I predoni del Sahara/Capitolo 33 - A Kabra

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Capitolo 33 - A Kabra

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33 - A Kabra


Il Niger, la cui esistenza fino a centocinquant'anni or sono era quasi stata messa in dubbio e le cui sorgenti non furono note che negli ultimi cento anni, è uno dei più grandi fiumi del continente africano. Se non può gareggiare col Nilo, certo può stare a fronte, pel volume delle sue acque e per la sua lunghezza, allo Zambesi ed al Congo.

Questo gigante dell'Africa occidentale nasce sui pendii settentrionali dei monti Kong, ma più precisamente sui monti Loma, all'est della Sierra Leone, a 23° di lat. N. ed a 45° di long. Ovest, e descrivendo un immenso arco va a gettarsi nel golfo di Guinea per tre bocche ben distinte: il Nuovo e Vecchio Calabar ed il Nun. Dove nasce non ha che due soli piedi di larghezza, a malapena la mole d'un torrentello, ma man mano che se ne allontana, aumenta considerevolmente e rapidamente, raccogliendo le acque di numerosi affluenti che bagnano gli stati di Bammacin, di Jannina, di Sego, di Jenne, fino a raggiungere una larghezza che varia fra i quattro ed i sei chilometri. Ha una profondità che supera sovente i dodici metri.

Scorre dapprima sotto il nome di Timbiè, poi sotto quello di Baba e Joliba, ossia di grosso fiume; sotto Tombuctu viene chiamato Bara Isse, poi finalmente Quarra.

Questa immensa arteria che bagna le regioni più ricche dell'Africa occidentale e che spinge le sue acque fino al deserto del Sahara, come fu detto, non venne conosciuta che alla fine del settecento.

Si sapeva che un gran fiume doveva bagnare quella parte del continente nero. Erodoto ne era stato già informato dai Greci di Cirene, ma esso era stato scambiato per un affluente del Nilo. Gli scienziati moderni avevano invece supposto che scaricasse le sue acque nel lago Tsad.

Solo nel 1795 si ebbero notizie positive sulla esistenza e sull'importanza del Niger.

Mungo Parck, un valoroso scozzese, fu il primo ad accertarsene.

Partito con pochissime persone e con scarsi mezzi, arriva, dopo fatiche enormi, nel Bambarra e saluta pel primo il fiume gigante.

Lo rivede nel 1797 assieme al cognato Anderson Scott, ma le malattie decimano la sua scorta, la sua scialuppa naufraga ed il disgraziato scopritore ed i suoi compagni vengono barbaramente assassinati dai negri.

Nel 1822 un altro inglese, il maggiore Laing, ritenta l'esplorazione, raggiungendo i monti Kong, dove si trovano le sorgenti del fiume. Ritornato cinque anni dopo, viene preso dalla tribù degli Oland-Sciman e, rifiutandosi di abbracciare la religione mussulmana, subisce la strangolazione.

Renato Caillé, un francese, più fortunato degli altri, parte alla ricerca del Niger, solo, senza mezzi, senza aiuti, ma sostenuto da un coraggio straordinario. Attraversa il Sahara, penetra pel primo in Tombuctu, fingendosi un mussulmano, dal 1827 al 1828 esplora il Niger e ritorna in patria riattraversando il deserto e guadagnando le 10.000 lire promesse dalla Società geografica di Parigi.

Nel 1829 il capitano Clipperton, incoraggiato dai successi di Caillé, rimonta il Niger, attraversa il Benin, dove viene fatto prigioniero dai negri di Sacheatan e muore fra le braccia di Sander, un compagno devoto.

Suo fratello Riccardo, guidato da un servo che aveva preso parte alla prima spedizione, nel 1831 risale a sua volta il Niger, e colpito da una palla sparatagli contro da un negro sconosciuto, muore quasi alla foce del fiume.

Anche il Niger al pari del Nilo, del Congo e dello Zambesi ha avuto le sue vittime.

I quattro mehari, incessantemente aizzati dai loro cavalieri, divoravano la via, con lena crescente, col collo teso come struzzi in corsa, le nari dilatate, gli occhi animati.

Pareva che avessero compreso che la salvezza dei loro cavalieri dipendeva dalle loro gambe, e si slanciavano innanzi con furia incredibile, sollevando turbini di polvere che li avvolgeva tutti.

Il marchese, che era l'ultimo, si voltava di frequente per vedere se i cavalieri che erano usciti dalla porta orientale di Tombuctu guadagnavano via.

Era ormai certo che lo inseguivano, perché avevano preso anch'essi la direzione di Kabra. Erano una ventina per lo meno e bene montati, e non rimanevano molto indietro, quantunque i mehari corressero come il vento.

