Guerino detto il Meschino/Capitolo XXXV

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Capitolo XXXV

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Capitolo XXXIV Capitolo XXXVI
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CAPITOLO XXXV.


Il Guerino combatte contro i Saraceni.


Quattro furono le schiere che fecero i Saraceni. La prima la condusse Arfineo figliuolo di Madar, e Danache, ch’era suo fratello. La seconda la condusse Madar, e Artilao suo figliuolo. E ognuno di queste due schiere furono sei mila cavalieri e quattro mila pedoni. La terza la condusse Silonio e Palamede figliuoli di Napar di Durazzo. Fu questa schiera di otto mila cavalieri e cinque mila pedoni. La quarta ed ultima la condusse Napar, e questi furono dieci mila cavalieri e sette mila pedoni. Essendo tutto ordinato vennero per trovare i loro nemici in mezzo della via tra Durazzo e Dulcigno, e riscontrandosi insieme gridavano: — Arme, arme!» E per questo il Meschino si partì dalla sua schiera, e venne a quella dinanzi, e ammaestrava i cavalieri. La schiera d’Arfineo si mise più in furia, che con ordine alla battaglia. Quando il Meschino li vide venire, disse a Girardo: — Se voi mi obbedirete noi saremo vincitori, fate che voi attendiate a tener la vostra gente stretta insieme e ordinata, ed io voglio essere il primo». I nemici erano sì appresso che le saette cominciavano a giungere, ed il Meschino disse: — Orsù, Campioni, [p. 274 modifica]preghiamo Dio che ci dia vittoria contra questi cani Saraceni!» Presto si volse il Meschino con una grossa lancia in mano. Girardo non aveva mai più veduto Saraceni che facevano sì gran rumore, che egli aveva paura di quelle grida, ed andò a lato del Meschino, il quale disse: — O canaglia, che non siete altro che voce, ma le nostre spade saranno forti». E detto questo, mise un grido per metter animo alle sue genti: «Gesù Cristo viva!» e pose la sua lancia in resta con tanto ardire, che tutta la sua gente prese cuore come fece il loro capitano.

Arrestata il Meschino la sua lancia s’incontrò con Arfineo, e dieronsi due sì gran colpi, che Arfineo ruppe la sua lancia, e non potè piegare il Meschino, ma fu sì grande la percossa del Meschino che fu rotta la sua lancia, e gittò Arfineo da cavallo, e nella battaglia si mise con la spada in mano, facendo cose maravigliose. Girardo s’incontrò con Danache, e ambedue si abbatterono in terra da cavallo, e presto si levarono in piedi con le lance in mano, e si assalirono l’un l’altro, e la gente cristiana entrò nella battaglia facendo una grande uccisione di infedeli, per cui i Saraceni sentendosi essere quivi danneggiati, si gittarono in queste parti. Ora qui si cominciò la terribile battaglia, che i cavalieri cadevano per terra da ogni parte; in mezzo fu rilevato Arfineo, fu portato morto a suo padre Madar, il quale ebbe grande dolore sentendo dire che erano a piedi. E Girardo e Danache furono da tanta gente tramezzati, che Danache montò a cavallo, e gridando alla sua gente impediva molto Girardo che era a piedi che non poteva montare alla battaglia che era sì grande. Il Meschino aveva scorso insino ai pedoni, e, veduto la loro schiera, rivolto, tornò indietro a prender la sua schiera per soccorrere a quella battaglia ch’era nel campo, e per campare Girardo ch’era in pericolo. E vedendo tanta canaglia in quella parte, vi si avventò furioso, atterrando cavalli e partendo elmi, oh quanti cappelli di cuoio e di ferro tagliava! Subito fu la spada conosciuta, e giunto nel mezzo della battaglia si gittò lo scudo di dietro alle spalle, e prese la sua spada a due mani, e vide Danache che si sforzava di metter Girardo a morte. E il Meschino lo assalì con gran furore, e il Saraceno si rivolse a lui percuotendosi con le spade, e il [p. 275 modifica]Meschino gli diede sì gran colpo, che gli tagliò l’elmo, e gli mise la spada sino alla gola, e morto Danache cadde in terra; il rumore si levò grande per allegrezza, e il cavallo del morto cavaliere fu dato a Girardo. Quando il Meschino lo vide montare a cavallo, che non l’aveva conosciuto, corse a lui, e disse: — Oimè! signor mio, adunque questa battaglia faceva per te?» e gridò ai cavalieri dicendo: — O gente senza ordine, or come non gridavate soccorso a Girardo?» Allora Girardo disse: — O cavaliero di Cristo, per Dio e per te io son campato, ma farò bene la tua vendetta», e correndo andò fino alle bandiere di questa schiera, e disperatamente combatteva, e gittò la loro bandiera per terra. Il Meschino giunse tra pedoni con tre mila cavalieri, e ruppe tutti i lor pedoni; e le bandiere di questa schiera andavano per terra, e peggio avrebbero avuto se non fosse stato Madar che li soccorse.

