Il Baretti - Anno II, n. 3/Epiloghi

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Raffaello Franchi

Epiloghi ../Note su Heywood ../I volti del nemico IncludiIntestazione 9 maggio 2018 25% Da definire

Note su Heywood I volti del nemico

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EPILOGHI

Se oggi guardiamo allo stato delle cose e delle lettere in Italia, scorgiamo nel quasi infernale disordine un tale protendersi d’anime dannate, affaticate a gridare il testo ritradotto e rintracciato di qualche grande teoria, a urlare magari le sole sillabe di qualche grande nome, con la speranza angosciosa di essere, di esistere, di affermarsi in quelle, che si conclude volentieri potere essere questo per noi che ci sentiamo fuor del disordine, il secolo per eccellenza della placida ironia, delle scontentezze comuni, confessate e ritmate sino alla relativa felicità, delle buone raccolte possibili solamente a lasciarsi risdrucciolare indietro sulla strada degli avi, ora che bene o male la via della tradizione l’abbiamo rimbroccata.

La vita è, si, una cosa all'osso, ma siamo arrivati al gusto della cosa poverella e scarnita sino quasi al punto che l’opulenza finirebbe con l’esserci spiacevole.

Diamo un’occhiata a quella bolgia che ci fa così contenti del nostro cantuccio.

Quelli che si mantennero dignitosamente estranei al fenomeno futurista senza essere, per questo, meno nietzchiani, a modo loro, nè meno romantici, erano e sono ancor oggi dei crociani in contraddizione col crocianesimo, vale a dire che manca loro l’ordine e la chiarezza ammirabili del Croce, e, soprattutto, l’aver costruito l’edificio, che è del maestro e per l’esistenza del quale anche la critica di lui assume un valore e si illumina di un significato. Essi esercitano una critica di apparente origine filosofica che non poggia, però, sopra nessuno stabile sistema, e spesso succede loro di sbagliare una impressione, un brivido lirico, per un argomento critico e magari una scoperta archeologica o storica.

Quando ciò avviene, non c’è per essi problema più dilettoso che trovare, per quell’impressione, due o tre nomi che si prestino, appunto, alla fattura di un parallelo o di non importa quale altra costruzione critica capace di servire da formula mnemonica per il ritrovamento dell’impressione stessa.

E’ facile comprendere come tali uomini non arrivino a risolvere mai una sola delle loro possibilità: sono i romantici ai quali è negata ogni sensualità profonda, ogni sospetto di quel che possa intendersi con la parola maturazione, i genialoidi e i fantastici che si vantano di genialità e di fantasia gridando la croce addosso ai professori e ai pedanti che hanno l’unico torto di trattare i loro stessi argomenti, quelli sui quali essi piombano per pura combinazione, con più diritto di loro e con un metodo più rigoroso.

Un crocianesismo, come si vede, disgraziato assai!, ed è, purtroppo e senza purtroppo, il suo crocianesismo conosciuto.

Il fenomeno del quale abbiamo parlato abbraccia d’altronde un numero di persone e di casi così grande da non restarci molto spazio per altre definizioni. E non è meraviglia, in questo paese che sino a pochi anni or sono non ha avuto una scuoletta, un gruppo, un nucleo di persone che dessero a divedere una possibilità di comprensione adeguata dei fenomeni spirituali e letterari, che all’ombra di Croce, all’ombra dell’uomo più basato che abbia l’Italia, abbiano potuto vivere largamente tutti i rappresentanti della nostra mediocrità. Un’altra divisione potremmo farla nell’ambito delle influenze esercitate da Gabriele d’Annunzio.

Ma Gabriele d’Annunzio, appunto per la sua caratteristica di non ragionare e di non fornire spiegazioni spicciole delle sue attività, quasiché volesse vendicarsi in un modo sottile di quelli che gli furono e gli sono avversari di piccole ragioni, ci condurrebbe in un campo troppo delicato e sensibile. Basti dire ch’égli è potuto giungere, per dare un’apparenza di giustezza a quanto dicevano i suoi competitori, sino a fornir loro un materiale d’accusa insperatamente abbondante di pagine false, manierate, di letteratura decorativa e decorazionistica sempre però potendo dimostrare come in ognuna di quelle pagine ci fosse almeno una riga, un punto, un accento, abbastanza pieno di esperienza e di forza perchè non si potesse sperare di superarlo. (Si noti che adoperiamo questa ingenua parola in un tempo di superatori).

E’ certo infine che per discorrere delle influenze esercitate da Gabriele d'Annunzio non parleremmo di volgare dannunzianesimo; e ci toccherebbe quindi di tirare in ballo quei poveri diavoli già castigati, nati in un’epoca infelice, che nella vita sudarono dei sudori non spregevoli per essere classici, saporosi con semplicità e italiani, e che, per il dono di raggiungere una decente toscanità di lingua dovettero rassegnarsi a comparire, in sostanza come i Da Verona di svariate religioni e manie.

Con D’Annunzio entreremmo nel terreno di un giuoco crudele, quantunque legittimato ed anche ammirevole, e non ci sentiamo di parteciparvi, prima perchè gli uomini che oggi soffrono delle sue railleries tanto più feroci quanto più rimangono inespresse e piuttosto che da lui scaturiscono dalla realtà dei fatti, sono i maestri, conosciuti di viso e dei scapaccione — quelli che ci ricordano e forse ancora si fidano di noi — dei nostri primi balbettamenti; poi perchè l’influenza dannunziana così come noi la vediamo, non costituisce un fenomeno fondamentalmente diverso da quello crociano che ci siamo studiati di definire in breve.

La grandezza, magari effimera, dei modelli troppo vicini voluti raggiungere di colpo, ha provocato lo sfacelo delle nostre ultime generazioni la sete e l’aspirazione e una grandezza intesa alla Byron. Ma oggi, se Dio vuole, chi domanda rifugio al ritmo di una prosa manzoniana per le proprie esercitazioni, non inutili, e forse nemmeno sprovviste di un certo significato assoluto, chi si riaccorge della grandezza modesta, ma vera e miracolosamente offerta di un libro come il Bouvard et Pecuchet, raccoglie un tale patrimonio di placida ironia da soddisfarci nel motto:

«La vita è una cosa all’osso».

Raffaello Franchi.