Il romanzo d'un maestro (De Amicis)/Il secondo anno a Camina/III

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La scuola nel teatro

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LA SCUOLA NEL TEATRO.


Era destino: con le maestre non aveva fortuna. Ma la passione per la scuola, che gli rinacque al riprender le lezioni, gli portò via come un colpo di vento i rimasugli tepidi di quell’altra, ed egli tornò a dedicarsi intero ai suoi ragazzi.

Ma una novità sgradevole lo interruppe. Avendo il municipio, per certe sue ragioni, deciso d’installare la pretura nella casa comunale, e appunto nello stanzone della scuola, che si doveva sdoppiare con un tramezzo, e non essendo ancor pronto un nuovo locale che intendevano di prendere a pigione, il sindaco ordinò che la classe del Ratti fosse trasferita provvisoriamente nel teatro. I ragazzi fecero festa; ma il maestro n’ebbe un vivo dispiacere, perchè il teatro era umido e malamente rischiarato da due finestre con grata e inferriata, poste sotto il loggione; oltrechè, dovendo egli stare sul palco scenico, col tavolino davanti alla buca del suggeritore, e i ragazzi tutti in giro alla platea, sotto l’impalcatura della galleria, la vigilanza riusciva difficile, e la sua voce, benchè fosse calato il telone, si disperdeva. E poi, nonostante che il luogo fosse tristo come un sepolcro, pareva che i ragazzi, perchè era un teatro, vi si credessero in diritto di fare allegria, e di discorrere, durante la lezione, degli spettacoli che v’avevan visti. Il maestro fece le sue lagnanze al sindaco, il quale gli rispose che era incontentabile, e soggiunse: — Ci ha fatto un discorso il deputato; ci può far lezione lei. — Gli toccò di rassegnarsi. Per dare al luogo un’apparenza di scuola fu attaccato un ritratto del re al parapetto della galleria, di fronte al palco scenico. Il parroco suggerì [p. 153 modifica]che vi si mettesse pure il crocifisso, e ne mandò uno nero enorme, il quale fu sospeso per una corda all’architrave del proscenio; ma siccome penzolando fin quasi nel mezzo del telone, veniva ad attraversare il corpo d’una grossa ninfa seminuda, che v’era dipinta, con varie altre, a sfacciati colori, e i ragazzi ne facevano il chiasso, risaputolo il delegato, ordinò che fosse tolto di là, e appeso a un muro laterale. Qui il povero maestro fu costretto a far scuola fino a tutto gennaio, e poichè in questo mese si davan nel teatro delle feste da ballo notturne, entrandovi la mattina all’ora della lezione egli ci trovava tutto seminato di bucce d’arancia e di carte di caramelle, che i ragazzi leccavano, e quell’aria che sentiva ancor la folla in calore e lo stravizzo, lo turbava e l’umiliava. In buon punto, a rilevargli l’animo, gli fu annunziato che la distribuzione dei premi si sarebbe fatta il primo di febbraio, e che egli era incaricato di pronunciare un discorso.


Il sindaco, per solito, aveva tanto in uggia quella funzione, che non ci compariva nemmeno; ma quell’anno s’era deciso ad anticiparla e a intervenirvi per gelosia d’una descrizione pomposa pubblicata dal Popolo, d’una nuova grandezzata del sindaco di Stazzella, il quale aveva fatta la distribuzione dei premi in un grande tepidario vetrato del suo giardino, in mezzo a una profusione principesca di fiori e di piante rare, di cui il corrispondente diceva miracoli. — Egli ha fatto la festa in una serra, — disse il sindaco Lorsa; — io la farò in un teatro. — Era una cosa originale: a Stazzella il teatro non ce l’avevano. Egli medesimo ripartì ad uso di premi un fondo di libri che il conte suo antagonista aveva regalato una volta al municipio; fra cui c’era una Storia dei Cento anni del Rovani, legata in rosso; della quale, senza saper che fosse, egli destinò il primo volume al primo premiato di 3.a e l’altro al secondo. E invitò tutte le autorità e molti suoi conoscenti, anche dei comuni vicini. Ma essendo caduta una gran nevicata, pochissimi vennero. Nondimeno, poichè era la prima volta che leggeva un discorso in pubblico, il maestro salì sul palco scenico con molta commozione. Aveva messo insieme una [p. 154 modifica]quindicina di pagine sull’Importanza dell’educazione, in gran parte con reminiscenze di letture; ma riscaldate da un sentimento vivo del soggetto, lumeggiate di qualche bella immagine, ed esposte con un disordine vivace, nel quale si sentiva l’anima sua; senonchè, per l’uditorio a cui si rivolgeva, egli premeva un po’ troppo forte, nel suo discorso, il tasto della gentilezza e dell’affetto. E lesse con tanta agitazione d’animo, che neppure riconobbe, alzando ogni tanto lo sguardo dallo scritto, le poche signore ch’eran presenti, e vide appena in barlume, tra la folla, il figliuolo del delegato che lo ascoltava col viso immobile, la testa bianca di don Bruna, e il cappellino della maestra Pedani, dietro alla quale, un po’ in là, rotava gli occhi e si torturava i baffi il brigadiere dei carabinieri. Ma lesse con l’accento schietto del cuore, e fece un’impressione insolita in quella gente abituata a sentir dei discorsi vuoti, scritti per obbligo e letti senza vita. Quando finì, fu applaudito, ed ebbe un complimento dal parroco, che disse qualche parola dopo di lui. All’uscita, poi, ricevette molte congratulazioni da consiglieri e da parenti di scolari; fra i quali dalla guardia campestre, la cui stretta di mano vigorosa gli fece piacere. Ma gli toccò anche l’amaro. La maestra Gamelli lo salutò con un sorriso di benigno compatimento, che tradiva un po’ di gelosia letteraria. La Pedani, a cui le tenerezze non andavano a sangue, fu franca. — I miei complimenti, — gli disse passando, — ma sa... siamo agli antipodi. — E il sindaco, al quale, durante il discorso, il delegato aveva parlato spesso nell’orecchio, gli brontolò: — Bene, bene... ma non tanto zucchero, mi raccomando. I suoi buoni figliuoli, ieri sera, m’hanno imbrattato i muri con ogni sorta di parole sporche.