Il Marchese di Roccaverdina/Capitolo IV

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IV.


Poco più in là del portone da cui era uscita, Agrippina Solmo si trovava faccia a faccia con mastro Vito Noccia, calzolaio.

— Che vi accade, comare Pina? Avete un viso!

— Niente; lasciatemi andare!

Voleva evitare di fermarsi; ma quegli soggiunse:

— Ho ricevuto or ora la cedola per la testimonianza alle Assise. Sentite, comare Pina: in quanto a Neli Casaccio, ve lo giuro, non so nulla. Non voglio dannarmi, comare!

— Chi vi forza a dire il falso?

— Quell’anima lunga di don Aquilante....

Ella lo interruppe:

— Lo avete sentito dire, per caso, che ho fatto ammazzare io mio marito?

— Voi? Oh, Vergine Maria!

— Me l’han rinfacciato or ora, mastro Vito!

[p. 36 modifica]E accennò, con significativa occhiata, la terrazza centrale sovrastante al portone dei Lagomorto.

— L’avete sentito dire? — insisteva con sordo fremito nella voce. — Io, io che darei tutto il sangue delle mie vene per farlo risuscitare un solo minuto!

— E il marchese che ne pensa?

— Ah, mastro Vito! Non si può più discorrere con lui. Diventa un animale feroce appena gli si parla di Rocco.

— Povero signore! Gli voleva un gran bene. Ma non vi angustiate per questo. Voci di mala gente.

— Vi saluto; scusate.

Andava a rapidi passi, rialzando con una mano la gonna, guardando dove metteva i piedi per evitare le pozze rossastre formate dall’acqua mista con feccia versata da una cantina dove travasavano il vino.

E intanto pensava al marchese che diventava, come si era espressa, un animale feroce ogni volta che ella andava da lui per parlargli del processo.

— Perchè? Perchè?

Non sapeva spiegarselo. Sospettava dunque anche lui quel che dicevano le male genti?

Era impossibile!

E affrettava più il passo.

Gli occhi le si velavano di lagrime, il cuore le batteva con violenza, come più ora rifletteva intorno allo strano contegno di lui.

Era cangiato dalla mattina alla sera, pochi giorni [p. 37 modifica]prima della disgrazia. Una volta, appena vistala entrare e mentre ella stava per togliersi la mantellina, le aveva gridato: — Vàttene! Vàttene!

L’aveva quasi scacciata.

Poi, richiamàtala addietro, si era rabbonito tutt’a un tratto. E quante domande! — A che ora Rocco è tornato da Margitello? Perchè è venuto ed andato via senza farsi vedere da me? — Quasi lo facesse spiare o lo spiasse.

Ripensando alcuni particolari a cui non aveva mai badato, sentiva un turbamento profondo, una specie di smarrimento. E affrettava ancora il passo.

— Perchè? Perchè? — tornava a domandarsi. — È possibile? Sospetta anche lui? Ah, Signore!

Mamma Grazia, che spazzava l’anticamera, se la vide davanti come un fantasma.

— Dov’è?

— Ma, santa cristiana, non lo sapete che non vuole?

— Lasciatemi entrare. Dov’è?

— Mi sgriderà; se la prenderà con me!

— Glielo dirò, state tranquilla, che sono entrata di forza.

E attraversando stanze, e spalancando usci, e frugando, si rivedeva là non da serva, come aveva detto alla baronessa, ma da vera padrona, con le chiavi della dispensa o del magazzino alla cintola, per averle pronte quando arrivavano i garzoni col mosto o col grano al tempo della vendemmia o del raccolto.

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Si rivedeva occupata a riguardare la biancheria, a riporre negli armadi quella lavata e stirata; in faccende per la casa, assieme con mamma Grazia che brontolava, povera vecchia, perchè si credeva spodestata della sua autorità di nutrice. — Lo hai stregato! Lo hai stregato! — Glielo diceva sul viso, povera vecchia! E ciò non ostante, la rispettava, perchè da colui ch’ella aveva nutrito col suo latte le era stato ordinato: — Voglio così, mamma Grazia!