Combattendo il Meschino e Girardo Pugliese, e avendo rotta la prima schiera, il Meschino vide apparire la seconda. Egli subito suonò il corno, e ridusse i suoi alle bandiere. Quando Girardo vide tanto in ordine questo cavaliere, disse: — Veramente è valoroso questo cavaliere di Dio, che se Dio non l’avesse mandato la nostra impresa era vana». Già si levava il rumore delle schiere che giungevano alla battaglia. Il Meschino prese una lancia, e verso i nemici si rivolse, e così fece Girardo, e ognuno lauda il capitano per il più franco uomo del mondo. I cristiani a piedi furono messi a lato a quelli che erano a cavallo, ed entrarono nella battaglia. Il Meschino uscì dalla battaglia e corse alla sua schiera, e comandò che ognuno lo seguitasse, e quando giunse alla battaglia, Girardo aveva dato volta ed era in fuga, fuggendo incontrò la seconda schiera ben forte, e vide il capitano che la conduceva. Allora ei si maravigliò, e disse ai cavalieri ch’erano con lui: — Troppa sollecitudine bisogna avere ad un capitano; e niuno non si faccia capitano se non è prudente». Il Meschino disse: — Signore andate alla vostra bandiera, e fatela metter in punto». Girardo disse: — Questo non voglio fare, anzi voglio ritornare nella battaglia», e così fece, e giunsero alla battaglia mentre tutti i cristiani fuggivano. Allora entrarono nella terribile [p. 276 modifica]battaglia, e fu sì grande il loro assalto che misero in fuga tutti i Saraceni. Allora la terza schiera entrò, cioè Silonio e Palamede, i quali entrando nella battaglia fecero danno ai cristiani: ma Girardo diede a Palamede una lancia nel fianco che lo passò dall’altra parte, e abbattello morto da cavallo. Il Meschino si scontrò con Artilao, e gli tagliò il capo. Allora arrivò Napar in battaglia, e mise in fuga i cristiani, e furono morti più di tre mila cristiani tra cavalieri e pedoni: ma il Meschino corse all’ultima schiera, la quale entrò nella battaglia. Silonio si scontrò con messer Manfredo, e lo abbattè morto. Del quale si fece gran pianto, nondimeno la notte partì la battaglia, ed i cristiani affannati si credettero tornare indietro, ma il Meschino si volse a Girardo, e disse: — Guardate che il nostro campo non torni indietro; ma dove sono le bandiere vi fermerete». Girardo corse alle bandiere, e fecele andare innanzi. Il Meschino rimase in battaglia insino alla sera, ed essendo alloggiati appresso un picciolo lago, ed i Saraceni essendo tirati indietro circa una lega, fu una gran paura tra loro della morte dei tre baroni, cioè: Danache, Artilao e Palamede; erano fra due pensieri, o di aspettar la battaglia o no.

