I naufraghi del Poplador/3. La costa californiana

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3. La costa californiana

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3.

LA COSTA CALIFORNIANA


Il 28 marzo, cioè quattro giorni dopo la partenza da Acapulco, il valoroso — giungeva in vista del capo San Luca, l'estrema punta della lunga penisola californiana.

La Vecchia California, o California la Vieja, come la chiamano gli spagnoli, è una lunghissima lingua di terra, poco larga, che stendesi fra il mare Vermiglio e l'Oceano Pacifico.

La sua massima lunghezza, dal capo San Luca al sud, alla foce del Colorado al nord, raggiunge le duecento leghe; la sua superficie è di circa 987.642 chilometri quadrati; la sua popolazione è scarsissima e per la maggior parte composta d'indiani.

Quantunque scoperta fino dal 1535, nella quale epoca Cortez, il famoso conquistatore dell'impero messicano, sbarcava a La Paz con due caravelle, ancora oggidì è pochissimo conosciuta. La Spagna, che per quasi tre secoli l'ebbe sua colonia, mai se ne curò, e il Messico che l'aggregò alla repubblica il 1823, la lasciò nello stesso abbandono.

Si sa che è percorsa in tutta la lunghezza da una diramazione della Sierra Nevada, che prende, verso il sud, i nomi di Sierra Carmela e dell'Enfanta e che ha dei monti abbastanza elevati che si scorgono dal mare, a grandi distanze.

Tali sono il Cerro de la Giganta alto ben 1396 metri e il vulcano di Las Virgines che sorge nel punto più largo della penisola e che eruttò fino al 1746. Queste catene e questi monti elevati, che portano spesso tracce manifeste di origine vulcanica, formano piccole ma innumerevoli valli, solcate quasi sempre da microscopici fiumicelli, ma non sempre fertili. I boschi sono rarissimi e non se ne incontrano che nei pressi del capo San Luca, favoriti da un clima dolce quanto quello d'Italia; qua e là crescono le viti, le canne da zucchero, il maiz, il grano, il lino, il cotone e parecchie specie di cacti, le cui frutta servono di cibo ordinario alle tribù indiane.

La vera ricchezza della California Vecchia consiste nelle miniere che sono parecchie e che pare debbano essere ancora più produttive di quelle del Messico. Devesi poi aggiungere la pesca della tartaruga, che si fa specialmente nella baia della Maddalena, indi quella della balena che si fa nei così detti canali de las balenas, nonché delle belle conchiglie chiamate haliotis e delle perle nella baia di La Paz.

Nel 1848, cioè al tempo della guerra fra le due grandi repubbliche, la Vecchia California non era stata teatro di alcun combattimento. Né Real Sant'Antonio, la capitale della penisola, abitata da sole settecento persone, né Loreto, né La Paz, avevano visto alcun yankee, né le debolissime guarnigioni messicane avevano sparato un sol colpo di fucile. Però varie navi si erano fatte vedere presso la costa e poteva darsi che il nemico, in un tempo non molto lontano, eseguisse uno sbarco. Ed appunto per impedire questo sbarco, il capitano del Poplador era stato incaricato di incrociare lungo le coste, di respingere le navi nemiche e dipoi avanzarsi fino a Monterey, la capitale della Nuova California, per tentare una sommossa in favore della repubblica messicana.

Appena apparve in vista il capo San Luca, don Guzman s'affrettò a prepararsi pel combattimento, giacché poteva accadere che il Poplador da un momento all'altro si trovasse di fronte ad una nave nemica.

Fece caricare i diciotto cannoni, fece accumulare nella batteria enormi piramidi di palle e di granate, fece inchiodare la bandiera messicana sul picco e diresse intrepidamente la sua vecchia nave verso il nord, ma in modo da tenersi a breve distanza dalla costa.

— Là, così va bene! — esclamò il tenente Michele, che non era capace di starsene zitto un sol minuto. — Si facciano innanzi, quei prepotenti di yankees, se hanno sangue nelle vene. Nemmeno uno scamperà alle bordate del vecchio Poplador!

— Sono certo che fra breve incontreremo qualche nave — disse il capitano. — Gli americani ronzano attorno le coste californiane, sicuri di non essere disturbati dalla flotta messicana.

— Prepareremo dunque a loro una bella sorpresa.

— Ne sono certo.

— E ne approfitteremo per scaricare addosso a loro tutti i nostri diciotto cannoni.

