Il romanzo d'un maestro (De Amicis)/Bossolano/VII

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Il maestro Delli

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IL MAESTRO DELLI.


Di questo maestro Delli dicevan tutti tanto bene e con tanta insistenza che il Ratti finì con decidersi a entrar quasi di forza nella sua familiarità, che quegli pareva rifiutargli, non per orgoglio, ma per amore di viver solo. E l’ultima spinta gliela diedero gli elogi che fece del Delli l’organista, perchè, se costui lo lodava, egli doveva essere, se non altro, un uomo assai diverso dagli altri. — È il solo vero galantuomo del paese, — diceva. Non gli moveva che il rimprovero di non credere al gran crac, o piuttosto, di non occuparsene. Che diavolo! E chi più dei maestri elementari aveva ragione di desiderare che si rifacesse il mondo? Essi ci avevan tutto da guadagnare perchè, senza dubbio, nella nuova società sarebber stati inalzati ai primi posti quelli che educano l’intelligenza del popolo, che sono i maestri di scuola, e quelli che gli [p. 196 modifica]educano il cuore, che sono i maestri di musica. — A leggere e a suonare s’insegnerà sempre, — diceva.


Il Ratti, dunque, cominciò ad avvicinarsi al suo collega col pretesto di chiedergli dei pareri in cose scolastiche; ch’era l’unico modo di far ch’ei non tagliasse la conversazione, come al solito, dopo le prime parole. Non gli trovò un’istruzione straordinaria; ma delle idee nette, frutto, gli parve, d’osservazioni proprie, non di letture. La prima che lo colpì fu questa: che avendo riconosciuto, dopo molti anni di esperienza, che quasi in ogni classe gli si presentavano ogni anno quei cinque sei soggetti tristi, macchiati, presso a poco, degli stessi difetti e malvagi, per così dire, della stessa malvagità, tanto che oramai li riconosceva dalla fisonomia e da certe leggere e quasi involontarie manifestazioni dei primissimi giorni, così egli s’era fatto una legge d’affrontarli subito, anche avanti che commettessero la prima mancanza; ed aveva esperimentato che il vedersi indovinati in quella maniera, e come smascherati e disarmati prima del combattimento, dava loro un concetto e un timor tale della chiaroveggenza e della risolutezza del maestro, che anche i più audaci si tenevan queti per un pezzo. E circa al modo di tener la disciplina, le sue idee concordavano con quelle dell’ispettore di Garasco: puniva senza prevenire: voleva che i suoi alunni avessero la certezza assoluta che a certe mancanze seguivano immancabili, immediati e senza remissione possibile certi castighi, come il dolore a una capata nel muro. Quanto al sentimento con cui egli, padre e uomo di cuore, doveva lottare per esser severo, diceva di non aver a fare alcuno sforzo per nasconderlo: egli mostrava il suo affetto per la classe, ma per nessun alunno in particolare. Il maestro, a suo giudizio, non si dovea appassionare: ci doveva essere in lui un che di tranquillo e d’imperturbabile, quasi d’impersonale, che facesse ben comprendere ai ragazzi che la scuola è tutt’altra cosa dalla casa, e il maestro dal padre; che nella scuola cominciano ad esser cittadini e ad adempiere dei doveri verso lo Stato, e che lì, per conseguenza, non hanno diritto nè ad indulgenze nè a blandizie. Era un errore, secondo lui, voler fare della scuola un’altra famiglia, poichè [p. 197 modifica]non poteva essere che una famigia indisciplinata, mancando al maestro i mezzi che hanno i parenti di contenere gli abusi della familiarità. Per questo, pretendeva per prima cosa un silenzio profondo, per non dover mai alzare la voce, che è il primo e più grande atto di debolezza che i maestri soglion commettere; onde i suoi alunni, anche i meno docili, pigliavano a poco a poco l’abitudine di entrare e d’uscire in punta di piedi, come in una chiesa. E come la voce regolava la lode e il rimprovero: una parola, uno sguardo, un cenno del capo gli bastavano. E a questa massima si conformava anche nell’insegnamento morale, enunciando precetti e doveri con tanto meno parole quanto essi eran più alti e più importanti, senza spiegare il perchè dei perchè, come diceva che ora si fa, che quasi si discutono coi ragazzi i principi più sacrosanti: e mirava così a inculcar nelle menti, che di quello che diceva egli era assolutamente certo come della luce del sole, e che il cercar delle ragioni a certe sentenze morali era un sacrilegio. Questo modo di far scuola stimò da principio il Ratti che fosse troppo secco e gelido, e che derivasse da aridità e da freddezza di cuore; per la qual cosa giudicava il Delli da meno della sua amica Galli, a cui per altri lati del carattere gli pareva che rassomigliasse; ma si ricredette quando conobbe la scolaresca del suo collega, avendo avuto occasione due volte di sostituirlo, e quando lesse più addentro nell’animo di lui.

