo sapere a Madar che i cristiani avevano preso Dulcigno. Della qual novella ebbero gran tristezza, dicendo: Converrà che noi li cacciamo, ma prima bisognerà difendersi. E per questo i due turchi fratelli mandarono [p. 272 modifica]in Grecia ed a tutti i Turchi che avevano signoria di qua dallo stretto di Ellesponto per soccorso. Ne venne la novella a Brindisi per modo che seppe questo il re Guiscardo, e subito ordinò molte navi, e mandogli quattro mila cavalieri e tre mila pedoni con un suo figliuolo che aveva nome Girardo il Pugliese perchè nato in Puglia ed in età di ventisette anni. Comandogli il padre ch’ei non si partisse mai dalla volontà del capitano, e venuto a Dulcigno, trovò che il Meschino con tutto l’oste si apparecchiava per andare verso Durazzo. Quando il Meschino vide Girardo ne ebbe grande allegrezza per lui e per la bella gente che menava, e volle che si riposasse tre giorni; poi il chiamò e dissegli: — Noi andremo a porre campo a Durazzo dove fu la prima volontà di tuo padre, ma voglio che a te piaccia rimanere».

Rispose il Pugliese che non era venuto per guardar terra, ma per combatter coi Turchi. In questo si levò nella città gran rumore, e tutta la gente correva all’arme, e un cavaliere giunse a costoro, e disse che verso Durazzo veniva gran gente. Allora il Meschino e Girardo uscirono dal palazzo, e mandarono un bando che tutti si armassero, e che quella notte uscissero dalla terra dodici mila cavalieri e dieci mila pedoni, e il resto lasciarono in guardia della città, e andarono verso Durazzo, e la mattina ebbero novelle che i nemici erano presso a due leghe. Per questo il franco Meschino ordinò le due schiere, e ingegnossi di sapere quanta gente erano i nemici, e seppe per gli spioni, che erano trenta mila a cavallo e venti mila poco meno a piedi. Quando seppe questo egli fece tre schiere. La prima elesse per sè; poi ordinò la seconda con cinque mila a cavallo e con quattro mila a piedi che seguitassero la persona di Girardo; e della terza fece capitano Manfredo con tre mila cavalieri e cinque mila pedoni; quindi a molti franchi uomini che erano nel campo diede le bandiere. Comandò poi che non entrassero nella battaglia sino a tanto che non venisse egli in persona.

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