I solitari dell'Oceano/26. I coolies vendicati

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26. I coolies vendicati

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25. Uno scambio atroce 27. Attraverso l'Oceano Pacifico
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26.

I COOLIES VENDICATI


Il giorno seguente l'Alcione abbandonava l'isola per intraprendere la lunga traversata.

Essendo l'oceano tranquillo, Strong aveva deciso di eseguire i lavori di riparazione in alto mare, non fidandosi troppo dei selvaggi i quali potevano giocargli qualche pessimo tiro, non ostante le loro proteste d'amicizia.

D'altronde era più prudente trovarsi al largo, anziché in quella piccola baia troppo aperta e cosparsa di scogliere aguzze e perciò sommamente pericolose. [p. 183 modifica]

Qualche ondata improvvisa, e sono comuni nel Grand'Oceano, poteva spingere la nave verso quelle rocce corallifere e sventrarla di colpo.

L'argentino, il solo che poteva condurre a buon porto l'Alcione, aveva fatto mettere la prora verso l'ovest avendo deciso di toccare la punta meridionale della Nuova Caledonia prima di rimontare verso il nord, onde evitare quell'ammasso d'isole pericolose che si estendono fra l'arcipelago di Figi e quello delle Nuove Ebridi.

Il viaggio diventava necessariamente più lungo, ma meno difficile, avendo da navigare in mari più ampi e anche meglio conosciuti.

I pirati, aiutati anche da Sao-King, si erano intanto messi animosamente all'opera per rizzare un albero di trinchetto, onde dare alla nave una maggiore stabilità ed imprimerle anche maggiore celerità.

Al posto invece del maestro, avevano deliberato d'innalzare un semplice travo, capace di reggere una vela di gabbia, non sentendosi in caso di innalzare un nuovo albero, anche per la scarsità del legname.

Scelti due tronchi, i più diritti ed i più resistenti, li fecero entrare nelle scasse, dopo d'aver levati i pezzi rimasti dell'antica alberatura, quindi li assicurarono cogli avanzi delle manovre e con nuove funi incatramate, le quali fortunatamente, abbondavano a bordo.

I due primi travi del trinchetto e del maestro, vennero così collocati a posto pronti a ricevere le vele. Si trattava ora di aggiungere al primo un secondo travo, quello di parrocchetto, operazione non facile, ma che pure quei lupi di mare riuscirono a condurre a termine con una celerità che sorprese lo stesso Vargas.

Se erano dei bricconi, capaci di qualsiasi furfanteria, erano pure dei valenti marinai, che non si arrestavano dinanzi a nessun ostacolo.

Quattro giorni dopo la sua partenza da Pylstard, l'Alcione, si trovava in grado di fare ancora una ottima figura e di tenere testa ai colpi di vento ed alle grosse ondate.

Quelle riparazioni erano state fatte in buon punto, perché il quinto giorno il tempo, che fino allora si era mantenuto splendido, cominciò a offuscarsi.

Delle masse vaporose salivano dal sud, invadendo a poco a poco il cielo, e delle ondate si distendevano muggendo e sollevando impetuosamente la nave.

Anche il vento che fino allora si era mantenuto piuttosto leggero, accennava ad aumentare. Qualche tempesta doveva aver sconvolto l'Oceano Pacifico meridionale.

Non era però il caso d'inquietarsi, perché l'Alcione poteva sfidare una nuova bufera, tanto più trovandosi lontano dalle pericolose isole che ingombrano l'oceano settentrionale. [p. 184 modifica]

Anche gli uccelli marini si mostravano inquieti. Si vedevano i grossi albatros volteggiare disordinatamente sopra i cavalloni e passare a stormi sopra la nave, mandando grida acute.

– Che voglia scoppiare un nuovo tifone? – chiese Cyrillo, il quale si era recato a poppa dove l'argentino teneva la ribolla.

– Avremo qualche furiosa raffica – rispose l'ufficiale, guardando le nubi che continuavano a disperdersi pel cielo. – Sono lieto di aver scelta questa rotta che ci permette di manovrare liberamente senza il timore di trovarci addosso qualche isola.

– Avete fiducia nell'abilità di questi pirati?

– Completa, signor Cyrillo. Sono degli abili marinai.