“L'hanno proprio con noi,” disse il signore di Sartena.

“La cosa è grave, marchese. Quei kissuri possono darci molto fastidio,” aggiunse Ben.

“Appena imbarcati attraverseremo il fiume e ci metteremo in salvo a Koromeh.”

“Le scialuppe non mancano a Kabra e quei kissuri ci faranno inseguire anche colà. Bisogna andare più lontani, almeno fino a Ghergo. In quest'ultimo villaggio l'autorità del sultano è quasi nulla. Volete imbarcare anche i beduini?”

“No, Ben,” rispose il marchese. “Anzi contavo di regalare loro i nostri cammelli come premio della loro fedeltà. Non prenderemo con noi che El-Haggar, il quale ormai ci è molto affezionato.”

“Sì,” disse l'ebreo, “e quando giungeremo nel Marocco lo compenserò come si merita. Senza di lui, forse mia sorella si troverebbe nell'harem del sultano.”

“E non mi sarei giammai consolato d'una tale disgrazia,” rispose il marchese, guardando Esther che cavalcava a fianco di Rocco. “Ah!... un colpo di cannone!... che cosa può significare?”

“Che sia qualche segnale?” chiese Ben, con apprensione. “Tò! Un altro ancora!”

“Vediamo,” disse il marchese.

Si alzò sulla sella e guardò verso il nord, in direzione di Tombuctu. I kissuri continuavano a galoppare nella pianura sabbiosa seguendo sempre la via presa dai mehari. Avevano perduto un altro chilometro, non potendo i loro cavalli competere cogli agili corsieri del deserto. “Temo che questi colpi di cannone siano un segnale per le autorità di Kabra,” disse il marchese, aggrottando la fronte.

“Che c'impediscano d'imbarcarci?” chiese Ben. “Marchese, non sono tranquillo.”

“E nemmeno io. Fra dieci minuti però saremo sulle rive del Niger e se quei negri vorranno arrestarci non risparmieremo le cartucce. Ben, preparate il vostro fucile.”

“È carico.”

“Avanti!”

Kabra, che è il porto naturale di Tombuctu, non si trovava ormai che a qualche chilometro.

Non è che una cittaduzza di poche migliaia di abitanti, situata su un canale artificiale, il quale non diventa navigabile che in certe epoche dell'anno, ma che pure è della massima importanza per Tombuctu, approdandovi numerose flottiglie provenienti da Nopti, da Djenne, da San, da Ghergo e anche da Bamba.

È a Kabra che si accumulano le mercanzie e soprattutto i viveri necessari per approvvigionare Tombuctu, il cui territorio non produce che un po' di tabacco.

Ivi si trovano infatti enormi quantità di viveri, soprattutto riso, miglio, burro, montoni, tè e zucchero che vengono dai paesi meridionali; ed anche stoffe, filati, passamanerie, fucili a pietra, calicot e altre mercanzie che provengono dalla colonia francese del Senegal.

Se il porto di Kabra cessasse di venire frequentato, Tombuctu correrebbe il pericolo di rimanere senza viveri e di vedere il suo immenso commercio arenarsi. Ed infatti nel 1885 i Tidiani per rappresaglia hanno affamato la Regina delle Sabbie senza aver bisogno di armare i guerrieri e di sparare un solo colpo di fucile.

Presso i terrapieni di Kabra si vedeva una certa animazione che destava inquietudine nell'animo del marchese. Dei gruppi di negri armati di lance apparivano, poi scomparivano per tornare poi a mostrarsi, e dei cavalieri percorrevano la pianura dirigendosi verso i kissuri del sultano.

Quei colpi di cannone dovevano aver allarmato le autorità della cittaduzza, le quali si erano certo affrettate a mandare dei corrieri verso Tombuctu.

“Amici,” disse il marchese. “Carichiamo alla disperata, e se quei negri cercano di chiuderci la via, passiamo al galoppo sui loro corpi. Rocco, mettiti presso di me; Esther state dietro di noi e voi Ben, alla retroguardia. Non risparmiate le cartucce e al mio comando fate fuoco.”

I mehari in pochi minuti superarono l'ultimo tratto di pianura e giunsero addosso ad alcuni negri armati di vecchi fucili a pietra e di lance, che si erano collocati fra due terrapieni semidiroccati.

Il comandante del drappello, un negro muscoloso, che si pavoneggiava in un caic rosso e che teneva in mano un lungo bastone col pomo d'argento, si fece innanzi gridando:

“Alt! Di qui non si passa!”

