Il romanzo d'un maestro (De Amicis)/Altarana/XI

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Prime scintille

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PRIME SCINTILLE.


Ma al maestro, oramai, non pareva più insaccata. Egli era già pervenuto con lei a quel grado di simpatia, in virtù del quale la donna perde ogni sera un difetto e s’alza ogni mattina con una grazia di più. Egli non sentiva più le doppie troppo rinforzate, nè le e troppo larghe, e non vedeva più l’affilatura soverchia del nasino: gli pareva ch’essa fosse cresciuta di statura, che la sua bocca si fosse fatta ancor più piccola e più dolce, e che nessuna limpidezza di voce gli sarebbe stata più gradevole all’orecchio che la velatura della sua. Cominciò in iscuola ad aspettar con impazienza la fine della lezione, per veder lei all’uscita, e prese l’abitudine d’interrompere il discorso ogni volta che gli pareva di sentire al piano di sopra il suono fioco della sua voce. Qualche volta, nonostante il freddo, ella [p. 205 modifica]s’affacciava la mattina presto alla finestra del terrazzino, ancora spettinata e in accappatoio, e lo salutava con un sorriso e un cenno della piccola mano. E quelle mattine egli andava alla scuola allegro, disposto all’indulgenza, inclinato a scherzare coi suoi ragazzi, come nei primi tempi. E toccò ben presto con mano che, in questa maniera, il suo metodo di riservatezza e d’austerità si cominciava a allentare, così che dovette fare uno sforzo per rimetterlo in pieno vigore. Ma, a suo malgrado, la calda simpatia che egli sentiva per la vicina, penetrava in tutti i suoi sentimenti e in tutte le sue idee, s’infiltrava nel metodo oggettivo, colorava il libro di lettura, scaldava l’aritmetica, si rifletteva sul viso degli scolari. Egli fu costretto a riconoscere che quella famosa teoria dell’io interiore e dell’io esteriore era di troppo difficile, anzi di quasi impossibile attuazione quando s’aveva l’animo rimescolato da un affetto vivo, fosse pur questo ancor lontano molto, com’egli credeva il suo, dalla passione, e piuttosto affine all’amicizia che all’amore. E i primi abusi dei suoi scolari non gli facevan l’effetto dell’altre volte: egli saltava su sdegnato, è vero, come sempre; ma subito gli si affacciava al pensiero quella finestra, quel viso, la breve conversazione che avrebbe avuto fra un’ora con quella piccola bocca, e invece del rimprovero acerbo o dell’intimazione del castigo, gli fuggiva dalle labbra la formola fiacca dei suoi primi mesi di scuola: — Passi ancora per questa volta, ma non ci ricadere mai più.

Intanto, andava acquistando sempre maggior familiarità con la maestra, la quale poteva con lui solo discorrere delle cose sue. Essa gli parlò con calore dell’affezione che le cominciavano a dimostrar certe alunne. Aveva una contadinella che le portava dei mazzetti di stelle di montagna; una piccolina, che quando le andava vicino nel banco, si stringeva a lei così affettuosamente, implorando una carezza con cert’occhi così dolci, ch’ella non poteva trattenersi dal contentarla, e quando nel farle qualche correzione a voce sul quaderno, le metteva un braccio intorno al collo, quella sfolgorava di gioia. Ella aveva notato parecchie volte l’effetto maraviglioso che facevan le carezze su certe bambine della campagna, affettuose di natura, ma figliuole di parenti duri, le quali non avevan mai avuto [p. 206 modifica]un bacio dopo ch’eran nate, e non sapovan quasi che cosa fosse. Ne aveva assistita una ch’era morta in un Ospizio, la quale, per prendere una medicina, per lasciarsi fare un’operazione dolorosa, e fin per dormire, domandava che prima le dessero un bacio; e anche negli ultimi giorni diceva sempre con un fil di voce: — un basin, un basin, — alla suora, al medico, a chiunque le si avvicinasse. La piccina delle stelle di montagna le ricordava quella povera creatura. E un’altra delle migliori, un carattere veramente gentile e caro, era la figliuola del pizzicagnolo, che piccola com’era, e trattata come una principessina dai suoi parenti, ch’eran molto facoltosi, e le spendevano attorno metà dei loro guadagni, mostrava già un senso squisito di delicatezza a non avvilir con la pompa dei suoi vestitini le proprie compagne, alle quali faceva di nascosto ogni sorta di regalucci, e tutte l’adoravano....

