I naufraghi dello Spitzberg/5. Una notte angosciosa

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5. Una notte angosciosa

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4. I primi ghiacci 6. L'arcipelago delle Spitzberg

5.

UNA NOTTE ANGOSCIOSA


La notte infatti prometteva di essere cattivissima, con quel mare che si dibatteva con rabbia selvaggia, con quei ghiacci che da un istante all'altro potevano comparire dinanzi allo sperone della nave e con quel cupo nebbione che impediva di scorgere il pericolo.

La Torpa fuggiva sempre, incalzata dalle onde che la percuotevano furiosamente e che la circondavano da prora a poppa, ma senza sapere dove andasse, perché le raffiche che balzavano dal nord-est al nord-ovest la gettavano di frequente fuori di via, non ostante gli sforzi di Tompson.

Filava come un gabbiano spaventato, fendendo coi suoi alberi il pesante nebbione e speronando con rabbia i ghiacci, che i marosi spingevano dinanzi ad essa.

I marinai parte affollati a prora coi buttafuori e parte disposti ai bracci delle manovre, si tenevano pronti a respingere i ghiacci che potevano apparire a tribordo od a babordo od a virare al primo comando del baleniere. Quantunque la nave corresse dei gravi pericoli, da veri norvegiani, conservavano un sangue freddo ed una calma ammirabile.

D'altronde avevano piena fiducia nel loro comandante, sapendo da quale valente e ardito marinaio eran guidati.

La notte era scesa, accrescendo l'oscurità del nebbione. A malapena si distinguevano le onde e gli uomini di poppa faticavano assai a distinguere i loro compagni che si trovavano a prora.

Dovevano essere le dieci, quando a babordo si vide apparire una luce biancastra, madreperlacea, ma che ora diventava intensa e che ora s'indeboliva al punto da non poterla quasi più distinguere. Quasi subito, senza transazione, la temperatura, che fino allora si era mantenuta sopportabile, divenne rigidissima.

Pareva che dal seno di quella luce biancastra irrompesse una corrente d'aria satura di cristalli di ghiaccio e di neve.

– L'ice-blink! – urlarono gli uomini di prora.

– Banchi a babordo! – tuonò l'ice-master, che non aveva abbandonato il suo posto d'osservazione, non ostante le tremende scosse che subiva l'alberatura.

– Braccia a tribordo!... – gridò Tompson, forzando la ribolla. – Apri bene gli occhi, master!...

La Torpa virò di bordo rapidamente, malgrado le onde che l'assalivano, ma aveva percorso appena una gomena, quando si udì ancora la voce dell'ice-master.

Ice-berg a babordo! ...

– Tuoni di Vardò!... – esclamò il capitano. – Prudenza e sangue freddo, o andremo a fracassarci.

Guardò alla sua sinistra e attraverso alla nebbia, gli parve di scorgere una massa enorme capeggiare fra i marosi. Tese gli orecchi e udì degli scricchiolìi sordi.

Comprese che una montagna di ghiaccio si apriva il passo attraverso i palks e gli streams.

– Vedi nulla dinanzi a noi, master?

– No, capitano.

– Alla fortuna allora e che Dio ci aiuti!...

Senza sostare lanciò la Torpa verso il nord-nord-ovest. Stretto dall'ice-berg e dai grandi campi di ghiaccio, cercava a tentarsi un passaggio che gli permettesse di sfuggire alla stretta.

La nave correva salendo e scendendo i cavalloni, frantumando, con uno scricchiolìo sonoro, i piccoli ghiacci. Passò sotto l'ice-berg, la cui massa imponente si distingueva confusamente fra il nebbione, toccandolo colle estremità dei pennoni di trinchetto, poi passò oltre colla rapidità del lampo.

Non aveva percorso ancora dieci gomene, quando si udì una serie di detonazioni spaventevoli, seguìte da sordi fragori, poi un tonfo orribile. Un'onda immane balzò in aria come se fosse stata sollevata dallo scoppio di cento torpedini, e si distese sull'oceano con impeto irresistibile, scuotendo furiosamente il veliero.

– È caduto!... – gridò Tompson. – Un minuto ancora, e venivamo schiacciati!...

– L'ice-berg? – chiese Oscar.

– Sì, professore ed è caduto pochi secondi dopo il nostro passaggio. Il diavolo se lo porti!...