— E poi?...

— Poi correremo all'abbordaggio. I nostri uomini hanno del fegato, don Guzman, e sanno adoperare bene tanto la scure quanto la navaja.

— Ne dubito, tenente.

— Mi pare che non abbiate molta fiducia nei vostri uomini.

— Ho ragione di diffidarne — disse il capitano con accento triste.

— Sempre quel pensiero.

— Sempre.

— Spero che i fatti smentiranno la vostra brutta opinione.

— Dio lo voglia.

Mentre così discorrevano, il Poplador, spinto da un buon vento, aveva girato il capo San Luca e si avanzava verso il nord, correndo parallelamente alla spiaggia, a meno di tre miglia di distanza.

La costa della lunga penisola appariva bassa, sabbiosa, affatto sterile, difesa qua e là da isolotti nerastri, capricciosamente frastagliati e contro i quali rompevansi furiosamente le larghe ondate dell'oceano. Non vedevasi, per quanto si girasse lo sguardo, né un villaggio, né una fattoria, né la più misera capanna e nemmeno le rovine di una di quelle Missioni che un tempo abbellivano quelle selvagge sponde. Solo scorgevansi, ma a grande distanza, confuse fra le nubi, le alte vette della Sierra Carmela, tagliate a mo' di sega e proprio a picco, e quelle della Sierra dell'Enfanta. Assai più oltre, spiccava la imponente mole del picco de la Giganta, situato sotto il ventiduesimo grado di latitudine.

L'oceano era, al pari della costa, affatto deserto fino agli estremi limiti dell'orizzonte. Non una vela che segnalasse una nave, non una barca da pesca, non un canotto indiano.

Il Poplador, carico di vele, continuò ad avanzarsi, avvicinandosi alla costa quando appariva qualche seno profondo capace di tener nascosta qualche nave e allontanandosi quando qualche punta rocciosa avanzavasi sull'oceano. I suoi marinai, impazienti di venire alle mani, non abbandonarono in tutta la giornata la coperta, anzi più d'uno non lasciò la coffa o la crocetta, malgrado il violento rollìo ed il caldo eccessivo.

Alla sera il vento crebbe e in modo tale che il capitano, sapendo di avere una nave tutt'altro che salda, comandò che s'imbrogliasse buona parte delle vele e si terzarolassero le rimanenti. Ciò non ostante il Poplador potè filare i suoi otto nodi all'ora, velocità notevolissima, specialmente per una nave che contava un sì gran numero d'anni di servizio.

Alla mezzanotte il mare era agitatissimo e sollevava penosamente il vascello. Le ondate, rompendosi contro la costa che era assai vicina, formavano i così detti flutti di fondo, cavalloni enormi che non di rado diventano pericolosi anche per le navi le meglio costruite e le più solide. Più di uno, varcate le murate, si rovesciò sul ponte atterrando gran parte dell'equipaggio, compreso il tenente Michele che era di quarto.

Il giorno appresso, mercé la rapidissima corsa della notte, il Poplador giungeva di fronte a Santa Margherita, isola di ragguardevole estensione, che in parte difende la baia della Maddalena, insenatura ampia assai, capace di offrire un rifugio alla più numerosa flotta delle due Americhe.

Il capitano, temendo che nella baia si celasse qualche vascello nemico, si cacciò audacemente fra l'isola e la costa californiana e visitò accuratamente i seni della vasta baia. Ma nessuna nave ci aveva per anco gettato l'ancora. Non si videro che due canotti malandati, abbandonati sulle sabbie dagli indiani. A mezzodì la nave usciva dalla baia per l'imboccatura settentrionale, dirigendosi verso il capo Lazure.

Come il dì innanzi, l'oceano era deserto e la costa californiana pure. Su questa si vedevano alcune capanne, ma assai distanti l'una dall'altra, e a quanto sembrava, abbandonate.

Il tenente Michele, che non lasciava mai il cannocchiale e che avrebbe volentieri perduto un braccio pur di azzuffarsi cogli yankees, fu assai indispettito.

— Questa solitudine mi fa andare in bestia! — esclamò egli, abbordando il capitano Guzman che passeggiava tranquillamente sul ponte. — Dove si sono cacciati questi dannati yankees?

— Li troveremo — rispose il capitano.

— Ma dove?

— Non ve lo posso dire ignorandolo io stesso, ma li troveremo, ve lo assicuro.

— Se si trovasse qualche borgo...