– Dei quali si potrebbe farne a meno, Vargas.

– Se qualche ondata li cacciasse tutti in acqua sarei ben lieto. Per ora sono pecore perché hanno assoluto bisogno di noi, poi diverranno tigri.

– Voi temete il nostro arrivo allo stretto di Torres.

– È vero, signor Cyrillo. Io non so cosa può attenderci in quell'isola che serve di covo a questi bricconi.

– Non sperate che ci lascino andare?

– Non converrebbe loro per paura di venire poi traditi.

– È quello che pensavo anch'io – rispose il commissario. – Che vogliano far anche di noi dei pirati?

– O per lo meno ci terranno prigionieri, se non ci appiccheranno.

– Come sbarazzarci di costoro prima di giungere allo stretto?

– Ho già lanciato in mare parecchie bottiglie.

– Verranno raccolte?

– Chi può dirlo?

– Non fatevi sorprendere o vi appiccheranno.

– Non mi lascerò cogliere – rispose l'argentino. – So che Strong mi sorveglia attentamente, perché diffida assai di me. Anche la scorsa notte, mentre ero di guardia, me lo vidi comparire improvvisamente dinanzi per accertarsi sulla bussola se io avevo cambiato la rotta.

In quel momento si udì la voce di Sao-King, a gridare:

– Vela a babordo!

Strong che si trovava a prora, udendo quel grido, si era slanciato verso la murata di babordo, scrutando l'orizzonte.

Anche i suoi uomini lo avevano imitato.

– Una vela! – aveva esclamato l'argentino. – Che qualche bottiglia...

– Silenzio, imprudente – disse Cyrillo.

Tutti gli sguardi si erano volti verso il sud, dove si vedeva apparire un punto biancastro, il quale ora saliva le creste dei cavalloni ed ora si abbassava negli avvallamenti.

Strong si era fatto portare un cannocchiale e l'aveva puntato su quel punto bianco con precipitazione. [p. 185 modifica]

– È una vela, ma una sola – disse dopo qualche istante. – Se quello è un veliero, deve essere ben piccolo, perché non vedo che un solo albero.

Consegnò il cannocchiale ad uno dei suoi uomini e si diresse verso poppa dove si trovavano riuniti l'argentino, Cyrillo e Ioao.

– Io non so, – disse, – con quale nave abbiamo da fare. Quello che io devo dirvi è che noi l'assaliremo e che voi, durante il combattimento, se un combattimento dovrà impegnarsi, nulla dovrete tentare contro di noi. Al più lieve sospetto, ricordatevelo, volto uno dei due cannoni contro di voi e vi mitraglio sul posto.

– Volete renderci complici di qualche nuova bricconata? – chiese Cyrillo.

– No, perché a voi non chiedo altro che una benevole neutralità e la buona direzione della nave. Pel combattimento penseremo noi e vi mostreremo come sappiamo pugnare. Datemi la vostra parola o mi vedrò costretto, per ora, a farvi chiudere nel quadro.

– Preferisco assistere alla battaglia facendo voti perché vi tocchi la peggio – rispose l'argentino.

– Vedremo chi avrà la peggio – disse Strong, mentre un lampo feroce gli balenava negli sguardi. – La vostra parola!

– L'avete – rispose Cyrillo.

– Badate! Non vi risparmierei!

– Sappiamo di quanto siete capace.

Il bandito si volse verso i suoi uomini che parevano attendessero i suoi ordini e disse:

– Caricate i cannoni a palla ed i moschetti. M'incarico io di disalberare quel veliero con una bordata.

La nave, o meglio la navicella, poiché non doveva essere molto grossa, non pareva che accennasse ad avvicinarsi, anzi si sarebbe detto che non aveva alcuna rotta.

Rimaneva sempre alla medesima distanza, lasciandosi sospingere delle onde e senza mai bracciare la sua vela, la sola che si vedesse.

L'argentino non poté far a meno di dire a Cyrillo:

– Quel veliero non ha direzione.

– Che abbia il timone spezzato? – chiese Sao-King.

– O qualche grave avaria di certo.

– E mi pare che sia di dimensioni ben piccole – disse Cyrillo il quale s'era pure munito di un cannocchiale. – Io vi dico che Strong ha preso un granchio colossale e che non vi sarà combattimento. A me sembra che sia più una grossa scialuppa che una nave.

