Il Baretti - Anno II, n. 3/Note su Heywood

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Carlo Linati

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Vera natura dei romanzi di Radiguet Epiloghi

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NOTE su HEYWOOD

Dei drammaturghi elisabettiani. Thomas Heywood fu certo il più fecondo, «Io ho messo la mano, o almeno un dito, in dugento e venti drammi» ci assicura nella prefazione di una sua commedia. Numero forse esagerato se si pensa che sono soltanto ventitré le commedie e i drammi di lui pervenuti sino a noi. Vero è che in quell’istessa prefazione, egli ci dice che molte delle sue commedie, passando per necessità di rappresentazione per le mani di vari attori andaron smarrite: del che, tuttavia, non sembra darsene troppo pensiero. Le sue commedie egli le scriveva unicamente perchè fossero recitate: era uomo tutto di teatro, che compiva allegramente la sua bisogna di produrre scene per la Compagnia di cui, come Shakespeare, era anche attore: nè pare avesse ambizioni maggiori. Era scrittore rapido, improvviso, faceto. Componeva molti de’ suoi drammi vagabondando di taverna in taverna, annotando la vita che gli ferveva attorno, senza troppe preoccupazioni d’arte, intento soltanto a far ridere e commuovere il suo pubblico. Eccelleva, soprattutto, nella rappresentazione della vita domestica del suo tempo dove metteva una specie di festosa e irruente cordialità, a volte degenerante nella farsa e nel grottesco. Il Lamb, che l’ebbe caro, lo chiama «uno Shakespeare in prosa»», «Egli non possiede l’imaginazione dello Shakespeare, ma in tutte quelle doti per cui Shakespeare meritò il titolo gentile, non gli era inferiore: generosità, cortesia, moderazione nel raffigurare il tumulto della passione, in una parola, dolcezza e gentilezza».

L’Heywood non aveva la maestà crudele e scultoria del Webster, nè la straripante sensualità del Ford, ma fantasia più ricca, maggior abilità nell’imbastire scene, intrecci, battute piene di trovate bizzarre. Il suo umorismo che serba ancora il sapore di quella gioconda cristianità delle Miracle’s Plays, è sereno e chiassoso, ma pronto a dar di volta d’improvviso in un’onda di sentimenti teneri e cavallereschi:Drollery and Passion potrebbe esser il motto di questo scrittore che incarnava così bene lo spirito di quell’Inghilterra dei Tudor, tra puritana e spassosa, in cui le violenze della rinascenza, la vita sfarzosa delle corti si mescolavano in un’atmosfera febbrile di dibattiti religiosi che portarono all’instaurazione del protestantesimo elisabettiano.

Naturalmente in tanta irrequietudine e sovrabbondanza di creazione non è a supporre che l’Heywood desse fuori opere perfette, il che fu un privilegio di natura riserbato solo allo Shakespeare. I suoi drammi, le sue commedie, nel loro complesso, sono organismi alquanto trasandati e farraginosi, e in nessuno propriamente è l’impronta del genjo. I suoi soggetti sono, la più parte, tolti dalla vita coridiana: le scene non hanno sviluppi elaborati, nè vi figurano caratteri vigorosamente scolpiti, situazioni sgorgate da una concezione filosofica dell’umanità o della natura. Ma dapertutto vi è profusa un’ammirevole ricchezza di intuizioni naturali, d’invenzioni sceniche: le battute d’un’humour sano e vivo o ricche di fresca tenerezza domestica, sono a mille ne’ suoi drammi. Se gli fa difetto la facoltà della penetrazione shakepeariana, possiede in compenso una sincerità cordiale e un pathos cavalleresco che si guadagnano subito le nostre simpatie.

Questa sua allegra versatilità fa sì che di tante sue opere, una sola possa dirsi propriamente vitale e, forse, ancor oggigiorno, rappresentabile A Woman Killed by Kindness. «Tutta la abilità nel ritrarre la vita intima inglese» ci dice un suo biografo «la sua facoltà di saper innalzare la prosa fino alla soglia delle poesia mediante l’intensità dell’emozione ch’egli sa comunicare, la sua semplice arte nel metter a nudo i nervi della passione, qui appaiono nella loro pienezza. Questa commedia domestica ci commuove come cosa vera. Le sue scene sono scene d’ogni giorno».

Frankford è la figura centrale del dramma. Nella sua dominata sofferenza, nella fiera dignità con cui sopporta il tradimento della moglie ch’egli teneramente amava, e che poi si trasforma in un vitale sentimento di giustizia e di punizione, questa figura ha qualcosa di virilmente cavalleresco di profondamente umano. Per il senso evangelico che guida le sue azioni, egli ci ricorda le figure di bontà e di biblica dolcezza delle antiche moralities. Anche il personaggio di Wendoll è felicemente scolpito, e noi assistiamo alla lotta che avviene nel suo animo fra il sentimento di gratitudine verso il suo benefattore e la passione sensuale per la giovine sposa, che «lo invade come un oceano, rovesciando le dighe ch’egli aveva eretto contro la sua furia». Meno felicemente disegnata ci sembra invece la figura della moglie adultera:troppo improvviso è il passaggio dall’affetto e la devozione per il marito all’amore per Wendoll; ed anche la sua morte, pur così resa con sensi bellissimi d’accoramento e d’agonia, ci sembra un po’ troppo subitanea.

