Vai al contenuto

I Epistola di San Paolo a' Corinti (Diodati 1821)/capitolo 13

Da Wikisource.
capitolo 12 capitolo 14

[p. 926 modifica]

13
  AVVEGNACHÈ io parlassi tutti i linguaggi degli uomini e degli angeli se non ho carità, divengo un rame risonante, ed un tintinnante cembalo.

2  E quantunque io avessi profezia[1], e intendessi tutti i misteri, e tutta la scienza; e benchè io avessi tutta la fede, talchè io trasportassi i monti[2], se non ho carità, non son nulla.

3  E quand’anche io spendessi in nudrire i poveri tutte le mie facoltà[3], e dessi il mio corpo ad essere arso; se non ho carità, quello niente mi giova.

4  La carità è lenta all’ira, è benigna[4]; la carità non invidia[5], non procede perversamente, non si gonfia.

5  Non opera disonestamente, non cerca le cose sue proprie[6], non s’inasprisce[7], non divisa il male.

6  Non si rallegra dell’ingiustizia[8], ma congioisce della verità[9].

7  Sofferisce ogni cosa, crede ogni cosa, spera ogni cosa, sopporta ogni cosa[10].

8  La carità non iscade giammai; ma le profezie saranno annullate, e le lingue cesseranno, e la scienza sarà annullata.

9  Conciossiachè noi conosciamo in parte, ed in parte profetizziamo.

10  Ma, quando la perfezione sarà venuta, allora quello che è solo in parte sarà annullato.

11  Quando io era fanciullo, io parlava come fanciullo, io avea senno da fanciullo, io ragionava come fanciullo; ma, quando son divenuto uomo, io ho dismesse le cose da fanciullo, come non essendo più d’alcuno uso.

12  Perciocchè noi veggiamo ora per ispecchio, in enimma; ma allora vedremo a faccia a faccia[11]; ora conosco in parte, ma allora conoscerò come ancora sono stato conosciuto.

13  Or queste tre cose durano al presente; fede, speranza, e carità; ma la maggiore di esse è la carità.