Il Conte di Carmagnola/Atto secondo/Scena VI

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Atto secondo

Scena sesta

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IL CONTE, GONZAGA, ORSINI, TOLENTINO,

altri CONDOTTIERI.


                       il conte.
                           Compagni, udiste
La lieta nova; l’inimico ha fatto
Ciò ch’io volea, così voi pur farete.
E il sol che sorge, a ognun di noi, lo giuro,
Il più bel dì di nostra vita apporta.
Non è tra voi chi una battaglia aspetti
Per farsi un nome, il so ma questa sera
L’avrem più glorioso; e la parola
Che al nostro orecchio sonerà più grata,
Omai fia quella di Maclodio. Orsini,
Son pronti i tuoi?

                        orsini.
                        Si.

                       il conte.
                           Corri all’imboscate
Sulla destra dell’argine; raggiungi
Quei che vi stanno, e prendine il comando
E tu a sinistra, o Tolentino. E quindi
Non vi movete, che non sia lo scontro
Incominciato; quando ei fia, correte
Alle spalle al nemico. Udite entrambi.
Se dell’insidie egli s’avvede, e tenta
Ritrarsi; appena avrà voltato il dorso,
Siategli addosso uniti: io son con voi.
Provochi, o fugga, oggi dev’esser vinto.

                        orsini.
E lo sarà
                        (parte).

                      tolentino.
                T’ubbidirem, vedrai.
                        (parte)

                       il conte.
                       (agli altri)
Tu, Gonzaga, al mio fianco. I posti a voi
Assegnerò sul campo. Andiam, compagni;
Si resista al prim’urto: il resto è certo.



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                        CORO.


   S’ode a destra uno squillo di tromba;
A sinistra risponde uno squillo:
D’ambo i lati calpesto rimbomba
Da cavalli e da fanti il terren.
Quinci spunta per l’aria un vessillo;
Quindi un altro s’avanza spiegato:
Ecco appare un drappello schierato;
Ecco un altro che incontro gli vien.


   Già di mezzo sparito è il terreno;
Già le spade respingon le spade;
L’un dell’altro le immerge nel seno;
Gronda il sangue; raddoppia il ferir.
— Chi son essi? Alle belle contrade
Qual ne venne straniero a far guerra?
Qual è quei che ha giurato la terra
Dove nacque far salva, o morir?


   — D’una terra son tutti; un linguaggio
Parlan tutti: fratel li dice
Lo straniero; il comune lignaggio
A ognun d’essi dal volto traspar.
Questa terra fu a tutti nudrice,
Questa terra di sangue ora intrisa,
Che natura dall’altre ha divisa,
E ricinta con l’alpe e col mar.


   — Ahi! Qual d’essi il sacrilego brando
Trasse il primo il fratello a ferire?
— Oh terror! Del conflitto esecrando
La cagione esecranda qual è?
— Non la sanno: a dar morte, a morire
Qui senz’irà ognun d’essi è venuto;
E venduto ad un duce venduto,
Con lui pugna e non chiede il perchè.

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   — Ahi sventura! Ma spose non hanno,
Non han madre gli stolti guerrieri?
Perchè tutte i lor cari non vanno
Dall’ignobile campo a strappar?
E i vegliardi che ai casti pensieri
Dalla tomba già schiudon la mente,
Che non tentan la turba furente
Con prudenti parole placar?


   — Come assiso talvolta il villano
Sulla porta del cheto abituro,
Segna il nembo che scende lontano
Sopra i campi che arati ei non ha;
Cosi udresti ciascun che sicuro
Vede lungi le armate coorti,
Raccontar le migliaia de’ morti,
E la pietà dell’arse città.


   Là, pendenti dal labbro materno
Vedi i figli che imparano intenti
A distinguer con nomi di scherno
Quei che andranno ad uccidere un dì;
Qui le donne alle veglie lucenti
De’ monili far pompa e de’ cinti,
Che alle donne deserte de’ vinti
Il marito o l’amante rapì


   — Ahi sventura! sventura! sventura!
Già la terra è coperta d’uccisi;
Tutta è sangue la vasta pianura;
Cresce il grido, raddoppia il furor.
Ma negli ordini manchi e divisi
Mal si regge, già cede una schiera;
Già nel volgo che vincer dispera,
Della vita rinasce l’amor.


   Come il grano lanciato dal pieno
Ventilabro nell’aria si spande;
Tale intorno per l’ampio terreno
Si sparpagliano i vinti guerrier.
Ma improvvise terribili bande
Ai fuggenti s’affaccian sul calle;
Ma si senton più presso alle spalle
Anelare il temuto destrier.

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   Cadon trepidi a pie de’ nemici,
Gettan l’arme, si danno prigioni:
Il clamor delle turbe vittrici
Copre i lai del tapino che mor.
Un corriero è salito in arcioni;
Prende un foglio, il ripone, s’avvia,
Sferza, sprona, divora la via;
Ogni villa si desta al rumor.


   Perchè tutti sul pesto cammino
Dalle case, dai campi accorrete?
Ognun chiede con ansia al vicino,
Che gioconda novella recò?
Donde ei venga infelici, il sapete,
E sperate che gioia favelli?
I fratelli hanno uccisi i fratelli:
Questa orrenda novella vi do.


   Odo intorno festevoli gridi;
S’orna il tempio, e risona del canto;
Già s’innalzan dai cori omicidi
Grazie ed inni che abbomina il ciel.
Giù dal cerchio dell’alpi frattanto
Lo straniero gli sguardi rivolve;
Vede i forti che mordon la polve,
E li conta con gioia crudel.


   Affrettatevi, empite le schiere.
Sospendete i trionfi ed i giochi,
Ritornate alle vostre bandiere:
Lo straniero discende; egli è qui.
Vincitori Siete deboli e pochi?
Ma per questo a sfidarvi ei discende;
E voglioso a quei campi v’attende
Dove il vostro fratello perì.


   Tu che angusta a’ tuoi figli parevi,
Tu che in pace nutrirli non sai,
Fatal terra, gli estrani ricevi:
Tal giudizio comincia per te.
Un nemico che offeso non hai,
A tue mense insultando s’asside;
Degli stolti le spoglie divide;
Toglie il brando di mano a’ tuoi re.

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Stolto anch’esso! Beata fu mai
Gente alcuna per sangue ed oltraggio?
Solo al vinto non toccano i guai;
Torna in pianto dell’empio il gioir.
Ben talor nel superbo viaggio
Non l’abbatte l’eterna vendetta;
Ma lo segna; ma veglia ed aspetta;
Ma lo coglie all’estremo sospir.


   Tutti fatti a sembianza d’un Solo,
Figli tutti d’un solo Riscatto,
In qual ora, in qual parte del suolo,
Trascorriamo quest’aura vital,
Siam fratelli; siam stretti ad un patto;
Maledetto colui che l’infrange,
Che s’innalza sul fiacco che piange,
Che contrista uno spirto immortal!