— Un borgo! Che cosa vi occorre per desiderare delle case?

— Le case non le desidero, bensì gli abitanti.

— Per imbarcarli sul Poplador, forse?

— Per interrogarli. Non abbiamo alcun villaggio qui vicino?

— Nessuno, che io sappia.

— È un deserto questa Vecchia California?

— Quasi un deserto, tenente Michele. Sopra duecento leghe di costa non incontrate dieci borgate. Infatti, cosa sono mai ventimila abitanti per una regione di 987.642 chilometri quadrati?

— Eppure la Vecchia California non è sterile, e si dice che abbia miniere d'oro e non poche. Il vecchio Salva Tierra, che la percorse scortato da sei soldati e tre indiani, lo ha affermato.

— Non dico di no, e vi dirò che il terreno della Vecchia California è eguale a quello del Messico che è così fertile e così ricco di tesori. Anzi è mia opinione che un tempo la penisola sia stata unita al continente.

Il tenente lo guardò socchiudendo un occhio.

— Ci credete davvero? — chiese con tono di dubbio.

— Certamente, tenente Michele. Tutti i gruppi d'isole che circondano le coste, sono un sicuro indizio che la penisola fu violentemente staccata.

— Da chi?

— Da un formidabile terremoto e non vi è da meravigliarsi. Voi sapete che nell'America meridionale i terremoti fecero guasti spaventevoli. La città di Lima, due secoli or sono, fu subissata in soli pochi minuti; Quito due volte in ventitré anni rovinò perdendo quarantamila anime, gran parte delle quali furono inghiottite dal terreno che aprivasi per eruttare acqua e poi richiudersi.

— Deve essere stato un terremoto spaventevole, quello che separò la penisola dal continente, creando il mar Vermiglio.

— Non lo nego.

— Ora che ci penso, capitano, credo a quanto mi dite. La Vecchia California ha più d'un vulcano, e uno di essi, quello di los Virgines, se ben ricordo, eruttò lava fino al 1746. Ma quando accadde il cataclisma?

— Chi può dirlo? Forse accadde nell'epoca stessa che scomparve l'Atlantide degli antichi.

— In epoche remote, adunque.

— S'intende.

— Credete voi, capitano, che la stessa cosa sia accaduta nell'estrema punta dell'America meridionale? Anche laggiù vi sono centinaia e centinaia d'isole, isolotti e scogli.

— È probabile. La terra del Fuoco e tutte le altre isole, un tempo devono essere state unite al continente, indi violentemente separate. Anche laggiù si vedono tracce di antichi vulcani.

— Che spettacolo per gli abitanti!

— Spaventevole senza dubbio, se a quel tempo abitanti c'erano.

— Io vorrei esserci stato.

— Perché?

— Diavolo! Per vedere.

— E probabilmente per morire fra le lave o schiacciato entro qualche crepaccio. Bei gusti, tenente.

I due comandanti stettero ancora qualche po' in coperta, osservando l'ampia distesa d'acqua che scintillava sotto i raggi del sole, indi scesero nel quadro di poppa, dove la campana di bordo li chiamava pel pasto del mezzodì.

Al tramonto, dopo una rapidissima navigazione, il Poplador solcava le acque del golfo di Sebastiano Viscaino, ampia insenatura scoperta dal viaggiatore omonimo che fu il primo ad impadronirsi della Nuova California ed a fondare la città di Monterey sua capitale. Anche qui le coste erano disabitate, capricciosamente addentellate e difese da alte rupi e da lunghe scogliere, contro le quali rompevasi furiosamente l'oceano, producendo interminabili muggiti.

Mastro Josè, prima che il sole si celasse dietro le alpi californiane, segnalò un canotto montato da alcuni indiani, ma questi, appena scorto il vascello, si allontanarono rapidamente, celandosi entro un profondo fiord. Alla mezzanotte il brick, che filava più di nove nodi all'ora, spinto da un fortissimo vento del sud-sud-ovest, girava il capo Sant'Ippolito seguendo la costa a meno di dieci gomene di distanza.

Il 30 marzo il mare si gonfiò facendo vivamente beccheggiare il vascello; il vento crebbe costringendo i marinai a terzarolare gran parte delle vele e il cielo si coprì di nere nubi.

