Il romanzo d'un maestro (De Amicis)/Garasco/IX

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La visita dell’ispettore

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LA VISITA DELL’ISPETTORE.


Ed anche questo scontro egli scordò ben presto, come le minacce del Toppo, seguitando a far scuola con ardore crescente. Gli fece cattivo senso, al principio della bella stagione, di vedersi abbandonare da un terzo circa della scolaresca, che andava ai lavori della campagna; ma se ne consolò con la maggior facilità ch’egli trovava a instruire e a invigilare un numero ristretto d’alunni; fra i quali gli eran rimasti i migliori. Senonchè egli andava toccando con mano di giorno in giorno, con vero rammarico, che la sua bontà e la sua buona maniera non recavano i frutti che si credeva in diritto d’ottenere. Rimproverati e ragionati amorevolmente, quando s’aspettavano invece un castigo, pareva che i suoi alunni si vergognassero, è vero, e mostravano un aspetto più soddisfacente di quel viso duro o impaurito che fanno i ragazzi sotto una minaccia o una percossa; ma, passata quella [p. 47 modifica]momentanea vergogna e quel principio di pentimento, scordavano affatto le buone parole e ricadevano nelle mancanze; e c’era in queste una progressione lenta, ma sensibilissima, di frequenza e di gravità: egli sentiva che la scolaresca gli sguisciava di mano, e che tra non molto non l’avrebbe più potuta dominare. E se ne impensieriva seriamente. Ma persisteva nei suoi modi, nondimeno, chè gli ripugnava di cambiar strada così presto, appena incominciato il cammino, confessandosi deluso in uno dei suoi più cari desideri; e a persistere l’aiutava ancora un’incerta e intermittente aspirazione religiosa, una dolcezza rimastagli in cuore dalle credenze dell’infanzia, il ricordo della fede di sua madre, e un fascino che esercitava sempre sopra di lui la figura candida e misteriosa di Cristo, nonostante tutti i dubbi ch’egli aveva, come tanti altri, bevuti, per dir così, coll’aria del suo tempo e collo spirito dei suoi studi.

Ma un giorno, sul principio di maggio, gli seguì un caso che ebbe per effetto di scuotere fortemente le sue idee intorno all’educazione. Stava in faccia all’uscio della scuola, con l’ombrello in mano, sotto una pioggia fitta, a invigilare l’uscita degli ultimi alunni, quando sentì dietro a sè le grida disperate d’un ragazzo, e, voltandosi, vide un contadino in maniche di camicia, che con una mano teneva afferrato per la nuca uno dei suoi alunni, e con l’altra lo picchiava furiosamente nel viso. L’istinto imperioso che l’aveva sempre gettato con un coraggio cieco contro i percotitori dei fanciulli, lo gettò contro quell’uomo. Si cacciò, gridando, fra lui e la vittima, fu percosso, afferrò la mano che percoteva, si sforzò di separarli; ma non riusciva che a inferocir di più quel furioso. Era il padre che aveva scoperta una birbonata del figliuolo mentre era a scuola, ed era venuto ad aspettarlo all’uscita perchè non pigliasse pei campi. — Me ne infischio del maestro! — urlava, continuando a menar le mani; — ho diritto di castigare i miei figliuoli! Mi si levi d’attorno, giuraddio, ne do anche a lei! — Gli alunni intanto avevan fatto cerchio, altra gente accorreva; il maestro riuscì a buttar via con uno spintone il ragazzo, che andò a dar della schiena nel muro, atterrito, filando sangue dal naso. E allora abbrancò il padre per le spalle, [p. 48 modifica]dicendogli in viso, trafelato, con accento di preghiera: — Andiamo, via, si cheti, non faccia uno scandalo, vede che c’è gente, da bravo! — Il contadino, bestemmiando, smise di lottare, e riavute le braccia libere, raccolse il cappello e la giacchetta che gli eran caduti; poi cercò il figliuolo con gli occhi, ancora tutto fremente. Il maestro, angustiato dall’idea che potesse ricominciare a casa, seguitò a tentar di calmarlo: — Andiamo, facciamola finita. Non si batte un ragazzo così. È inutile battere. Si fa peggio. Ora basta. Lei mi deve promettere che non ricomincerà più. Sono il suo maestro, in fin dei conti. — M’ha fatto una birbonata! — esclamò il contadino, soffiando ancora, e minacciando il ragazzo col pugno. — E lei l’ha castigato, — ribattè il maestro; — ma che sia finita. Io non le lascio il figliuolo se non mi dà parola.... Non posso lasciare ammazzar dalle busse uno dei miei migliori scolari. Che diavolo! Un ragazzo d’un talento.... Non lo dico per metter bene, ma per coscienza.... Insomma, se lo vuol sapere, — soggiunse a bassa voce, — conto su di lui per far buona figura agli esami, ecco. — Il contadino guardò il maestro in aria di dubbio; ma un poco d’effetto si vedeva che le blandizie l’avevan fatto. Stette un momento muto; poi, rivolto al ragazzo, gridò: — A casa. — L’accento era brusco; ma il maestro capì che la causa era vinta. E l’accompagnò per un tratto di strada, ragionando, per assicurar la vittoria.


