Il romanzo d'un maestro (De Amicis)/Il secondo anno a Camina/X

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Primavera

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PRIMAVERA.


Era intanto venuta la primavera, quella primavera festosa dell’Italia settentrionale, che uno dei più sapienti innamorati della bellezza ha chiamato la più bella del mondo: un risveglio trionfale della natura, simile alla gioia d’una donna che si svincoli dalla stretta d’un vecchio padrone per gettarsi tra le braccia all’uomo di vent’anni che adora. Nel giovane maestro seguiva allora un rifiorimento di tutti gli affetti, come se una seconda giovinezza gli entrasse in cuore. Dal piccolo giardino del vecchio medico militare gli veniva nella scuola un odor di rose selvatiche, e da un finestrino egli vedeva le montagne bianche del suo paese, che gli richiamavano le memorie dei suoi primi anni. Egli aveva dei momenti quasi di ebbrezza d’affetto in cui in tutti i ragazzi vedeva i suoi piccoli fratelli, com’erano stati in quei terribili giorni di miseria e di abbandono, e si sentiva quasi forzato ad accarezzarli. E non aveva bisogno di combattere la predilezione istintiva che soleva avvicinarlo ai più puliti e a quelli d’aspetto più piacevole: la sua mano si posava naturalmente sui panni più rozzi e laceri, sul capo dei fanciulli derisi, sopra le fronti dove erano più visibili le traccie degli stenti e delle malattie, e quasi del dispetto della natura. E oramai la scuola non gli bastava più. Dovunque, per la campagna, s’imbattesse in uno dei suoi [p. 167 modifica]alunni, gli s’accompagnava, o gli si sedeva accanto sopra un sasso; e gl’insegnava qualche cosa, ragionando o giocando con lui. Avendo detto in scuola che chi avesse bisogno di qualche spiegazione o ripetizione poteva andar liberamente a casa sua, ora l’uno ora l’altro v’andavano, nei giorni di vacanza, e vi s’intrattenevano; fra i quali il figliuolo del Catastaro, che essendo addietro nell’italiano, si faceva correggere a parte le composizioni. Ad alcuni anche dava qualche lezione di disegno a mano libera; ad altri imprestava dei numeri del giornale scolastico dov’erano dialoghi e racconti divertenti; a chi voleva, scriveva delle lettere d’augurio per l’onomastico dei parenti. In breve, s’acquistò fra questi un certo favore. Parecchi l’andarono a ringraziare, qualcuno gli mandò in regalo degli erbaggi e delle frutte; dalle botteghe, dalle case coloniche, quando lo vedevan passare, lo chiamavano, gli offrivano il bicchiere, insistendo. Queste dimostrazioni di simpatia gli facevano un grande piacere. Di una trama che si potesse ordire contro di lui non s’inquietava più. Nemmeno s’inquietò di vedere un giorno, mentre usciva di casa sua il figliuoletto del catastaro ed egli lo salutava dalla finestra, il sindaco e il delegato mezzo nascosti dietro a una cantonata vicina, come se vi stessero appostati. — Crederanno — disse tra sè — ch’io dia le lezioni a pagamento, per vendere il voto degli esami. Non mi curo neppure di discolparmi. Se m’accuseranno, parlerò.