Il romanzo d'un maestro (De Amicis)/Garasco/IV

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L’educazione del cuore

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L’EDUCAZIONE DEL CUORE.


Continuò a dedicarsi tutto alla scuola, e in particolar modo all’educazione morale dei suoi ragazzi. Non era venuto con alcuna idea preconcetta di severità o d’indulgenza: seguiva la sua natura, che lo tirava a educare e a farsi obbedire per via d’amorevolezza. E questo, in parte, gli riusciva. A poco a poco, era venuto scoprendo sotto quella rozzezza esteriore degli alunni le qualità buone dell’animo, e ciò che la rozzezza gli aveva da prima nascosto più d’ogni altra cosa, quel che di grazioso e d’amabile, che è nello spirito di [p. 35 modifica]tutti i fanciulli, sian pure selvatici, e rende talvolta cari anche i tristi. Ma qui pure intoppò in difficoltà non previste. In alcuni, certo, in date occasioni, egli riusciva a produrre un buon effetto, o di pentimento o di altra commozione affettuosa e nobile, parlando loro il linguaggio del cuore, ragionandoli con pazienza e con eloquenza amorevole. Ma come tornava difficile, anche a lui, il tener questo modo! Egli riconobbe che gli occorreva per ciò, come ad un artista, una disposizione di nervi e d’animo, un certo stato di contentezza di sè e quasi d’ispirazione, da cui il più leggero malessere fisico, una piccola contrarietà, e anche soltanto un pensiero malevolo, sortogli improvvisamente e come a caso nel capo, bastavano a farlo uscire per un’intera mattinata. E allora ogni sforzo ch’egli facesse sopra sè stesso era inutile: le parole dolci e persuasive non venivan più su, o uscivan senza calore e senza schiettezza, e non entravan più negli animi; e quel che era peggio, egli s’accorgeva, che, dicendole in quella maniera, non solo le sciupava lì per lì, ma ne sperdeva avanti l’efficacia per quell’altre occasioni in cui le avrebbe pronunciate con sentimento. E trovava pure una difficoltà a quella maniera d’educazione in certi mutamenti psichici della sua scolaresca, che gli si mostrava qualche volta apatica e restia tutta quanta, e come svanita di mente e indurita di cuore, tanto che non gli riusciva con alcun mezzo di scoterla e di tenerla attenta. Era una diminuzione momentanea del famoso fluido nervoso di Erberto Spencer, del quale aveva inteso parlare alla scuola? Ma questa diminuzione da che cosa derivava, così, in tutta la classe? Egli non lo capiva, e non ci trovava rimedio; ed eran ore di scuola perdute, che lo lasciavan pieno d’amarezza. Poi, fra i più grandi, gli si cominciarono a rivelare alcuni caratteri, sui quali nessun atto o discorso amorevole o ragionamento poteva, e che se avevan qualche cosa di buono, non c’era via nè diritta nè traversa per arrivarvi: parevan creature d’un’altra razza da quella degli altri; strumenti musicali sconosciuti, ch’egli non sapeva indovinare da che parte dovesse toccarli per cavarne un suono qualunque. E ci si tormentava attorno inutilmente. E, ancora ingenuo, domandava loro qualche volta, con accento paterno: — [p. 36 modifica]Ma perchè fai così, sapendo che mi dai dispiacere, e che ti tiri addosso dei castighi? Come non capisci che non devi, e che neanche ti conviene di fare in codesto modo? Perchè preferisci farti voler male a farti voler bene? — E quelli mostravano di non capir punto nè lo scopo nè il senso di quelle domande, non mutavan viso, ricominciavano a disobbedir subito, e ascoltavan le minacce con lo stesso sorriso con cui avevano ascoltato le esortazioni. E nè con questi, nè con gli altri gli giovava di ricorrere alla religione, come spesso il cuore gl’inspirava, poichè, trattato da lui, pareva che quell’argomento perdesse ogni forza sull’animo loro, e lo guardavan con stupore, come dicendo: — Ma non siamo in chiesa! — e qualche volta con un sorriso quasi di compatimento, come se capissero ch’egli s’attaccava a quella corda per disperazione. E tutto ciò lo sconfortava, a momenti. Ma a momenti soltanto. Il concetto antico ch’egli aveva dell’infanzia, e che era come la sorgente della sua tenerezza, operava sempre con la stessa potenza sopra di lui. Egli non aveva che a rappresentarsi un momento all’immaginazione le infinite miserie della gran famiglia infantile, le miriadi di bimbi affamati, percossi, torturati, abbandonati, venduti, tutta quella immensa debolezza che non ha altra difesa che il pianto, che porta le pene di tutti i vizi e di tutti i delitti degli uomini, che cresce languendo e tremando fra mille orrori, terrori ed infamie, ed è gittata da mille mani per le vie, nei fossi, negli ospedali e nei cimiteri; e subito quei ragazzi che aveva davanti si confondevano al suo pensiero con quegli altri innumerevoli, diventavan per lui l’immagine della innocenza e della debolezza umana, qualche cosa di grande e di venerabile, che gli ridestava nel cuore una pietà sconfinata, una pazienza invitta, una virtù di perdono inesauribile; e ricominciava allora la lezione con la dolcezza usata.