Ebbene, mentre egli credeva che quell’atto dovesse aver per conseguenza immediata di rendergli i ragazzi più rispettosi, e di destare in loro un maggior desiderio di farsi benvolere contentandolo e mostrandoglisi sottomessi, s’accorse invece con maraviglia, nei giorni successivi, ch’esso non aveva fatto altro che spingerli più avanti, e d’un gran passo, nella familiarità che mostravano già soverchia con lui. Egli leggeva bene la simpatia negli occhi di tutti e viva molto in alcuni; ma non quale l’avrebbe voluta: era una simpatia ridente, di amici, piuttosto che di alunni, e in parecchi, in molti anzi, velata quasi d’una leggerissima espressione canzonatoria, come se nell’ardore, nell’impeto giovanile con cui aveva difeso il loro compagno, ci [p. 49 modifica]fosse stato ai loro occhi stessi un che d’eccessivo, che rivelasse più debolezza che forza, più sentimento che ragione; come s’egli avesse, in qualità di maestro, perduto qualche cosa nel concetto loro. Questa scoperta lo rattristò. Aveva dunque errato davvero fino allora obbedendo all’indole sua? Avrebbe dovuto mutar registro a ogni costo, persuadersi finalmente della verità di ciò che aveva tante volte inteso dire, che con la bontà non si governano nè gli uomini nè i ragazzi, e che neppure si fa il loro vantaggio, e che tanto gli uni che gli altri non rispettano se non chi temono?


Durava sempre in questi dubbi, quando una mattina gli entrò inaspettatamente in scuola l’ispettore, accompagnato dal soprintendente e dal sindaco: questi con gli sproni e con un fiore all’occhiello. In quell’apparizione improvvisa il maestro indovinò una manovra del Toppo, che sperava forse di farlo cogliere non apparecchiato alla lezione. Era la prima visita ispettorale ch’egli riceveva: sul primo momento, ne fu turbato.... Ma la faccia benevola dell’ispettore, un uomo alto, con la barba grigia, insaccato in una gran giacchetta nera di tela d’Orléans, tutta sgualcita, lo rassicurò. Appena salutato il maestro, egli girò gli occhi per lo stanzone; il quale, non ostante gli sprazzi d’oro che gettava il sole sulle pareti, presentava un aspetto assai triste. E subito il sindaco si fece ad esporre vivacemente il suo disegno di trasformazione del locale: — buttar giù di qui — sfondar di là — rinnovar questo e quest’altro; — ma il maestro notò che il disegno di quel giorno non aveva nulla che fare con quello già accennato dal segretario: era un progetto affatto nuovo, uno dei cento che gli sbocciavano in capo nel corso dell’anno, senza aver mai un principio d’esecuzione, nemmen sulla carta.

Fatte le interrogazioni solite, l’ispettore invitò il maestro a ripigliare la lezione interrotta.


Con la voce un poco tremante, ma aiutato da quella sovreccitazione intellettuale che suole, in casi simili, [p. 50 modifica]vincere la timidezza in chi ha ambizione e coscienza del proprio valore, il giovane continuò una lezione di nomenclatura che stava facendo ai più grandi, con una pera e un coltellino fra le mani.

