Il romanzo d'un maestro (De Amicis)/Garasco/X

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DOPO LA VISITA.


Quell’abboccamento gli tolse gli ultimi dubbi: egli prese la risoluzione ferma di mutar modo; ma nel nuovo paese dove fosse andato, poichè per Garasco sarebbe stato omai troppo tardi. Aveva intanto conseguito un piccolo trionfo che, fra l’altro, gli fruttava di poter vivere sicuro, per quei pochi mesi, da ogni rappresaglia del soprintendente. Si rinfiammarono però le ire di costui pochi giorni appresso, a cagione d’una corrispondenza anonima uscita nel supplemento del Popolo, nella quale, dopo detto che “in quasi tutte le vie di [p. 54 modifica]Garasco s’erano collocate le grondaie lungo i muri delle case„ si domandava: — Quando si deciderà il signor assessore Toppo a uniformarsi ai regolamenti municipali? — Dovendo il maestro passare davanti alla casa del Toppo per andare al caffè, e di più, essendo l’articoletto infiorato di qualche frase peregrina, quegli ritenne che l’avesse scritto lui, per vendetta. La mattina della domenica il maestro si vide venir incontro il nemico, che stropicciava la gazzetta a due mani, sbuffando e guardandolo con una tal cera, ch’egli temette di essere assalito in mezzo alla strada. Ma la presenza della ragazza, che lo zio conduceva a messa, lo salvò: questi si contentò di lanciargli a bruciapelo un’occhiata furibonda, mentre quella gli dava uno sguardo timido, che esprimeva quasi il rammarico di esser stata causa della rottura, e insieme una certa abitudine a quelle umiliazioni, che gli fece pietà. Poi i sospetti del Toppo si rivolsero altrove, e a questo aggiungendosi la notizia che sparse il maestro stesso, non appena ne fu certo, della sua nomina a Piazzena, quegli cessò anche di guardarlo, quando s’incontravano. Quella notizia ebbe pure per effetto di rendere più affabili con lui certe autorità che lo tenevano un poco a distanza, per timore che abusasse della dimestichezza; e gli ravvicinò un poco lo stesso don Leri; del quale aveva finito con dargli ai nervi quello scappare continuo, come se avesse il mondo da rimpastare, e quel parlare misurato e ravvolto, quello scansar ogni discorso di scuola, come per sospetto che gli volessero rubare le idee. Una volta sola gli riuscì di penetrare in casa sua, che era una strana casa, tutta piena di fiori artificiali, di salici piangenti di carta e di quei quadretti da una lira che rappresentano aurore e tramonti miracolosi di Napoli e Venezia; com’era strana sua sorella, una vecchietta piccolissima, con due occhietti accesi e i riccioli bianchi, e più strana la serva ultrasinodale, a cui i capelli corti, divisi da una parte, e gli occhiali davan l’aspetto d’un vecchio notaro sbarbato, travestito da donna. La sola cosa che faceva contrasto a tutte quelle stranezze era la bella faccia grave del prete, che rivelava la consuetudine della meditazione e la compiacenza d’un lavoro intellettuale d’alti fini.