– Sì – confermò Sao-King, che aveva la vista assai acuta.

Anche Strong pareva che si fosse accorto di non aver da fare [p. 186 modifica]con un vero veliero, poiché aveva fatto sospendere gli armamenti, comandando invece ai suoi uomini di virare di bordo.

Essendo il vento a mezza nave, la manovra fu eseguita senza difficoltà e l'Alcione mosse con notevole velocità incontro alla supposta nave la quale continuava a rimanere nelle medesime acque.

– Sì, è una grossa scialuppa armata a cutter – disse l'argentino, che non la perdeva di vista.

– E mi pare anche priva d'equipaggio – aggiunse Sao-King. – Non vedo nessuna persona a bordo.

– E gli uccelli marini vi volteggiano sopra in gran numero – disse Cyrillo. – Che vi siano dei morti? Li vedo calare di quando in quando, poi rialzarsi rapidamente.

– Signori – disse Strong, salendo sul cassero. – Non vi sarà bisogno di dare battaglia a quella scialuppa, però siccome ci può essere utile non la lasceremo in balìa delle onde. Signor Vargas manovrate in modo d'accostarla.

– È quello che sto facendo – rispose l'argentino. – Ah! Carrai! Ma quella scialuppa io la conosco! È dipinta in verde con una riga bianca, i colori dell'Alcione!

– Possibile! – esclamarono Cyrillo e Ioao.

– È quella che aveva imbarcato il capitano, il bosmano e buona parte dell'equipaggio. Attenti a virare! Pronti ai bracci delle manovre!

La scialuppa non era che a poche gomene. Aveva la randa ed i flocchi ancora spiegati, ma andava attraverso alle onde come un rottame, non essendovi alcun uomo alla barra del timone.

Balzava sulle creste come una palla di gomma e affondava nei cavi per tornare poi a salire. Degli albatros, dei petrelli e dei dysporus vi volavano sopra gridando e si posavano perfino sul pino della randa, senza manifestare alcun timore.

L'argentino con un'abile manovra spinse l'Alcione verso la scialuppa, cercando di abbordarla sotto vento.

Un grido d'orrore era sfuggito dai petti di Sao-King, di Cyrillo e di Ioao.

Dall'alto del cassero avevano scorto in quella scialuppa alcuni cadaveri, già spolpati dagli uccelli marini, distesi sotto i banchi.

– Sangue di Belzebù! – esclamò Strong. – Vi sono dei morti là dentro! Che il diavolo se li porti! Non voglio imbarazzarmi con costoro!

– Quella scialuppa apparteneva alla nostra nave, – disse Vargas, con voce commossa, – e quei cadaveri sono dei nostri compagni.

– Sì – disse Cyrillo. – Guardate! Quello scheletro gigantesco è del capitano.

– Lo riconosco anch'io dalle vesti che indossa – disse Sao-King, freddamente. – I miei compagni sono stati vendicati.

– Che istoria è questa? – chiese Strong, guardando i prigionieri colle ciglia corrugate. [p. 187 modifica]

– Una istoria che non vi riguarda affatto – rispose l'argentino. – Fuggiamo e lasciate che quella scialuppa continui il suo funebre viaggio.

Poi senza attendere alcun comando, con un colpo di barra rimise la nave al vento, riprendendo la primiera rotta.

Strong si era accontentato di alzare le spalle senza protestare. L'idea d'impadronirsi di quella scialuppa piena di cadaveri, gli era sfumata, essendosi anche convinto che a ben poco avrebbe potuto servire, in causa dei guasti osservati nei bordi.

– Che quei disgraziati siano morti di fame? – chiese Ioao, il quale guardava con orrore quella barca che le onde minacciavano ad ogni istante d'inghiottire.

– È probabile – rispose l'argentino. – Nella loro fretta d'abbandonarvi non avevano imbarcati che pochi viveri, sperando forse di giungere presto alle Tonga.

– La loro punizione è stata ben dura – disse Cyrillo.

– Ma meritata – osservò Sao-King.

– E l'altra scialuppa? – chiese Ioao.

– Sarà stata affondata dal tifone – rispose l'argentino. – Era troppo piccola per tenere il mare grosso.