E parlò ordinato e preciso, con una intonazione simpatica, e con un accento che s’andava facendo man mano più sicuro e più netto. A un certo punto, l’ispettore lo interruppe.

— Sta bene, — disse; — è l’insegnamento oggettivo ben compreso e ben condotto.

I ragazzi, con quell’astuzia scolaresca a cui nulla sfugge, guardarono tutti il soprintendente, che chiuse gli occhi.


L’ispettore fece leggere alcuni dei piccoli, e ne parve soddisfatto; fece leggere i grandi, e mostrò d’accorgersi che il maestro s’occupava con cura della pronunzia. Ma sopra tutto fu contento delle risposte che diedero a varie domande fatte da lui, commentando un raccontino morale, intorno ai doveri verso i parenti, all’affetto dovuto ai compagni, all’amore della scuola e del lavoro. Saranno state risposte imparate a memoria; ma avevano tutte un’impronta personale, qualche cosa che non poteva venire se non da un maestro abituato a discorrer di quelle cose con calore, e capace d’imprimere nei ragazzi, insieme con le parole che le esprimevano, un certo sentimento della loro gentilezza. E pareva che in presenza di quel personaggio, i ragazzi stessi partecipassero della commozione del maestro, e mettessero fuori il meglio dell’animo loro.


Il maestro arrossì leggermente, presentendo la lode. L’ispettore guardò con simpatia quel viso che rifletteva così chiaramente tutti i moti dell’animo giovanile. Poi gli disse: — Mi rallegro. Continui per questa via, dedicandosi particolarmente all’educazione del carattere. Dire, ripetere senza fine delle cose belle e buone, con la certezza che qualche cosa ne resta sempre in tutti, e che anche il solo serbarne dopo molti anni un ricordo confuso, come del suono d’una lingua che non si capisce più, è un gran bene. Combattere sul nascere la malvagità, la vigliaccheria, la [p. 51 modifica]crudeltà, l’egoismo, con tutte le forze; cercar di far sentire ai ragazzi l’alterezza di esser leali e generosi.... Questo è l’importante; tutto il resto è nulla appetto a questo.

Il sindaco fece al maestro un cenno di congratulazione, l’ispettore gli disse: — A più tardi, — e tutti e due uscirono, seguiti dal soprintendente, il quale si soffermò un momento sull’uscio per rintuzzare con un’occhiataccia lo sguardo ridente d’un alunno.


Al veder il maestro contento, i ragazzi proruppero subito in un chiasso smodato che arrivò agli orecchi dell’ispettore, nel corridoio; il maestro stentò a rimetterli in quiete. Era contento davvero. Le lodi dell’ispettore erano il primo compenso pubblico ch’egli ricevesse delle sue fatiche, e gli pareva che quell’uomo gli avesse letto nel profondo del cuore. E gli prese un desiderio vivissimo di rivederlo, di aprirgli l’animo suo come a un amico, dicendogli delle sue prime esperienze della scuola, dei disinganni, dei dubbi gravi che l’agitavano intorno al problema dell’educazione e della disciplina. Ahimè! Quegli lo aveva forse creduto autorevole, sicuro del fatto suo e soddisfattto dei suoi alunni. Egli sentiva un bisogno irresistibile di dirgli la verità, anche a costo di scapitare nella sua stima, e di domandargli dei consigli.

Impaziente, calcolò presso a poco a che ora dovesse trovarsi all’albergo dopo aver terminata la sua ispezione, e vi corse. Lo trovò solo, che finiva di desinare, con molti processi verbali di visita ammontati sulla tavola: aveva, con un pretesto, rifiutato l’invito del sindaco. Mostrò piacere di rivedere il maestro, e se lo fece sedere dinanzi, piegando e rimettendosi in tasca un foglio di carta, sul quale il giovane vide di sfuggita una serie di periodini scritti con bella calligrafia, che gli parvero iscrizioni. Erano pensieri della maestrina, un omaggio.

