Idillii spezzati/Il testamento dell'orbo da Rettorgole

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
Il testamento dell'orbo da Rettorgole

../Per una foglia di rosa ../Il folletto nello specchio IncludiIntestazione 26 febbraio 2015 100% Da definire

Il testamento dell'orbo da Rettorgole
Per una foglia di rosa Il folletto nello specchio

[p. 171 modifica]



IL TESTAMENTO
DELL’ORBO DA RETTORGOLE



[p. 173 modifica]




Il testamento dell’orbo da Rettorgole




La storia che segue mi fu raccontata dal mio amico M.

«Nel 1872 — mi diss’egli — ero praticante presso il notaio X. di Vicenza. Una mattina di agosto, verso le dieci capitò nello studio un contadino di Rettorgole e pregò il notaio di andar con lui a raccogliere le ultime disposizioni di suo padre, che stava, secondo si espresse «mal da morte.» Il notaio volle che io lo accompagnassi e partimmo ammucchiati tutti e tre in un misero biroccino senza cuscini, saltando, al trotto sgangherato d’una vecchia rozza, sopra un sedile molto amaro per due notai magri e avvezzi a due poltrone eccellenti. X. aveva il muso lungo e brontolava maledizioni ad ogni scossa, io fremevo pure, [p. 174 modifica]e il contadino imperterrito ci descriveva la malattia del padre, un tal Matteo Cucco, detto l’Orbo da Rettorgole, perchè aveva un occhio solo «El ghe vede pi elo, sior, con quell’ocio solo — disse l’afflitto e rispettoso figlio — co no fa nualtri tre con sìe.» Non molto fuori della città lasciammo la strada maestra e ci cacciammo in un pantano secco di stradicciuola affondata nei campi, dove il biroccino saltava peggio che mai. Per fortuna si arrivò presto alla meta, una misera casaccia piantata nel fango dove son le abitazioni del maiale e della gente, in una mota puzzolenta; appoggiata dall’altra parte a un gran fienile, a un portico arioso e asciutto. X. e io stavamo per entrare in cucina, ma il nostro conduttore ci avvertì che l’ammalato non era in casa. Il caldo e il puzzo erano tali nella sua camera che avevan dovuto portarlo sul fienile. Sul fienile, adesso, bisognava salirci dal portico con una scala a piuoli. X. andò sulle furie. Tempestava che mai non gli era toccato un caso simile, che mai non avrebbe salita quella scala. Voleva tornar subito in città. Intanto il contadino teneva la scala ripetendo ch’era ben [p. 175 modifica]ferma e salda; e, sul fienile, un altro suo simile accorso al rumore l’aveva abbrancata anche lui e aiutava pure con la voce: «El vegna, sior! noi gai paura, sior! La xe franca, sior!» Neppur io, che odio la ginnastica e l’alpinismo, ci avevo tutti i gusti a quell’ascensione aerea; ma insomma un certo sentimento del dovere misto a una certa curiosità, a una certa voglia di raccontar poi l’avventura, mi vinse. Salii con grande prudenza e, quando fui al sicuro, persuasi X. di salirvi anche lui. Lassù bisognava poi guardar bene dove si mettevano i piedi, per non sprofondare. Trovammo un giaciglio miserabile, sucido, e distesovi sopra un vecchio calvo, smunto, dalla faccia ossuta e gialla, con un occhio chiuso e l’altro semispento. Respirava con stento, ma non pareva però agonizzante. Aveva due uomini accanto, uno a sinistra e l'altro a destra; due faccie rase, magre, astute. Uno teneva in mano una frasca e cacciava le mosche dal viso del moribondo, l’altro gli andava ficcando nella bocca sdentata pezzetti di pane secco e pezzetti di formaggio. — Magnè, pare — diceva — magnè, pare.» Più discosto, seduta [p. 176 modifica]sul fieno, una vecchia si teneva il viso fra le mani. Da un’altra parte alcuni contadini, evidentemente i testimoni, discorrevano fra loro sotto voce. Non mancava il tavolino, nè il calamaio, nè la sedia. Ci fu detto subito che l’ammalato aveva fatte le sue devozioni il giorno prima, che non parlava più, ma che capiva tutto e poteva far segni. In queste condizioni X. non voleva saperne di stendere il testamento. Si tentò una prova. «Pare! — gridò curvo sul morente colui che gli somministrava il pane e il formaggio, — me lo lassèu a mi el porco?» Il vecchio accennò col capo di no. «Ghe lo lassèu qua a Tita?» Il vecchio accennò di si. «E la tera de Polegge a chi ghe la lassèu?» Il vecchio guardò l’uomo che era venuto a prenderci. «A Gigio, no xe vero?» Il vecchio accennò di sì. «Vedelo, sior, s’el capisse tutto» conchiuse, non a torto, l’interrogatore volgendosi a X.