Ma dov’era?

Non lo aveva trovato in camera, nè nella sala da pranzo, nè in salotto, nè nello studio, nè in quella stanza ingombra di selle vecchie e nuove, di briglie, di cavezze, di arnesi di ogni sorta per carrozza e per carri.

Là, in un angolo, coi capelli disciolti, ella si era dati tanti pugni su la testa! Accoccolata per terra aveva singhiozzato e pianto una intera nottata, quando le era stato annunziato: — Domani te n’andrai a casa tua, per l’occhio della gente. Vi sposerete fra un mese! — Erano passati quasi tre anni, ma in quell’istante le pareva di vedere in quell’angolo un’altra se stessa e ne sentiva immensa pietà.

Ah! Si sarebbe buttata di nuovo per terra, dandosi pugni su la testa, a sfogarsi a piangere la sua mala sorte anche ora!...

Dov’era? Come non lo trovava?

Giunta davanti al pianerottolo della scala che [p. 39 modifica]conduceva al piano di sotto, cominciò a scendere. La testa le vagellava talmente, da sentir bisogno di appoggiarsi al muro per non ruzzolare gli scalini.

— Voglio saperlo! Dalla sua bocca voglio saperlo!

E attraversava altre stanze quasi vuote, e spalancava altri usci, fino alla cameretta laggiù, in fondo, dove aveva dormito nei primi mesi, allora! e dove era restata parecchie settimane quasi nascosta, vergognandosi di farsi vedere per le stanze da mamma Grazia, da Rocco, dalle altre persone di casa.

E nell’atto di stendere la mano al pomo di rame dell’uscio, quasi la parete fosse sparita a un tratto, le parve di vedere il lettino con la coltre bianca, e il tavolino con lo specchio, e il lavamano di ferro, e le vesti appese al muro, e la cassa nuova di abete, tinta in verde, allato all’uscio, con la biancheria che ella si era cucita da sè, con le calze che si era lavorate da sè a casa sua, prima che il marchese si risolvesse di farla venire là, seccato di andare da lei, di notte, a ora tarda, in quel remoto vicoletto dov’ella abitava...

Stese la mano. L’uscio resistette.

— Chi è?... Mamma Grazia!...

Quella voce grossa di stizza l’atterrì.

Se ella avesse risposto e si fosse fatta riconoscere, il marchese certamente non avrebbe aperto. E girò di nuovo il pomo, quantunque avesse già capito che l’uscio era chiuso dall’interno.

[p. 40 modifica]Sentì un rumore di oggetto duro buttato sul tavolino; sentì lo scricchiolio della seggiola smossa...

— Tu!... Tu!

E il marchese indietreggiò alla vista inattesa. Indietreggiò anche lei davanti a quell’aspetto sconvolto.

— Perdoni, voscenza!

Non gli aveva mai parlato altrimenti, anche negli istanti più intimi, piena di gran rispetto per colui che ella aveva sempre stimato, più che amante, padrone.

Uscito fuori e richiuso l’uscio dietro a sè, il marchese la interrogava con sguardi feroci, stringendo i pugni, rialzando le larghe spalle, quasi volesse avventarsele contro.

— Senta, voscenza! — ella pregò. — Farà poi quel che vuole, ma senta, per carità!

Sembrava invecchiato di dieci anni, con la faccia non rasa da parecchi giorni, coi folti capelli in disordine.

— Chi sa chi ti manda! — mugolò. — Domineddio? O il diavolo?

— Perchè, voscenza?

— Che vuoi? Parla! Spicciati!

— Mi ha fatto chiamare la baronessa. Dice...

— Che cosa dice?

— Dice... che sono stata io che ho fatto ammazzare mio marito!

— E vieni a contarlo a me?

[p. 41 modifica]— Lo vedo!... Non sono più niente per voscenza.... Mi scaccia come una cagna arrabbiata. Che ho fatto? Che ho fatto? Anche voscenza dunque crede?...

— Che ti deve importare di quel che credo o non credo?

— È un’infamia!

— Oh!... Ci sono peggiori infamie in questo mondo!