A mezzodì una fitta pioggia cadde sull'oceano accompagnata da lampi e folgori, le prime della stagione; ma verso le tre le nubi furono rotte da un vigoroso vento del sud-est e il sole riapparve. Il Poplador, quantunque furiosamente sbattuto dalle larghe ondate del Pacifico, che non di rado salivano a bordo penetrando per gli sportelli delle batterie, ripigliò la corsa.

Alle sei di sera fu segnalata l'isola di Assuncion, piccolo lembo di terra appartenente alla Vecchia California, irto di rocce, sprovvisto di vegetazione e in quel tempo da nessuna creatura umana popolato.

Don Guzman, per iscarico di coscienza più che per la speranza di trovare qualche nave nemica, la costeggiò per qualche miglio, poi spinse la sua nave verso la costa californiana nelle cui profonde insenature poteva celarsi qualche incrociatore.

Un avvenimento inatteso, arrestò però il Poplador.

Mastro Josè, verso le dieci della sera, mentre scendeva dalla coffa dell'albero di trinchetto, avendo girato lo sguardo verso l'isola che già cominciava a sparire fra le tenebre, aveva scorto una piccola striscia di fuoco balenare in quella direzione e subito spegnersi. Si avvicinò a Michele che passeggiava sulla tolda e lo avvertì.

— Carrai! — esclamò il tenente. — Che ci siano degli americani laggiù? Bisogna chiamare subito il capitano.

Don Guzman fu messo al corrente dell'accaduto. Salì in coperta e guardò attentamente l'isola con un forte cannocchiale. Proprio in quel momento, la striscia di fuoco si mostrò, anzi si udì una debolissima detonazione.

— Ad Assuncion si spara il fucile — diss'egli. — Quella striscia di fuoco è stata prodotta da una scarica di polvere.

— Tuoni e lampi! — esclamò il tenente. — Laggiù ci sono degli yankees da bombardare.

— O degli amici da soccorrere — disse don Guzman. — Sparano il fucile per farci ritornare.

— Degli amici! E perché non ci hanno chiamati quando il Poplador navigava nelle acque dell'isola?

— Forse si trovavano nell'interno a cacciare.

— Ritorniamo?

— Subito, tenente.

L'ordine di virare di bordo fu dato. Il Poplador, abilmente manovrato malgrado la profondissima oscurità, tornò al sud correndo larghe bordate. Il capitano, Michele, Josè e gran parte dell'equipaggio erano affollati a prua cogli occhi fissi sull'isola, che cominciava a delinearsi un po' meglio. Ai piedi di essa, sulla spiaggia, si continuava a vedere il lampo e man mano che la distanza scemava si udiva perfettamente la detonazione del fucile che sparava. Ad un miglio dalla costa don Guzman fece sparare una cannonata. Undici fucilate vi risposero.

— Diavolo! — esclamò Michele. — C'è laggiù un vero presidio. Eh! Eh! Guarda a babordo!... Mastro Josè, prepara il tuo cannone!

Una cosa nera e allungata erasi staccata dalla costa e s'avvicinava rapidamente alla nave. Il mastro cannoniere puntò contro di essa il cannone di prua.

— È una scialuppa — disse don Guzman.

— Ohe! Della nave!... — gridò una voce in puro spagnolo.

— Chi vive? — gridò il capitano.

— Carrai! Viva la repubblica messicana! Urrah per Santana!

— Chi sei?

— Filippo Tarrascon de Barrejos, sergente della repubblica distaccato ad Assuncion. E voi?

— Don Pablo Guzman, capitano del Poplador.

— Che!... Il Poplador di Acapulco? Carrai, sono lieto di vederlo in mare.

— Cosa desiderate, sergente?

— Comunicarvi una notizia importante, capitano. Il valoroso Poplador avrà da lavorare.

— Parla! Parla! — gridarono i marinai affollati sulle murate.

— È stata vista una nave americana — disse il sergente.

— Dove? — chiesero ad una voce don Guzman e Michele.

— Al nord di Assuncion, dove rimase due giorni ancorata.

— Quando è partita? — chiese il capitano.

— Ieri sera.

— Che nave era?

— Un incrociatore, ma assai maltrattato. Camminava penosamente, segno evidente che le sue caldaie hanno dei guasti.

— Una nave grossa?

— Ottocento o mille tonnellate.

— Quale via ha preso?

— Del nord, e se spiegate tutta la vostra tela, sono certo che la raggiungerete nelle acque dell'isola Cedros.

— Grazie, sergente.

— Buona fortuna, don Guzman. Viva il Poplador!