Questi volle tuttavia chiederne alla moglie dell’ammalato, la vecchia che piangeva accoccolata sul fieno. Ella confermò, con una subita parlantina, che Matteo era nel pieno possesso della sua [p. 177 modifica]mente, che solo mezz'ora prima s’era fatto intendere di non volere, contro il consiglio del veterinario, lasciar salassare un bue. Disse poi, quanto al testamento, che conosceva da un pezzo le intenzioni del marito. Questo lo disse con grande agitazione e commozione. Pareva una buona donna; nessuno avrebbe sospettato che volesse ingannar il notaio. Infatti questi chiese a lei le informazioni opportune sugli eredi legittimi e sul patrimonio. V’erano soltanto tre figli maschi, tutti presenti. Il patrimonio, molto superiore a quanto si poteva immaginare da quelle apparenze, comprendeva una ventina d’ettari di buon terreno, parte a Polegge, parte a Rettorgole, un’altra casa a Bertersinella, parecchi animali, parecchi generi ancora invenduti. Quanto la vecchia disse fu confermato dai figli e dai testimoni. Il notaio avrebbe desiderato che si suggerisse al vecchio una disposizione sommaria, almeno un riparto della sostanza per quote. Non fu possibile. Moglie, figli e testimoni osservavano che la volontà fissa dell’uomo era d’assegnare specificatamente certi dati enti a ciascuno de' suoi figliuoli. Fra i testimoni [p. 178 modifica]v’era un vecchiotto alquanto rincivilito che offerse tabacco al notaio e parlandogli con un sorriso pieno di compatimento per l’ignoranza degli altri contadini e di soddisfazione per la propria sapienza, lo rassicurò, prima ancora che la questione fosse sollevata, sulla misura delle quote, rispetto alla legittima. «Matìo xe fin,» dìss’egli. Allora X. si pose a interrogare il vecchio e io mi posi a scrivere sotto la sua dettatura. Cosi, a forza d’interrogazioni e di segni, le case, i campi, i buoi, il cavalluccio, il maiale, persino il biroccino infame, tutto passò per la mia penna a beneficio di Gigio, di Tita e di Checco, i tre figli del testatore. «E vostra moglie? — gridò X. — Non volete lasciar qualche cosa a vostra moglie?» Il vecchio accennò di no, e tutti, compresa la moglie, confermarono che questa era la sua conosciuta volontà. «Bene — brontolò X. — a questo provvede la legge. Per questo ci rimetteremo alla legge.» «Sior, — disse la vecchia stoica — mi no intendo che me gai da tocar gnente. La fame la go patia prima e la patirò anca dopo.» Il mio principale non le diede retta e si dispose a [p. 179 modifica]leggere il testamento ad alta voce. Io gli cedetti il posto e stavo guardando, mentre X. leggeva, un bel gallo orgoglioso saltato su dal portico sull’orlo del fienile. Udii qualche cosa, mi voltai e mi vidi incontro una giovane contadina con un lattante in braccio, rossa, scarmigliata, ansante. «Cossa fali qua, eli? — mi diss’ella piantandomi in viso due occhi sfolgoranti. — Me sassìneli mi e la me creatura?» Successe un trambusto, la vecchia si alzò in piedi, i suoi figli si slanciarono contro la nuova venuta. X. balzò pure in piedi e impose a tutti di non muoversi. «Chi è questa donna?» diss’egli imperiosamente. Fu la madre che rispose: «Ghe lo dirò mi, sior, chi la xe. Nostra fiola la xe, intendelo. Ma a ela, intendelo, no ghe va gnente, no ghe va. So pare el ghi n’a dà anca massa, el ghi n’a dà. A no so...» «Anca vu, mare! — Interruppe la giovane amaramente. — Pazienza me fradei che i xe sempre stà cani con mi; ma vu? Cossa sonti mi? no son del vostro sangue mi, ca me gabiè da tradir anca vu? Cossa podìo dir, vu de mi? Cossa podio dir de me mario?» «Basta, basta, basta! — gridò X. [p. 180 modifica]stracciando il testamento. — Vergognatevi tutti quanti! E chi apre il becco lo faccio andar in galera!

