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Il Parlamento del Regno d'Italia/Fabio Pallavicini

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Fabio Pallavicini

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Giacomo Oneto Ignazio Pallavicini

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senatore.


Il Senato italiano conta pochi nomi che possano andare a pari per nobiltà e illustrazione a questo dei Pallavicini. Sarebbe lungo quanto inutile l’enumerare gl’infiniti titoli dei membri di questa antichissima famiglia, al rispetto ed alla considerazione dei loro concittadini; e una volta che la costituzione del regno, stabilisce ch’esista una Camera alta, o delle notabilità, è evidente che i Pallavicini debbono sedere in essa quasi per diritto.

Il marchese Fabio è certamente animato da sentimenti patriotici, pure non divide forse intieramente le opinioni della maggioranza degl’Italiani, intorno le ultime vicissitudini, mediante le quali, la nostra patria comune ha potuto riunire in un sol fascio, le sparse provincie, e sopratutto quelle che appartenevano alla Santa Sede.

Noi ci troviamo assai disposti, non diremo già a scusare, che questo sarebbe troppo, ma a compatire le esitazioni ed anche le avversioni più o meno dissimulate, di coloro, i quali non sanno completamente perdonare all’Italia, di avere usato una sorta di violenza, per rientrare nei suoi possedimenti naturali.

Due grandi principi stanno a fronte, due grandi enti morali: la religione e la patria.

La lotta che può esistere, e che esiste evidente mente tra queste due sante e sovranissime cose, non è ella di tal natura da seminare la zizzania nel campo e da far dubitare a più di un campione della giustizia della causa al cui servizio si è messo? Noi crediamo che vi sia modo di conciliare i due amori, di mettere d’accordo le due leggi; e fortunatamente per l’Italia, la gran maggioranza degl’italiani, è del nostro avviso. Ma alcune coscienze di soverchio timorose si spaventano delle folgori lanciate dal Vaticano, s’impietosiscono ai lamenti desolati di esso, e non [p. 1029 modifica]sanno indursi a celebrare di buon animo i trionfi della patria, mentre sospettano ch’essi possano costare sconfitte e danni alla religione.

Il marchese Fabio Pallavicini si trova nel numero di quelli che non sono per isventura loro e del paese, pienamente rassicurati, quindi non recano al procedimento delle faccende nostre quel concorso attivo e convinto che sarebbe pur necessario, a spingere innanzi energicamente la grand’opera e ad affrettare il compimento dei patri destini.

Tuttavia s’egli non è tanto nostro che basti ad averlo cooperatore efficace, non è neppure tanto avverso al movimento nazionale da indursi a fare ciò che fece il troppo celebre marchese Brignole-Sale, il quale scosse sulla soglia del Palazzo Madama, le proprie calzature, onde se ne distaccasse fino al più tenue granello della polvere di quel recinto, a suo avviso, profanato per sempre; il marchese Pallavicini col rimanersi membro del Senato del regno, e coll’intervenire assai di frequente alle pubbliche sedute, e alle riunioni degli uffici di quell’illustre consesso, mostra accettare, come accetta senz’altro, quella porzione di responsabilità che pur gli spetta per rapporto alle gravissime deliberazioni di quello.

Si potrebbe desiderare di più, ma potrebbe anche temersi di peggio!