Era un singolar uomo, nel quale ogni volta che gli parlava egli scopriva qualche nuova qualità che non aveva preveduta. Aveva letto poco, ma ricavato da ogni minima lettura qualche cosa, e a traverso alle radure della sua istruzione, gettava alle volte dei lampi di comprensione profonda, che facevan restare il giovane maestro, e delle sentenze in cui egli trovava come fuse e condensate in un precetto pratico molte esperienze sparse che aveva fatte nei suoi nove anni d’insegnamento, senza riuscir mai a metterle d’accordo e a cavarne un costrutto. E, quello che era più raro, pareva che tutte le sue facoltà cospirassero al fine dell’insegnamento; ogni idea gli si presentava alla prima in una forma atta ad esser comunicata a un cervello infantile; ogni nozione ch’egli leggesse o [p. 198 modifica]acquistasse per via di discorso, il fatto narrato dal giornale, la discussione intesa a frullo, il fenomeno naturale osservato per caso, tutto era subito afferrato da lui, elaborato, convertito in materiale di lezione. Il Ratti si domandava alle volte, udendolo e guardandolo, se non ci fossero davvero degli uomini che nascono maestri, come si dice che nascono i poeti. Nè la sua figura soltanto era d’un maestro: i suoi atti, il suo modo di maneggiare un libro, di piegare un foglio, d’intinger la penna, tutto era, anche fuori di scuola, esemplare, come s’egli facesse ogni cosa col proposito d’insegnare a farla bene. E andando più innanzi nella conoscenza di lui, il Ratti si persuase che il suo ammirabile zelo nell’insegnamento non derivava nemmeno, come seguiva in altri suoi colleghi, da un altissimo concetto ch’egli avesse del suo ufficio di apostolo di civiltà e di rigeneratore del mondo. Di queste grandi cose egli non parlava: non usciva mai nei suoi discorsi e nemmeno, pareva, nel suo pensiero, dalla ristretta cerchia che gli segnavano i suoi programmi e il suo dovere. Quello che lo moveva non era proprio altro che la passione dell’adempimento del dovere, il desiderio del frutto immediato e modesto delle sue fatiche, l’amor vivo di tutti i particolari della sua professione, della giornata operosa, della coscienza netta, dell’ordine nelle cose e nella vita, la soddisfazione di esercitare con vantaggio le proprie facoltà nel lavoro a cui le sentiva indirizzate dalla natura, in un piccolo mondo intellettuale, oltre il quale non aveva forse mai spinto un desiderio neppur da giovinetto, e dove si ritrovava ogni giorno più vicino alla perfezione e più contento di sè e degli altri.

Neppure sugli interessi generali della sua classe non apriva mai bocca: a vedere la parsimonia spartana con cui vivevano, lui e la sua famiglia, si capiva che lo stipendio gli era sempre bastato. Doveva anzi, da giovane, averne avuto d’avanzo, poichè, avendo un piccolo difetto di balbuzie, conseguenza d’una grave caduta fatta da ragazzo, era andato a Torino a sue spese a farselo correggere alla scuola dei balbuzienti del dottore Chervin; e più tardi, quando gli era toccato un sussidio inaspettato, aveva comperato uno stereoscopio, che serbava ancora, per uso [p. 199 modifica]della scuola. Ora dal suo magro stipendio, e dal poco che gli fruttava la scuola serale e qualche lezione privata, levava ancora l’occorrente per mantenere a Torino, in pensione da una vecchia signora, un ragazzo di diciassette anni, che faceva il secondo corso dell’istituto tecnico, e che gli aveva dato più volte dei pensieri pel suo carattere un po’ leggero. A casa ci aveva un ragazzetto di otto anni, alunno della sua classe, e una figliuola di dieci, ch’era nella scuola della Marticani, tutti e due composti, puliti e seri come lui, e che dal contegno che tenevano in sua presenza, parevano piuttosto suoi scolari che suoi figli. E con lo stesso rispetto lo trattava sua moglie, poco più giovane di lui, figliuola d’un segretario comunale; la quale aveva in viso quell’espressione continua d’inquietudine affettuosa, che è propria delle madri di famiglia sopraccariche di faccende e di cure, e intese con tutta l’anima a non perdere un minuto e a non sciupare un centesimo. Nel piccolo quartiere di tre camere e una cucina che occupavano di sopra al Ratti, non si sentiva mai un rumore insolito nè un suon di voce più alto dell’altro. A quelle ore fisse, quel dato suono di passi, quei certi rumori di seggiole smosse indicavano una vita domestica in cui l’orario era altrettanto severamente osservato che nella scuola. Tutti i giorni, ai primi rintocchi della campana della scuola, il maestro e i figliuoli scendevano, e non si sentiva più che il passo alacre della madre, che qualche volta cantava.