I testimoni erano lividi di spavento, i figli erano lividi di rabbia, la madre e la figlia si guardavano minacciose in viso; ma nessuno proferì più parola mentre X. furibondo andava stracciando la carta in minuti pezzi. A un tratto la giovine si scosse, e, senza che alcuno osasse trattenerla, andò dritta al morente, gli posò accanto la sua creatura.

«Pare — gridò ruvidamente — s’a voli ca mora de fame mi, morirò; ma lassèghe na feta de polenta a questo chive!» Il vecchio, non potendo fare altro segno ostile, chiuse il solo occhio che aveva. Mai non dimenticherò il guanciale con le due teste, la testa bionda del bambino color di latte, ridente dalle iridi azzurre alla madre, la testa calva del vecchione arcigno, scura nell’ombra della morte. L’idea sinistra che la Potestà delle Tenebre si aggravava su quel guanciale e stava pigliando per sé una delle due anime, mi fece rabbrividire. Anche X. guardava attonito ciò che mi pareva uno scherzo mostruoso del destino. In [p. 181 modifica] quel punto ecco il prete, un buon uomo semplice che conosco. Vide il bambino sul letto, capì male, si fece ilare in viso, «Oh bene, bene — diss’egli — Dio sia lodato.» Il bambino si mise a piangere e sua madre fece l'atto di riprenderselo, ma Don Rocco non lo permise. «Lasciate, lasciate, — disse pigliando il polso dell’infermo. — Lasciatelo morire con un angioletto a lato. Oramai ci siamo.» E si mise a recitar le preghiere degli agonizzanti. X. poco amante di simili spettacoli, preferì la scala a piuoli. Nessuno si mosse per aiutarlo e perciò dovetti seguirlo io: ma, prima di partire a piedi con lui, tornai su, curioso come mi conosci, un momento. Figli e testimoni erano spariti, non so da qual parte. La giovine madre, ripreso il bambino piangente, non si occupava che di chetarlo con baci e carezze, come s’egli solo meritasse attenzione da lei. La vecchia, fedele fino all’ultimo all’uomo del quale aveva divise e servite le passioni con una specie di devozione selvaggia, pregava inginocchiata al suo letto.

Camminando poi attraverso campi di rigoglioso, lucente granturco, attraverso prati floridi, lungo [p. 182 modifica]filari di grandi ontani allacciati da festoni di viti dove l’uva già nereggiava, pensavo perchè mai tanta bellezza innocente di natura, tanto fiore di vita, tanta benedizione di frutti avessero ad alimentare nel cuore umano le cupidigie più bieche, gli odii più esecrandi. «Non la intendo — conchiuse l’amico M. — Vi dev’essere qualche sbaglio nel sistema che gli uomini hanno ideato per servirsi di tanta grazia di Dio.» «Lo temo anch’io — dissi. — Temo che vi sia un vizio radicale di egoismo. Ma lasciamo fare al Padrone della terra e degli uomini che ci troverà bene il rimedio.»