Il romanzo d'un maestro (De Amicis)/Il secondo anno a Camina/IX

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Brutti segni

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BRUTTI SEGNI.


Fuori della scuola, però, quella bella serenità gli era un poco turbata. Da certi indizi egli sospettava come una sorda macchinazione del delegato contro di lui. Sorprendeva qualche volta il sindaco a guardarlo con un occhio meditativo, come se rivoltasse nel capo delle cose stategli dette di lui da altri, e raffrontasse un ritratto morale con l’originale fisico. E non il sindaco, per sè, ma temeva l’altro, l’uomo dal pelo rosso [p. 165 modifica]e dagli occhiali luccicanti, quel piccolo Rodin di villaggio, giallo, bigotto, un po’ strozzino di mestiere, e soppiattone, che passava delle mezze giornate seduto in un angolo del suo orto, come a covare il mal di fegato che lo rodeva, facendo là in quel verde la macchia immobile e sinistra d’un morto d’apoplessia, non ancora veduto dalla famiglia. A che cosa poteva egli pensare in quelle lunghe ore d’inerzia tetra se non a nuocere a qualcuno? Ma si rassicurava d’altra parte non trovando con che pretesto avrebbero potuto cascargli addosso. Per la troppa indulgenza nella scuola? Ma non potevano negare che tenesse la disciplina. Per cattivi resultati dell’insegnamento? Era sicuro del fatto suo. Per la sua condotta privata? Benchè non vivesse come Sant’Antonio, non aveva mai dato un’ombra di scandalo. Eppure, c’eran dei brutti segni. Un giorno, dopo ch’eran già usciti gli scolari, avendo sentito arrestarsi un passo davanti all’uscio mentre egli faceva una ramanzina a un ragazzo che aveva trattenuto apposta nella scuola, affacciatosi in fretta alla finestra, vide nella strada la schiena curva del delegato che s’allontanava: s’era soffermato a origliare. Un altro giorno vide comparire il sindaco al momento dell’uscita, come se fosse venuto per invigilare. Per invigilare che cosa, se i ragazzi uscivan sempre in buon ordine? Era la prima volta che veniva; doveva avercelo spinto il delegato, dicendogli forse che l’uscita si faceva in modo tumultuoso. Infine, una mattina ch’egli era andato in scuola mezz’ora prima per schizzare una carta geografica sulla lavagna avanti che entrassero i ragazzi, venne il sindaco ad affacciarsi all’uscio come per veder se ci fosse egli solo, e c’era il delegato nella strada. Che voleva dir tutto questo? Perchè non facevano altrettanto col maestro Reale? E appunto a costui pensò di domandare, così alla larga, se sapesse di qualche cosa che gli si macchinasse contro, o che si dicesse di lui, e lo abbordò apposta la sera, quando, essendo più cotto, era più facile farlo parlare. Ma quegli, volpone, che qualche cosa doveva sapere, ma che, nei casi gravi, si teneva dal lato delle autorità, si guardò bene dal mettere il collega sull’avviso. — Che ne so io? — rispose, ciondolando il capo. — Io penso a tutt’altro. — E si scagliò contro il deputato del collegio [p. 166 modifica]che, tre giorni avanti, aveva fatto un discorso in favore degli insegnanti universitari e secondari, mancando alla parola data di propugnar la causa dei maestri. Egli, perdio, non gli avrebbe più dato il voto alle nuove elezioni. — Sempre l’hanno con queste Università! — concluse. — Ma la scuola elementare l’università del popolo, ed è la più difficile di tutte quante le scuole: è un grand’uomo che l’ha detto. Li vorrei veder loro, gli universitari, davanti a quaranta ragazzi, con tutto il loro scibile. Gente strapagata per seminar del vento. E noi ci rimettiamo l’anima. Infamie! — Altro il Ratti non ne cavò, e si propose di non più pensarci.