Con la bella franchezza dell’età sua, il maestro disse perchè era venuto, il suo grande amore per i ragazzi, il modo di procedere amorevole e indulgente, a cui lo forzava la sua natura, il suo rammarico di vedere che gli alunni non gli corrispondevano, che la scolaresca gli sfuggiva di mano, che la disciplina gli mancava. [p. 52 modifica]

— Me ne sono accorto, — gli rispose l’ispettore.

Il maestro lo guardò stupito.

— Se lei avesse autorità, — continuò l’ispettore, sorridendo, — non avrebbero fatto chiasso quand’io sono uscito. Ciò significa che l’autorità era uscita con me.

Fece una pausa, guardandolo. Poi riprese: — Non pensi: non le faccio un rimprovero. Io ho indovinato quello che lei m’è venuto a dire dall’intonazione con cui faceva la lezione agli alunni. Era, non dico un padre, ma un fratello che parlava. Ora, senta un mio consiglio. Quell’adorazione per l’infanzia che ha lei, la conosco, e l’ho anch’io: è un tesoro di forza per un insegnante, e una sorgente di grandi soddisfazioni; è stata la prima virtù di tutti i grandi educatori, è quella che illumina e innalza tutte le facoltà che occorrono a insegnare e a educare. Ma bisogna che il maestro la nasconda, che il ragazzo la indovini, e non la vegga. Si ricordi di quel bel detto del Capponi: Sul ragazzo non ha potenza che l’affetto austero. Ed io aggiungo: bisogna ch’egli si persuada che l’affetto deve conquistarselo, e non farà più questo sforzo quando se lo veda dato alla bella prima. In ogni concessione che gli si fa, egli, per istinto d’impero, immagina e fonda un diritto; per serbare il quale, poi, si ribella. Mi capisce? Trattato con dolcezza, egli non dice mica: — mi trattan così per rendermi migliore. — Questo concetto non lo può avere. Dice invece: — mi trattan così perchè così si deve trattarmi, — e non è grato, quindi, di ciò che crede gli sia dovuto. Dice: — se il maestro mi minaccia un castigo, e non me lo dà, è perchè non lo merito; se mi prega di fare una cosa invece di comandarmi, è perchè non mi può comandare. — È evidente. Per conseguenza, non minacce, ma castighi; non esortazioni, ma comandi. E sotto tutto questo, l’affetto, che modera, compensa, consola, ma cautamente, a momenti opportuni, mostrandosi come un raggio in mezzo alle nubi. Va pei fanciulli come per i soldati la massima di quel capitano: Non minacciar mai, non transiger mai. Creda a me. Io ho cominciato come lei, e ho dovuto cambiare. Mi sono sdoppiato. C’è un io in me, celato, che ama i fanciulli, che soffre dei loro dolori e delle loro umiliazioni, che si diletta [p. 53 modifica]di tutto quello che hanno di grazioso e d’ingenuo, che li accarezza col pensiero, e li perdona; e c’è un io, direi quasi, esteriore, che s’interpone fra l’altro e loro, diverso affatto da quello, severo, restìo alla lode, duro qualche volta, e sempre eguale. Provi a far così. Le costerà per qualche tempo uno sforzo difficile, e anche delle amarezze; ma molto minori di quelle che le cagionerebbe col tempo la soverchia bontà mal corrisposta ed offesa. E quando avrà vinto, vedrà che non solo non avrà perduto nessuna delle soddisfazioni intime che dà l’amore dell’infanzia, ma che ne proverà di più delicate, appunto perchè nascoste, e di più forti, perchè non turbate dai cattivi effetti dell’indulgenza. È persuaso? — E ciò dicendo s’alzò, per andare dal sindaco.

Il maestro gli stese la mano con effusione; egli la prese fra le sue, e fissò il Ratti con uno sguardo che lo scosse, come uno sguardo di suo padre redivivo. Era stato anch’egli maestro, e la vista d’un maestro di vent’anni che si metteva con entusiasmo per la via umile e faticosa, lo commoveva, come quella d’un missionario disinteressato e pronto a tutto, che sta per imbarcarsi per un mondo ignoto. E gli disse affettuosamente: — Buona fortuna, figliuol mio.