L'Alcione intanto aveva ripresa la sua corsa, lottando penosamente contro i cavalloni i quali lo assalivano di fianco gagliardamente.

Strong aveva fatto già ammainare il parrocchetto, non fidandosi troppo della robustezza del secondo travo e prendere terzaruoli sulla randa e sulla vela maestra.

La tempesta però non pareva che dovesse scoppiare subito, perché il vento non aumentava che molto lentamente e anche le onde non crescevano di mole.

Quantunque l'oceano fosse così agitato, un gran numero di pesci si mostravano nei pressi della nave giuocherellando nella sua scia.

Erano per lo più dei velieri, chiamati così perché portano sul dorso una larga pinna della quale si servono come d'una vela per aumentare la loro velocità.

Nuotavano in gruppi di dieci o dodici, lasciandosi portare dalle onde e dal vento e mostrando i loro musi armati d'una specie di spada ossea, a lama rotonda e molto aguzza, lunga un buon metro e talvolta perfino due, arme formidabile che li rende temuti anche ai pescicani.

Ve n'erano alcuni di grossissimi, lunghi perfino dieci piedi e che se la prendevano talvolta colla nave cercando di forarle la carena.

– Cosa fanno qui tutti questi pesci? – chiese Ioao, all'argentino.

– Emigrano – rispose questi.

– Sono pericolosi?

– Il terrore degli isolani della Polinesia, perché sovente si [p. 188 modifica]scagliano contro le piroghe attraversandole colla loro spada. Non hanno paura ad assalire perfino le gigantesche balene.

– E le uccidono?

– Sì, signor Ioao. Le disgraziate muoiono fra i più atroci spasimi, ma muore pure anche il veliero che le ha colpite perché non può più liberare la sua spada. Una volta ho trovato uno di questi pesci attaccato alla carena dell'Alcione.

– L'aveva assalito? – chiese Ioao.

– Probabilmente nella sua cieca rabbia l'aveva scambiata pel corpaccio d'una balena ed aveva conficcato il corno fra le giunture del fasciame in tale modo, da non riuscire più a trarlo.

– Somigliano ai pescispada – disse Cyrillo.

– Non differiscono che per la loro grossezza e per la forma del corno – rispose l'argentino. – In questo, come vedete, è rotondo e più solido; negli spada invece è piatto e meno resistente.

– Ah! Il bel colpo! – esclamò in quel momento Sao-King, il quale seguiva attentamente le mosse dei velieri. – Cacciano un banco di grosse murene.

Uno di quei pesci, con un salto repentino si era slanciato innanzi, poi aveva sollevato bruscamente il corno mostrando una specie di anguilla lunga due metri e molto grossa, che aveva destramente infilzata.

– È una vera disgrazia a non aver delle reti – disse Cyrillo. – Sono così squisite quelle murene.

– Eccellenti, signore – disse Sao-King. – Gli isolani di quest'oceano non badano a rischi pur di prenderle.

– Sono pericolose quelle grosse anguille? – chiese Ioao.

– Hanno dei denti acutissimi che producono delle ferite terribili – rispose Sao-King.

– E sono soprattutto avidissime di carne umana – aggiunse Cyrillo.

– Ah! Forse che queste sono della medesima specie tanto apprezzata dagli antichi romani?

– Sì, Ioao, – rispose il commissario, – e non avevano torto a tenerle in buona considerazione dal lato gastronomico. Non vi era ricco romano che non avesse nella propria casa uno stagno od una piscina popolata di murene. Vi fu anzi un tempo in cui vi fu una vera frenesia per queste eccellenti anguille. Si ammaestravano, si nutrivano abbondantemente e si giunse perfino ad appendere a loro degli orecchini.

– E si nutrivano anche di carne umana, è vero fratello?

– Sì, Ioao, si gettavano a loro degli schiavi vivi perché diventassero più delicate.

– Si direbbero fole – disse Sao-King, scuotendo il capo.

– È storia vera, amico – rispose Cyrillo. [p. 189 modifica]

– Gli antropofaghi non sarebbero giunti a tanto.

– No, perché preferiscono mangiarseli essi gli schiavi invece di darli alle murene – disse Ioao, sorridendo.