Il Baretti - Anno II, nn. 6-7/I critici

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Arrigo Cajumi

I critici ../Il teatro ../Il bergsonismo IncludiIntestazione 27 marzo 2018 75% Da definire

Il teatro Il bergsonismo

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I CRITICI

Se mi chiedessero quale è oggi il critico francese che gode di più larga rinomanza, risponderci, naturalmente, Albert Thibaudet, sebbene un epigramma recente ricompaia alla memoria quando, uscendo dall’affermazione generica, se ne valuti e soppesi la consistenza. L’Europa intellettuale — si dice — glorifica Thibaudet stimando di andar incontro al giudizio parigino; i francesi lo apprezzano sulla fede degli stranieri. In verità, il maligno rilievo è più che giusto: troppe cose fanno difetto all’annotatore letterario della Nouvelle Revue Française perchè sia lecito ed equo esaltarlo sopra ogni altro. Egli è privo di presa sul gran pubblico, manca di nerbo, di chiarezza, di efficacia e, ciò che più conta, di gusto. La vastità delle sue conoscenze non supplisce alla precisa e tradizionale dottrina, e se gli ultimi saggi raccolti in Intérieurs rivelano un progresso non indifferente, i volumi su Maurras, Barrès, Bergson, Flaubert non hanno nulla di definitivo: quanto allo studio su Mallarmé, ben può dirsi degno del tema. Chi abbia un ideale di neo-classicismo critico, in cui entrino, come elementi principali, storia e psicologia, non può non trovare nei flaccidi libri di Thibaudet che delle astrazioni pericolose e delle disquisizioni inutili, una concezione della critica nettamente filosofica, antiletteraria, che persino Charles Du Bos, epigono intelligente, bada a correggere. Resta, a conforto del disperso, svagato e filamentoso Thibaudet, la moda di protestantesimo culturale che la Nouvelle Revue Française ha propagato.

I membri filosofici e la procella idealista, costringono a ricercare i continuatori della grande tradizione fra gli universitari e i giornalisti. Bergson, astro raggiante, ha messo in rotta il metodo storico-psicologico-letterario del Sainte-Beuve, il talento oratorio e retorico del Taine, la dialettica di Brunetière, l’argomentazione vivace ed eccessiva di Faguet, la squisita ed accumulata ironia di Lemaître. Nessuno vorrà negare al Bédier, al Lanson, all'Hazard, allo Strowski, seguito e fama; nè in campi più ristretti, importanza all’Hauvette, al Chevrillon, al Légouis, al Morel-Fativ, al Cazamian, al Gilson al Baldensperger. La «Société des Conférences» ha tratto alla luce l’onesto, eloquente e sereno Bellessort; eppure la autorità degli universitari è limitata, e manca loro il prestigio che potevano avere un giorno il Brunetière o magari il Faguet. D’altra parte, la caratteristica dominante nella critica francese contemporanea è la mancanza di un capo riconosciuto, di lince direttive, di omogeneità. I temperamenti più diversi, a contatto con l’ambiente editoriale giornalistico, danno origine alle combinazioni più singolari.

Così, vedete critici letterari, nelle tre grandi riviste di portata internazionale, André Beaunier, Henri Bidou, Fernand Vandérem: e quando al primo avrete riconosciuto una certa diligenza e all’ultimo una stravagante presunzione ed incertezza di giudizio, dovrete concentrare la vostra attenzione sull’intelligentissimo Bidou, che [p. 7 modifica] tiene, con scrupolo e decoro, la critica drammatica dei Débats e la politica estera del Figaro. Egli ha risolto il problema di esprimere sinceramente, senza crudezza soverchia, la propria opinione, mediante lo sviluppo dell’analisi del libro o dell’opera di teatro, analisi che viene a sostituire il giudizio, poiché la conclusione è in essa implicita. L’estrema intelligenza di Bidou è pari solo alla misura, al garbo con cui egli si muove nei temi più disparati: un fondo di ottima cultura, e uno stile secco e luminoso, spoglio e conciso, gli assicurano la palma della genialità.

Le riviste minori, stanno, per quanto concerne la critica, ancor peggio che la Revue de France o la Revue des Deux-Mondes (che vede Louis Gillet in compagnia con il molle Doumic e gli inesistenti Le Breton e Giraud; ma si rivaluta con le contribuzioni del Lanson e di altri fra i più seri universitari): i sommari del Mercure sono vuoti; al Correspondant c’è il Thérive, che è un romanziere attraente, ma un critico noioso e pedantesco; all’Opinion, il Boulenger, serio, ponderato, talora eccellente, a cui è mancata la vivacità e la forza d’imporsi in modo decisivo; alla Revue Hebdomadaire, con gli aridi e vuoti Barbey e Le Gris, hanno fatto la loro comparsa Georges Grappe e Ch.-G. Amiot, due nomi da ritenere (il primo non nuovo, ma non abbastanza splendente). Nei Marges, Montfort e Viollis non hanno il distacco necessario per giudicare: meglio assai Pierre Lièrre, pieno di possibilità, ma un po’ frivolo. Tra gli autori che fanno professione di critica, l’opaco De Régnier, il nervoso e ingiusto Mauriac (che ora sembra abbia smesso lasciando per sempre la sua polemica di cronista drammatico a Martial-Piéchaud) il generoso Edmond Jaloux, divulgatore di letterature straniere, e ricco di buona volontà, se non proprio di freddo acume. Se citassi Pawlowski, o Rivoire (continuo a tener unite la critica teatrale e la letteraria), proverei qualche rimorso: meglio, caso mai, ricordare un divertentissimo polemista, Henri Béraud crede della tradizione di Mirbeau; e, accanto al prode Antoine, Colette, che scrive di teatro come di politica: adorabilmente.