— Ma che ho fatto, Madonna Santa?

— Che hai fatto?... Che hai fatto?... Niente!

Agrippina Solmo, sforzandosi di capire, andandogli dietro, lo supplicava con gli occhi pieni di lagrime.

— Niente! Niente! — ripeteva il marchese aggirandosi per la stanza, assorto nella triste idea che pareva lo torturasse, masticando parole che evidentemente non voleva lasciarsi sfuggire di bocca.

— Me ne vado — disse Agrippina Solmo, rassegnandosi. — Questa è l’ultima volta che voscenza mi vede qui. Il Signore dovrebbe farmi cascare fredda prima di uscire dal portone!

E fece atto di avviarsi.

Il marchese si era voltato. Ella credette che stesse per risponderle qualche cosa. No; la guardava soltanto, forse per accertarsi che andasse veramente via.

— Le ho voluto bene! — ella si lamentava, senza che dal suo accento trasparisse nessuna intenzione di rimprovero. — L’ho adorato come si adora Gesù sacramentato!... Mi ha preso dalla strada, mi ha [p. 42 modifica]colmata di beneficii, lo so!... Ma in compenso, non le ho dato il mio onore, la mia giovinezza, il cuore, tutto? Nessuno saprà mai quel che ho sofferto dal giorno che voscenza.... Quasi fossi stata uno straccio da buttar via!... Oh! Era padrone di fare quel che le pareva e piaceva. Mi disse: — Devi giurare! — Ed io giurai, davanti al Crocifisso. Mi sarei fatta polvere per essere calpestata dai suoi piedi! Crede forse voscenza che non sentissi repugnanza?... Che la coscienza non mi rimordesse?... Che importava? Ero nel peccato (quando è destino, una che può farci?) e restavo nel peccato come prima. Per questo avevo giurato, alzando la mano dritta davanti al Crocifisso!... E ora, me ne vado!... Mi scoppiava il cuore, se non parlavo!... È convinto voscenza che ho fatto ammazzare io Rocco Criscione?... Mi denunzi alla giustizia! Mi faccia condannare a vita!... Ma no, voscenza non lo crede, non può crederlo!...

— Dici bene! Non posso crederlo!...

E con voce ancora più cupa, il marchese soggiungeva:

— Meglio per te e per me, se fosse stato così!... Chi t’ha fatto venire in questo momento? Domineddio o il diavolo?

Agrippina Solmo, incrociate desolatamente le mani e scotendo con atto di compassione la testa, riprendeva a lamentarsi con voce più fioca:

— Non diceva così voscenza quando io le [p. 43 modifica]ripetevo: — Mi lasci stare! Mi lasci stare! — E mia madre piangeva, poveretta: — È la tua disgrazia, figlia mia! — È stato vero! Che m’importa se ora non mi manca niente? Casa, oro, roba, voscenza può riprendersi tutto.... Un’altra non parlerebbe così! E intanto la baronessa — il Signore la perdoni! — dice che io vengo qui per tornare di nuovo con voscenza, per.... Mi vergogno di ripetere quel che mi ha rinfacciato!... Quando mai? Quando mai?... Neppure allora che voscenza, ogni giorno: — Sei la padrona qui, sarai sempre la padrona!... — Oh, non si arrabbi!... Me ne vado!... Tutto avrei potuto credere, non questo di vedermi trattata così! — È la tua disgrazia, figlia mia! — Mia madre aveva ragione!

— Zitta! Zitta! — urlò il marchese.

Ella uscì, più turbata e più smarrita che non fosse venendo, e con qualche cosa nel cuore che somigliava a un rimorso.

Quei torbidi sguardi del marchese le erano penetrati nelle carni come lama ghiaccia, l’avevano frugata ne le più intime profondità della coscienza dove ella stessa non osava di guardare; e le sembrava che vi avessero già scoperto la infedeltà che stava per commettere e che avrebbe certamente commesso, se il fucile dell’assassino non avesse colpito Rocco Criscione tra le siepi di fichi d’India di Margitello, mentr’ella lo attendeva alla finestra, al buio, come si attende un amante!