Ma l’Heywood era un scrittore che voleva far svelto e non indugiava attorno a situazioni e caratteri che non gli venissero di primo balzo: quindi nello sviluppo dell’azione de’ suoi personaggi, procedeva a lampi d’intuizione, come lo sospingeva il cuore e la fantasia. Tutto il dramma è tuttavia pervaso da un alto senso di verità umana le scene sono piene di naturalezza e vigore; senz’avvedercene, per i sentieri semplici e verdeggianti di questa poesia dimessa e prosastica noi ci ritroviamo a prender viva parte ai casi di questo povero messer Frankford come fossero i casi di un nostro buon amico di casa.

Anch’egli, come buona parte dei drammaturgi inglesi del sedicesimo e diciasettesimo secolo attinse parecchi de’ suoi casi ai novellieri italiani del tempo. L’intreccio secondario del The Woman Killed by Kindness (quello di Sir Carlo Mountford che, a pagamento del debito di riconoscenza verso colui che lo ha liberato dal carcere, offre in dono la sorella) è tolto di netto dalla Novella Quarantanovesima della Parte Prima del Bandello, rimaneggiata, più succintamente dal Sennini. Quantunque sarebbe cosa interessante osservare come il drammaturgo se giovato dei casi esposti dal novelliere, come li abbia modificati, come abbia trasformato in moti rappresentativi la materia del racconto, pure non è qui luogo opportuno per dilungarsi in tali confronti. L’identità sussiste intera, e non lascia luogo a dubbi.

Quanto all’intreccio principale del Dramma, non c’è riuscito trovarne traccia alcuna nella novellistica italiana d’allora. Noi scorgiamo, però, in quel curioso sistema di castigo usato dal marito offeso verso la moglie adultera, come una vaga reminiscenza della Griselda boccaccesca e anche un po’ di quell’altra novella del Boccaccio in cui lo scolaro Rinieri fa languire la crudele Elena ignuda s’una terrazza al sole, per punirla d’avergli fatto passare una notte di gennaio nel suo cortile. Questi modi di vendetta, tra il sadico e il normalistico dovevano essere un po’ di moda nelle rappresentazioni e forse nei gusti del tempo. In ambedue i casi gli offesi nell’amore hanno adottato nel punire la donna la legge del taglione, castigandola con una spece di voluttuosa perfezione nel corpo e nell’anima.

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L’Heywood produsse vari tipi di drammi, storici domestici, romanzeschi. Dei ventitré che ci restano di lui, quattro sono storie drammatizzate su antiche rozze cronache inglesi, intramezzati da episodi comici e patetici. Vi sono poi commedie prive di quell’elemento romanzesco ch’egli soleva aggiungere alla vicenda del dramma domestico: Late Lancashire Witches e Wise Woman of Hogsdon. Il secondo s’imposta sulle gherminelle e sugli espedienti di una cartomante, il primo svolge delle scene di stregoneria. In Fortune by Land and Sea, The English Traveller, The fair Maid of Exchange spiega la sua predilezione per casi e interni casalinghi, specialmente della vita di campagna, e per le avventure di capitani inglesi sul mare. In queste pitture d’ambiente l’Heywood era signore. Tratteggia con freschezza, ingenuità, umorismo goldoniano: si potrebbe chiamarlo un Hogatch della commedia. Poche scene di taverna, nel Dramma elisabettiano (e il Dekker ne ha di vivacissime) sono meglio arieggiate di quelle che figurano nell’introduzione dell’Atto I di Fair Maid of the West. Dramma d’intenzioni idealiste è invece The Royal King and Loyal Subject che tratta di un contrasto fra un Re e un Nobile del suo regno: in Challenge for Beauty è la storia d’una superba regina portoghese che si stima la più bella donna del mondo, ma, in fine della commedia, è costretta a riconoscere d’esser stata vinta in bellezza da una lady inglese, come gli ufficiali di suo marito erano stati vinti in coraggio e cortesia da un gentiluomo inglese.

L’Heywood scrisse pure drammi mitologici e classici, come allora eran di voga dopo i primi adattamenti inglesi ch’erano stati fatti sulle commedie italiane foggiate sul modelli di Seneca, Plauto e Terenzio. Il migliore di questi drammi è il Rape of Lucrece, una sorta di tragedia burlesca una cronaca dialogata del ratto di Lucrezia moglie di Collatino e densissimo di fatti d’ogni sorta (la morte di Servio, il viaggio di Brutus a Delfo, il delitto di Torquinio etc.). I caratteri vi sono alquanto insignificanti. Il più originale è quello di Valerius, the merry lord among the Romains peers. Questo nobile romano non fa che cantare, si esprime a canzoni, canzoni di taverna, nenie funebri, canti d’amore e di strada, improvvisando quolibets e nomignoli su tutti e in ogni occasione: insomma una geniale parodia della romanità. Golden, Silver, Brass è un’altra commedia in cui l’Heywood ha drammatizzato antiche leggende seguendo massimamente Omero ed Ovidio.

Della vita dell’Heywood poco si sa. Era nato nel Lincolnshire e, pare, di buona famiglia. Cominciò a scrivere pel teatro nel 1596, e nel 1598 lo troviamo già assoldato come attore nella compagnia Haslowe. Sembra che vivesse fino a tarda età ma ignoriamo l’anno della sua morte. Le sue commedie erano frequentemente rappresentate al Red Bull' s Theatre, uno de’ più vecchi teatri di Londra, frequentato anche da James I e dalla sua corte.

Carlo Linati.