Idilli (Teocrito - Romagnoli)/XI - Il Ciclope

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XI - Il Ciclope

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Teocrito - Idilli (315 a.C. – 260 a.C.)
Traduzione dal greco di Ettore Romagnoli (1925)
XI - Il Ciclope
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XI

IL CICLOPE

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Farmaco mai non ci fu che guarisse le doglie d’amore,
Nicia, per quanto io sappia, da fartene pittima o empiastro,
tranne le Muse. È questo rimedio piacevole e lieve
per gli uomini: però non facile impresa è trovarlo.
Bene, credo io, lo devi saper tu, che medico sei,
ed alle nove sorelle sei caro fra gli uomini tutti.
Alla men peggio cosi campava quel nostro Ciclope,
quel Polifemo, del tempo dei tempi, che amò Galatea,
quando su le sue gote cresceva la prima pelurie.
Ché 1 amor suo non era da pomi, da riccioli e rose:
era una vera follia, si che tutto poneva in oblio.
Spesso le pecore sue tornavan dai pascoli verdi
sole solette ai presepi. Ed egli, dal sorger dell’alba,
cantando Galatea, su Taighe, a la spiaggia del mare,
si macerava, in cuore covando fierissima piaga.
Questo rimedio trovò. Seduto sovressa una roccia
ripida, al mare il guardo volgeva, ed il canto intonava.

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O bianca Galatea, perché mai discacci chi t’ama,
piú che giovenca proterva, piú aspra dell’acino acerbo,
e qui ti rechi quando mi domina il sonno soave,
súbito lungi di qui te ne vai, quando il sonno mi lascia,
mi fuggi, come allorché bigio lupo la pecora vede?

M’innamorai, giovinetta, di te, quando prima venisti
qui con mia madre. Foglie volevi tagliar di giacinto
su la montagna: io guida vi fui per gli alpestri sentieri.
E da quel giorno, stare non posso, se ognor non ti veggo.

Bene lo so, perché, graziosa fanciulla, mi fuggi:
perché questo marchiano, questo unico ciglio villoso,
dall’uno all’altro orecchio a me sbarra tutta la fronte,
e sotto ho un occhio solo, e il naso sul labbro si schiaccia.

Pure, al pascolo guido, così come son, mille greggi,
ed il fior fiore del latte ne mungo, e lo bevo; e penuria
di cacio mai non ho, l’està né l'autunno; e neppure
quando l’inverno è al sommo: ne son colmi sempre i graticci.

Suonar so la zampogna cosí, come niun dei Ciclopi;
e te, soave pomo, cantando, e me insieme, trascorro
spesso tarde ore la notte. Per te, dieci ed una cervetta
nutro, che han tutte il collare, per te quattro cuccioli d’orsa.

Su, vieni dunque da me, ché avrai tutto questo, e non meno.
Lascia che il glauco mare s’avventi a la spiaggia! La notte
trascorrerai molto piú dolcemente, a me presso, ne l’antro:
chi preferir di buon grado vorrebbe i marosi del ponto?

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Allòri son costí, son cipressi da l’agile fusto,
l’edera negra c’è, c’è la vite dal frutto soave,
gelida l’acqua c’è, che l'Etna chiomata di frondi
per me distilla, ambrosio licor, da la candida neve.

Ché, se ti sembra, poi, ch’io sia troppo irsuto di pelo,
legna di quercia ho qui, fra la cenere il fuoco sempre arde:
sopporterei da te che l'anima pur mi bruciassi,
e quest’occhio, ch’è solo, che nulla nel mondo ho piú caro.

Ahimè! Perché mia madre non mi partorí con le branchie,
ché presso te potessi tuffarmi, e baciarti le mani,
se non volessi la bocca, potessi portarti dei gigli
candidi, oppur del molle papavero i petali rossi.

Esci fuor, Galatea, poi scordati, uscita che sii,
di ritornare a casa, cosi come avviene a me stesso.
Deh, ti piacesse con me pascolare le greggi, ed il latte
mungere, stringerlo in cacio, mescendovi l’agro del caglio.

Torto mi fa mia madre, solo essa; e le muovo rampogna,
ché mai, ché mai per me non ti disse una buona parola,
benché di giorno in giorno, divengo, e lo vede, piú magro.
Or le dirò che il corpo, che i piedi mi battono entrambi
di febbre: anch’essa deve crucciarsi, quando io mi torturo.

Dove, o Ciclope, o Ciclope, ti va svolazzando la mente?
Se ne lo speco entrassi, cestelli intrecciassi, e fogliame
per le tue bestie cogliessi, di certo che avresti piú senno.
Mungi la pecora ch’ài: perché quella insegui che fugge?

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Un’altra Galatea puoi trovar piú vezzosa di quella:
molte fanciulle braman con te trastullarsi la notte:
come tu porgi ad esse l’orecchio, nitriscono tutte.
In questa terra anch’io son qualcuno: la cosa è ben chiara.

D’erba trastulla, così l’amor suo Polifemo pasceva,
cantando, meglio assai, che a spenderci sopra quattrini.