Il maestro le chiese notizie della protetta dalla madre del pretore. La ragazza corrugò la fronte. Egli le domandò, timidamente, che cosa ci fosse stato: gli pareva che, ancora due giorni avanti, fosse andata a far visita alla signora. La maestra titubò un momento; poi disse seria: — Non ci tornerò più. — E pareva che non volesse dir altro; ma, temendo che quelle parole potessero far pensare peggio di quello che era, lasciò intendere la verità. La madre del pretore era un’ottima signora; ma.... non essendoci mai altri in casa che lei e suo figlio.... essa usciva dal salotto troppo sovente. Una ragazza sola non poteva frequentare una signora che amava il proprio figliuolo.... fino a quel segno. Il maestro capì e ne fu punto al cuore. — Ma! — sospirò la maestra. — È un destino che in nessun luogo si possa vivere senza guastarsi con qualcheduno: ora mi vorranno male. — E quello le richiamò alla mente un altro dispiacere che aveva avuto nella giornata, senza colpa sua. Essendo andata all’uffizio postale a domandar conto d’una lettera che aspettava da tre giorni, l’impiegata a cui parlava per la prima volta, le aveva risposto con tal mala grazia, ch’essa era rimasta lì senza parola, soffocata insieme dallo stupore e dallo sdegno. E domandò al maestro, accorata: — Sa lei immaginare il perchè? — Il maestro non sapeva. Si risentì dell’offesa, per altro, come se [p. 207 modifica]l’avessero fatta a lui, e stava per consigliare alla ragazza di portare le sue lagnanze al sindaco; ma tenne dentro quel consiglio, e parlò invece della cosa al segretario comunale, domandandogli una spiegazione. Questi finse una gran meraviglia.... ma non sapeva fingere; e finì con rivelare il segreto, facendo schermo della mano alla bocca, dopo essersi fatto promettere il silenzio. La signorina Allari, che era l’impiegata, benchè avesse passata la trentina da un pezzo, voleva farsi sposare dal giovane pretore, del quale era così incapricciata, che il servizio postale andava alla diavola. Ma la signora madre, che mirava molto, ma molto più in su d’una “rivendugliola di francobolli„ l’aveva messa garbatamente alla porta. Ora le gentilezze della signora per la nuova maestra dovevano esserle state una botta al cuore. — Consigli alla maestra, — disse piano, — di riguardarsene.


Così da varie parti si venivan manifestando inimicizie contro la nuova venuta, e questo pensiero appunto avvivava la simpatia del giovane; il quale non osava di confessarlo a sè medesimo, ma covava una speranza d’egoista, che quelle inimicizie, crescendo, avrebbero sempre più ravvicinata la ragazza a lui, che era il solo suo confidente, e sarebbe nato in lei dal ravvicinamento un affetto più vivo dell’amicizia. Una sera le andò a portare a casa una raccolta di giornali didattici che l’avvocato gli aveva imprestata, e la vista di quel povero vecchio quasi impotente, che lo guardava con occhi stupiti borbottando parole ch’ei non capiva, e il pensiero dei servigi continui e penosi che gli doveva prestar la figliuola, non aiutata che poche ore al giorno da una giornante d’una quindicina d’anni, aggiunsero alla sua simpatia un sentimento di profonda pietà. E vi tornò altre volte. Ma preferiva sempre quelle brevi conversazioni al freddo sul terrazzino, dov’eran più liberi. In queste aveva cominciato a uscire dai soliti discorsi della scuola e del villaggio. E fece una scoperta singolare nel carattere della ragazza. Ogni volta ch’egli facesse un’allusione, non al suo sentimento per lei, ma così, in modo vago, all’amore, o a un soggetto che potesse condurre a quello direttamente, passava sul suo viso un’espressione sfuggevole e [p. 208 modifica]rapida, come un’illuminazione istantanea, un balenìo degli occhi vivissino, col quale pareva che dicesse: — Ah sì, lo so! C’è anche l’amore nel mondo. Nessuno lo sentirebbe più di me! — e poi troncava netto il discorso, e ripigliava all’istante il viso di prima, come se col discorso ella avesse troncato ad un tempo e dimenticato affatto il pensiero. Parea che l’idea dell’amore balenasse alla sua mente come quella d’un altro mondo, d’un’esistenza maravigliosa e remota, della quale non si dovesse discorrere per non andar con la fantasia fuor della ragione e del vero. E così in tutti i discorsi di sentimento essa non si allontanava mai dalla realtà delle cose presenti, e in queste, dal concetto di qualche azione utile a far trionfare il suo sentimento fra gli uomini. Dalla sua pietà per l’infanzia usciva continuamente e pronta l’idea del rimedio dei mali, del castigo dei colpevoli, della lotta da combattere per imporre il bene. Tutte le sue commozioni erano rapide, come lo scatto d’una molla; un singhiozzo secco, una lacrima, un impeto di sdegno, e poi subito un’idea, un proposito, una risoluzione. Aveva ogni poco delle massime assolute: — Bisogna far questo, non si deve far quest’altro, — e si capiva che erano principî incrollabili nell’animo suo. Il gesto che aveva abituale nella concitazione, di stringere il suo pugno roseo e di dar dei piccoli colpi nervosi nella palma dell’altra mano, come sopra una macchinetta da bollo, era l’espressione perfetta della sua indole, buona e amorosa, ma fortissima, d’una fibra di ferro, che nessuna prepotenza avrebbe piegata, quando la sosteneva la ragione e la coscienza. Al maestro essa ricordava qualche volta la cugina; ma gli pareva che fosse più logica e più gagliarda di quella nella sua bontà; che, per esempio, non avrebbe firmata, come quella, la promessa d’andar via dal paese, a quel sedicente ispettore; gli pareva che avesse meno fantasia, ma più intelligenza, meno passione per le piccole cose, ma più per le grandi, e affetto più profondo e durevole. E la trovava tanto più bella, benchè non fosse grande la differenza! E oramai non chiamava più “amicizia„ il suo sentimento; perchè era arrivato a quel segno che non consente più illusioni, al soliloquio che esce in suoni distinti, all’apostrofe affettuosa diretta al fantasma, nel silenzio della propria camera, di notte, [p. 209 modifica]a parole formate; le quali sono le scintille annunzianti che il fuoco ha preso dentro, e che a momenti usciran le lingue di fiamma.