In fine i Saraceni deliberarono di levar il campo e tornar a Durazzo, e così fecero. Il Meschino non volle seguitarli per temenza che i Saraceni non l’ingannassero. Perocchè non deve seguire niun capitano il nemico nella sua traccia, ma saputo prima il suo secreto, sempre aspettare il tempo e cercar di fare come il Meschino che non seguitò il nemico. Quando fu chiaro il giorno levò il campo, e andò verso Durazzo, e giunto vi pose in due lati il campo intorno alla città. Essendo quel giorno senza battaglia passato, fuggirono dalla città alcuni che dissero a Guerino che i nemici si apparecchiavano ad assalir il campo dei cristiani, e ancora gli dissero di più che se essi entrassero nella città avrebbero grande aiuto dalla terra. Per questo fece Guerino secretamente stare il campo in punto, e l’oste stette tutta la notte armato e gli altri due giorni. Ma i Saraceni il terzo dì assalirono il campo nel quale fecero gran danno, perchè circa due mila cristiani furono morti, e insino al giorno durò la battaglia insieme combattendo. [p. T35 modifica]Buttossi al collo di suo Padre. [p. 277 modifica]

Non si credette nel campo la notte, esser tanto male se non la mattina seguente, e quando furono trovati tanti morti, benchè l’infelicità tornasse in gaudio, pure il principio fu cattivo per la morte di due mila cristiani. Essendo entrati Arfineo e Silonio nella battaglia, il rumore fu grande per tutto il campo; e il capitano avendo temenza che non fosse entrata altra gente nella città, si diè segno colle bandiere si suonasse la raccolta, e così fu fatto. Fra questo la gente del campo si ristrinse tutta insieme pedoni e cavalli: il capitano e Girardo solleciti facevano ritirare la gente insieme. Per questo furono la mattina molti alloggiamenti abbruciati, e tra i cristiani si accese maggiore ira per volontà della vittoria, in modo che corsero nella battaglia con grandissima furia, e poco combatterono che fu giorno chiaro. Allora Guerino vide nella battaglia Arfineo, e assaltollo con la spada in mano, e spezzatagli la testa per mezzo cadde in terra; il rumore si levò grande, e voltossi in danno verso quelli di Durazzo. I cristiani infiammati lo seguirono verso la terra con loro. Girardo vide Guerino in mezzo dei nemici fare tanto danno ch’era maraviglia; e diceva: «Questo è il più franco uomo del mondo, ed è ben certo cavaliero di Dio». In questo punto uscì fuori della città Madar con cinque mila cavalieri, e gran battaglia si cominciò per modo che molti cristiani fece morire. Guerino vedendo la sua gente a mal partito suonò il corno, e radunò quattro mila cavalieri, e con quelli fece una giravolta per la pianura, e percosse alle spalle, ovvero alle coste della gente di Madar, e scontrossi con lui sicchè lo passò con la lancia insino dall’altra parte, per la cui morte le sue bandiere furono gettate per terra, ed i cristiani per la morte di Madar ripresero forza, e misero i lor nemici in fuga. Vedendo Silonio la sua gente fuggire, gridava fortemente per farli volgere alla battaglia, ma niente gli valeva il gridare. E mentre ch’ei gridava alla sua gente, vide che Girardo il Pugliese pel campo faceva gran danno. Onde adirato rimise la spada nel fodero, prese una grossa lancia in mano, e spronò il suo cavallo, e per questo furono da quella parte molto danneggiati i cristiani, e molto peggio avrebbero avuto, se la voce dei cavalieri non si fosse fatta sentire al Meschino, il quale subito in [p. 278 modifica]quella parte se gli volse addosso come un dragone, e diedegli un sì gran colpo sopra la spalla dritta che gli tagliò parte della spalla e tutto il braccio destro, e cadde in terra con il brando insieme. Nè per questo colpo morì Silonio, ma fuggì verso la città, passò per mezzo di tutti i cavalieri, e giunto dentro della città dinanzi a suo padre morì!


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