“Sgombra!” tuonò il marchese, alzando il fucile.

“Senza ordine del sultano non si passa!”

“Amici! Alla carica!”

I quattro mehari piombano in mezzo al drappello, il quale si divide precipitosamente, salvandosi sui terrapieni.

Il capo, che non aveva avuto il tempo di imitarli o che credeva che quegli stranieri non osassero tanto, viene travolto fra le zampe dei mehari e rimane in mezzo alla polvere della via, malconcio e col suo fiammante caic a brandelli.

“Avanti!” urla il marchese, minacciando i negri col fucile.

I quattro mehari passano come un uragano fra i due terrapieni e si slanciano fra le vie della cittaduzza, dirigendosi verso il fiume. L'allarme però è stato dato e nuove bande di negri accorrono da tutte le parti, per chiudere il passo agl'invasori.

Un secondo drappello tenta di arrestare il marchese sulla piazza del mercato. Si compone d'una trentina di negri straccioni, che indossano caic sbrindellati e scoloriti, armati di fucili inservibili e di scimitarre arrugginite dalla lama larga e pesante.

“Largo!” urla il marchese, puntando il fucile.

Urla assordanti s'alzano fra il gruppo e tre o quattro moschettoni lo prendono di mira.

Rocco scaglia il suo mehari nell'orda e maneggiando il fucile sopra le teste degli assalitori abbatte col calcio scimitarre e archibugi. Quell'ercole, che sembra deciso a fare una strage, spaventa i negri, i quali si affrettano a scappare, gettando perfino le armi, per correre più velocemente.

“Vedo il fiume!” grida Ben.

“E io vedo El-Haggar,” dice Esther. “Ecco che ci corre incontro.” Il moro sbuca in quel momento da una viuzza. È inseguito da alcuni brutti negri i quali gli urlano dietro come botoli ringhiosi. Essendo però armato di fucile, non hanno il coraggio di assalirlo.

“Signore!” grida vedendo il marchese, “accorrete! Stanno per saccheggiare la scialuppa!”

“Ci portano via le casse?”

“Amici! Salviamo il tesoro!” grida il marchese.

Fa fuoco contro i negri che inseguono il moro, spezzando una gamba al più accanito, poi si slancia sulla viuzza, mentre Rocco, Ben ed Esther scaricano le loro armi verso gli angoli della piazza dove stanno radunandosi altri avversari.

In pochi istanti il drappello, seguito da El-Haggar, che correva come un'antilope, percorre la viuzza e sbocca sulla riva del canale. Una zuffa si era già impegnata fra i due beduini ed i battellieri da una parte, e una banda di negri, proprio dinanzi alla scialuppa la quale era stata ormeggiata presso la gettata.

I selvaggi figli del deserto non risparmiavano le busse. Impugnati per la canna i loro lunghi moschetti, percuotevano furiosamente a destra ed a manca, mentre i due barcaioli arruolati dall'arabo li appoggiavano distribuendo all'impazzata colpi di remo.

I negri però, dieci volte più numerosi, stavano per sopraffarli ed avevano già cominciato a saccheggiare la scialuppa.

Vedendo sopraggiungere quei quattro cavalieri guidati dal moro i predoni esitarono, poi abbandonarono le casse e si salvarono a tutte gambe, inseguiti dai beduini per un breve tratto.

“A terra!” esclamò il marchese.

Aiutato da Rocco, da Ben e da El-Haggar trasportò le casse nella scialuppa.

“Presto, Esther,” disse Ben.

“Eccomi,” rispose la giovane, balzando nella barca, mentre i due battellieri afferravano i remi.

I beduini in quel momento ritornavano.

“Dove sono i cammelli?” chiese il signor di Sartena.

“Presso un nostro amico, signore,” rispose uno dei due.

“Sono vostri.”

“Signore!” esclamarono i beduini, non potendo credere a tanta fortuna.

“Sì, ad una condizione però.”

“Parlate, signore.”

“Che riconduciate ad un vecchio chiamato Samuele i quattro mehari. Fuggite, non lasciatevi sorprendere dai kissuri che c'inseguono.”

“Che Dio vi guardi, signore,” dissero i beduini, balzando verso i quattro cammelli corridori.

“Al largo!” comandò il marchese.

La scialuppa si scostò dalla riva e filò lungo il canale, mentre i negri, vedendo sfuggire la preda, accorrevano da tutte le parti, urlando:

“Fermatevi o facciamo fuoco! Ordine del sultano!”

“Sì, prendeteci ora,” disse il marchese caricando il fucile. “Il sultano non ci avrà mai più.”