– Ma...

– Zitto, professore!...

Tompson si era curvato innanzi e pareva che ascoltasse con profonda attenzione. Ad un tratto si rialzò e per la prima volta Oscar lo vide col viso alterato.

– Cosa succede, signor Tompson? – chiese.

– La risacca – rispose il baleniere. – Siamo addosso all'isola degli Orsi.

– Ma dove la udite?

– Alla nostra destra, se non m'inganno. Ice-master?

– Capitano.

– Vedi nulla dinanzi a noi?

– Nulla: la nebbia scende sempre a ondate più fitte.

– Odi la risacca?... Ascolta bene!...

Trascorsero alcuni istanti d'angosciosa aspettativa, poi la voce della vedetta echeggiò ancora sull'alto del trinchetto.

– Sì, la risacca a tribordo!

Tompson abbandonò la ribolla ad un timoniere e si slanciò a prora seguìto da Oscar. Salì sulla murata avanzandosi sul bompresso, cercando di discernere qualche cosa attraverso la caligine che correva disordinatamente rasentando le onde, ma invano. Tese gli orecchi ascoltando a lungo e gli parve di udire uno scrosciare d'acqua, ben diverso da quello che producono le onde nell'incontrarsi.

– La risacca – ripeté. – La barra a poggia, tutta, timoniere. Pronti a virare!...

La Torpa avanzava sempre, ma non più colla prora al nord. Deviava verso il nord-nord-ovest, per evitare l'isola degli Orsi che doveva starle quasi dinanzi.

Il baleniere, aggrappato al bompresso per non farsi portar via dalle onde, ascoltava sempre e regolava la rotta della nave a seconda che udiva frangersi più o meno fortemente la risacca. Ormai si udivano distintamente i muggiti delle onde, rompentisi contro le dirupate spiagge dell'isola.

Per un'ora la Torpa navigò colla prora al nord-nord-ovest, oscillando spaventosamente fra le ondate di fondo causate dalla ripidità delle coste dell'isola segnalata, poi si trovò in un tratto di mare meno irato.

Il baleniere emise un lungo sospiro di sollievo e riguadagnò il castello di prora.

– Dio ci protegge, professore – disse a Oscar.

– Non corriamo più alcun pericolo?

– Non dico questo, ma non andremo più a urtare contro i frangenti, poiché l'isola degli Orsi si trova ora a poppa della Torpa. Vi assicuro però, che ho passata un'ora fra una continua angoscia, e non so se avrei il coraggio di tentare una seconda volta il passaggio, così vicino a quelle scogliere ed in mezzo a simile nebbione.

– Corriamo ora verso lo Spitzberg?

– Sì, professore.

– I ghiacci non arresteranno la nostra corsa?

– È probabile.

– Però mi sembra che questo tratto di mare sia sgombro. Non odo lo sperone urtare i ghiacci.

– Perché ci troviamo nella scia delle Spitzberg. Quelle isole coprono quella degli Orsi, cioè le servono di barriera contro i ghiacci scendenti direttamente dal nord. Ecco anche il motivo per cui noi qui siamo meno battuti dalle lunghe ondate dell'Oceano Artico.

– Infatti la Torpa rolla e beccheggia molto meno di prima e le raffiche sono meno impetuose. Quando sperate d'avvistare l'arcipelago?

– Domani, prima del tramonto del sole, se il vento non gira al nord.

– Così presto?

– Non vi sono che centocinquanta miglia fra l'isola degli Orsi e lo Spitzberg.

– È vero, signor Tompson. Quale rotta terrete?... Puntate verso il capo Sud o sull'isola di Hope?

– Sul capo Sud, poiché, come vi dissi, mi preme mettere al sicuro la Torpa nel profondo Eis-fiord. Professore, ritiratevi nella vostra cabina e dormite tranquillo.

– Approfitto – rispose Oscar. – E voi?

– Non lascerò la ribolla finché non vedrò il capo Sud.

– Buona notte, capitano.

Tompson aveva però detto troppo presto, che non vi era ormai più alcun pericolo. La Torpa veleggiava con maggior stabilità, essendo le onde meno irate in quel tratto di mare riparato dal vasto arcipelago delle Spitzberg, ma i ghiacci tornavano a mostrarsi, trascinati colà dal vento del nord-ovest e prima accumulati da quello del sud-est.

