Il giornalino di Gian Burrasca/21 gennaio

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21 gennaio

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20 gennaio 22 gennaio


21 gennaio.

Altro che goccia! Su quel vaso di mio cognato che era lì lì per traboccare c’è cascato addirittura un diluvio e... non so proprio di dove cominciare.

Dovrei piangere dal dispiacere, strapparmi i capelli, dalla disperazione... ma le disgrazie che mi son capitate ieri tra capo e collo sono tante e si sono scatenate così improvvisamente, tutte insieme, che io son rimasto rimbecillito e mi par di sognare...

Andiamo per ordine.

La prima causa della mia rovina è stata la passione per la pesca.

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Ieri, appena ritornato da scuola, presi in camera mia quella lenza che mi ero fabbricato ieri l’altro e andai nella stanza del signor Venanzio con l’intenzione di pescare nella sua catinella per farlo divertire.

Disgraziatamente il signor Venanzio dormiva; e dormiva in un modo curioso, con la testa arrovesciata sulla spalliera della poltrona e con la bocca spalancata dalla quale gli usciva un rantolino che andava a finire in un piccolo fischio...

Allora cambiai idea. Dietro alla poltrona c’era una tavola, e io montatovi sopra, stando seduto su un panchettino, mi misi, per ridere, a pescare nella bocca del signor Venanzio, tenendo la lenza al disopra della sua testa e l’amo sospeso all’altezza della bocca spalancata...

- Ora quando si sveglia - pensavo - chi sa come rimarrà sorpreso! -

Disgraziatamente gli venne a un tratto da starnutire; e nello starnuto, avendo egli chinata la testa, l’amo andò a posarglisi sulla lingua e, avendo poi richiusa la bocca, gli restò dentro, mentre io senza accorgermene, per un semplice istinto di pescatore, detti una stratta alla lenza tirando in su...

Si udì un grido acutissimo, e io vidi, con mia grande meraviglia, attaccato all’amo un dente con due barbe!

Nello stesso tempo il signor Venanzio sputava una boccata di sangue...

In quel terribile istante, preso da un grande sgomento, gettai la lenza e, sceso con un salto dalla tavola, scappai come un pazzo in camera mia.

Dopo un’oretta è venuto mio cognato, seguito da mia sorella che gli raccomandava: - Riportalo a casa magari subito, ma non lo picchiare!

- Picchiarlo? Se mi ci mettessi dovrei ammazzarlo! - rispondeva il Maralli. - No, no; ma voglio che sappia almeno quel che mi costa l’averlo tenuto una settimana in casa mia! -

Quando mi fu dinanzi mi guardò ben bene in faccia e poi disse lentamente con una calma che mi faceva più paura che se avesse urlato come tante altre volte :

- Sai? Ora son convinto anche io che tu anderai a finire in galera... e t’avverto che io non sarò certo il tuo avvocato difensore... Io, vedi, ho conosciuto molta canaglia: ma tu hai nelle tue intraprese di delinquente delle risorse misteriose, ignorate a tutti gli altri... Per esempio, come avrai fatto a fare un taglio alla lingua di mio zio Venanzio e a portargli via un dente che è stato trovato attaccato a uno spillo ricurvo legato a un filo di refe? E perché hai fatto questo? Chi lo sa! Ma quello che devi sapere è che mio zio vuole assolutamente andar via da casa mia, dove dice di non sentirsi sicuro, e che così, per causa tua, io vado a rischio di perder una vistosa eredità della quale, senza di te, potevo dirmi sicuro. -

Il Maralli s’è asciugato il sudore, mordendosi al tempo stesso le labbra; poi ha ripreso lentamente :

- Tu mi hai dunque rovinato come uomo; ma aspetta, ché c’è dell’altro! E quest’altro, purtroppo, l’ho scoperto in tribunale, al processo, che è andato tutto a rotoli e che ha segnato la mia rovina nella mia professione e nella mia carriera politica. Tu parlasti quattro o cinque giorni fa con un contadino chiamato Gosto grullo?

- Sì - confessai io.

- E che gli dicesti? -

A questo punto mi parve che la constatazione di una buona azione compiuta dovesse compensare il fallo rimproveratomi precedentemente e risposi con accento trionfale:

- Gli dissi che in tribunale doveva dire la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità, come ho visto scritto nel cartello che è sulla testa del presidente.

- Sicuro! E infatti l’ha detta! Egli ha raccontato che gli imputati avevan tirato dei sassi ai soldati e gli imputati sono stati condannati. Hai capito?... E gli hai fatti condannar te! E io che ero avvocato difensore ho perso la causa per te! E per te i giornali avversari mi attaccheranno ora con violenza, e per te il nostro partito avrà in paese meno credito di quel che aveva... Hai capito? Sei contento ora? Sei soddisfatto dell’opera tua? Vuoi far qualche cos’altro? Hai in mente altre rovine, altri cataclismi da compiere? Ti avverto che nel caso hai tempo fino a domattina alle otto, perché ora è troppo tardi per riaccompagnarti a casa tua.

Io non capivo più nulla, non avevo la forza né di parlare né di muovermi...

Il Maralli mi lasciò lì come inebetito; mia sorella mi disse: - Disgraziato! - e se ne andò anche lei.

Ah sì, disgraziato: disgraziato io e più disgraziati tutti quelli che hanno a che far con me...

Sono già le otto, caro giornalino: il Maralli mi aspetta nello studio per ricondurmi a mio padre che mi metterà subito in collegio!

Si può essere più disgraziati di me!

Eppure non mi riesce di piangere... Anzi! Con tutta la tremenda prospettiva del mio triste avvenire, non so levarmi dalla mente l’immagine di quel dente con quelle due barbe che ho pescato ieri nella bocca spalancata del signor Venanzio e ogni tanto mi scappa da ridere...