Ho tenuto indietro due nomi: Paul Souday, Lucien Dubech, cioè il Temps e l’Action française, gli antipodi. Si potrà dire tutto il male possibile di Souday, rimproverargli la sua costante difesa del pensiero libero (democratico-repubblicano) e i suoi partiti presi troppo netti, ma bisogna riconoscere ch’egli è oggi il solo a praticare il mestiere del feuilletoniste con la probità dei tempi andati. Scrittore pesante, prosatore sgraziato, è un buon professore di letteratura, informato, al corrente: difende la tradizione liberale con serietà, con lo stesso impegno che Dubech pone a sostenere la tradizione realista e reazionaria. C’è maggior finezza nel forcajolo che nel democratico, ma entrambi trovano chi in un certo senso li riassume e li supera: Jean De Pierrefeu. Il critico dei Débats è forse il solo oggi ad unire il senso della modernità con il rispetto della tradizione, e a possedere spigliatezza di stile e chiarezza di pensiero capaci di conciliargli il favore degli uomini di gusto. La sua personalità è ancora in corso di sviluppo, ma si può attenderlo a maggiori prove con fiducia.

Fra gli isolati, un posto speciale spetta all’abate Brémond, erudito e sagace, che però, quando ha voluto lasciare i classici per i contemporanei si è infatuato di Barrès oltre misura, dimostrando di esser meglio al suo posto nello studio del cattolicismo e del romanticismo. E uguale menzione devesi a Benjamin Crémieux, l’unico francese, credo, che abbia subito l’influenza delle teorie di Benedetto Croce. Egli nondimeno non ha perduto le naturali qualità didattiche e la curiosità istintiva della sua razza, e ciò ha servito a correggere e valso a controbilanciare la mania dello schematismo a oltranza comunicatogli dal filosofo napoletano.

Un rapido cronista come lo scrivente, se può saltare a piè pari il marchese De Flers, critico teatrale, deve soffermarsi sul più nuovo, forte e preparato critico drammatico contemporaneo, che dai Marges è passato alle Nouvelles Littéraires (approfittiamone per segnar qui il capriccioso Maurice Martin Du Gard, e l’intervistatore Frédéric Lefèvre, che prende troppo sul serio la sua missione): Claude Berton. Egli ha saputo rinnovare il feuilleton sostituendo all’esposizione del soggetto teatrale, ritratti di autori, pieni di vigoria e di bravura, sebbene disegnati ancora un po’ confusamente: le sue sei colonne hanno un contenuto, sono ricche di ricordi, di immagini, di aneddoti, di teorie: un’abbondanza tormentosa e tumultuosa notevolissima.

Abbiamo riservato per ultimi due sostanziosi dottrinali: Maurras e Massis. Abbastanza diffuse, le loro teorie non richiedono delucidazioni e commenti; inoltre, ciò che desta il nostro interesse è la personalità di Maurras e di Massis, e non il loro pensiero, che, su per giù, vale qualunque altro. Ostinato giornalista, il primo è — quando s’incaponisce a teorizzare — uno scrittore difficile e intricato: ha la dialettica affannosa e stravagante dei meridionali; la passione intorbida l’espressione, rende astratto il discorso. Talora, il partigiano maniaco cede il posto a un curioso e vigoroso ritrattista a un prosatore superbo che caratterizza un uomo, un metodo, una concezione con maestria pari alla forza scultorea: solo che, per scovar tali frammenti un lavoro lungo e paziente è indispensabile. Dotato di più continuo e pacato rilievo Henry Massis, dottrinario altrettanto implacabile dà agli avversari la soddisfazione di veder applicata integralmente la teoria predicata: vittime dell’autore di Jugements sono tutti coloro che, pur vivendo e operando sull’equivoco, hanno mirato a crearsi una maschera irreprensibile, e ci sono riusciti: un Barrès, un Claudel, e loro imitatori di buona famiglia, nelle mani di cotesti feroci inquisitori si afflosciano e si piegano in tutta la loro invereconda ipocrisia, scoprendo la falsità del bandito e preteso classicismo. Neo-romantici alla lor volta, Maurras e Massis, vanno a raggiungere Veuillot e Barbey d’Aurevilly.

Faguet ebbe un giorno ad osservare che, mentre gli autori contemporanei erano neo-romantici, i critici erano neo-classici, e la discordanza gli sembrò strana. Evidentemente, il buon Faguet era di corta vista: quelli ch’egli giudicava neoclassici non erano che dei romantici in maschera, e la riprova è facile: un critico neo-classico (o meglio rettamente tradizionalista) sarebbe oggi nella scia del Sainte-Beuve. E invece? — Guardateli, attacati alla sottana di Veuillot.

Arrigo Cajumi.