Ad ogni istante l'ice-master segnalava degli ice-bergs mostruosi che ondeggiavano pesantemente e che potevano, con un solo urto, fracassare la nave malgrado la robustezza dei corbetti e del fasciame. Quei colossi si vedevano sfilare in mezzo al nebbione, tramandando sprazzi di luce biancastra e si udivano cozzi violenti, sorde detonazioni, poi capitomboli i quali producevano delle ondate mostruose che si rovesciavano improvvisamente sulla nave. Fortunatamente la nebbia, continuamente lacerata dalla furia del vento, pareva che si decidesse ad alzarsi. Infatti di quando in quando l'oscurità scemava e talvolta si scorgeva in alto una luce pallida che doveva essere proiettata dalla luna.

Anche il vento, spazzato forse dalla grande barriera dell'arcipelago, soffiava meno violento e accennava a diventare più regolare.

Verso le sei del mattino, nel momento in cui la nebbia cominciava a diradarsi, si udì l'ice-master a gridare:

Ice-field a babordo.

– Di già! – esclamò Tompson, aggrottando la fronte. – Ecco una sorpresa che non mi aspettava così presto.

Abbandonò la ribolla ad un timoniere e salì lesto le griselle dell'albero di trinchetto, fermandosi sotto le crocette sostenenti la botte dell'ice-master. Con sua grande sorpresa si trovò fuori dal nebbione addensato sul mare.

In alto scintillavano gli astri e la luna, la quale pareva un disco di metallo battuto, circondato da un gran cerchio di vapori e sotto, fino all'altezza della coffa dell'albero di trinchetto, si stendeva la nebbia sovrapposta a strati irrequieti, i quali si rigonfiavano qua e là sotto i soffi del vento.

Da quei vapori emergevano i due alberi della nave e le punte di numerosi ice-bergs ondeggianti sul mare, e verso il nord si vedevano erigersi dei picchi numerosi i quali proiettavano in aria quella luce scintillante, bianca come quella delle lampade elettriche, chiamata ice-blink. Quelle guglie di ghiaccio avevano una estensione immensa e si succedevano senza interruzione fin dove potevano giungere gli sguardi.

Il baleniere comprese, con un solo sguardo, che sotto quella selva di picchi doveva estendersi uno di quei campi immensi chiamati ice-fields.

– La via del nord è chiusa, è vero, ice-master? – disse.

– Sì, capitano – rispose il pilota dei ghiacci.

– Credi che troveremo degli altri banchi di tale specie, sulle coste occidentali dello Spitzberg?

– È probabile, se non ci affrettiamo.

– Scorgi alcuna vetta all'orizzonte?

– Ho puntato or ora il cannocchiale e mi è sembrato di aver veduto una macchia oscura.

– È il capo Sud della grande isola, pilota.

– Lo credo anch'io, capitano.

– Hai scorto l'ice-blink, in quella direzione?

– No, signor Tompson.

– Buon segno: spero di poter approdare.

Ridiscese in coperta passando attraverso l'umido strato dei vapori e riprese la ribolla del timone, tenendo gli sguardi fissi sulla bussola.

Due ore dopo, mentre gli ultimi strati del nebbione si dileguavano fuggendo verso il sud-est, si udì l'ice-master a gridare:

– Terra a prora!...

– Siamo allo Spitzberg? – chiese una voce.

– Sì, professore – rispose il baleniere, volgendosi verso Oscar che era allora comparso in coperta. – Avremo però da veleggiare parecchie ore ancora prima di giungervi.

– È libero il mare?

– Sembra, ma lo sapremo più tardi.

– Sono impaziente di giungere a quelle isole, signor Tompson.

– Lo credo, professore, ed io non lo sono meno di voi.

– Si può dire che la nostra missione sta per finire, capitano.

– O per cominciare?... Non sarà così facile trovare i naufraghi delle due navi e chissà quando potremo pensare al ritorno e se lo potremo.

– Ho fiducia nella vostra esperienza.

– Ma i ghiacci se ne ridono dell'esperienza, professore, e possono prepararci qualche sorpresa ben brutta.

– Speriamo.

– O meglio confidiamo in Dio – concluse il baleniere.