Il romanzo d'un maestro (De Amicis)/L'ultimo anno ad Altarana/VI

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Partenza decisa

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PARTENZA DECISA.


Fu quella l’ultima buona giornata che il maestro passò ad Altarana. Nondimeno, quella profezia ardita dell’avvocato Samis, avvalorata dall’esempio di quello strano ragazzo, che gl’inculcava l’idea d’una lenta ascensione conquistatrice della classe a cui egli stimava d’appartenere, aggiunse nuova fiamma alla sua ambizione di mutar sorte, e, risospingendolo agli studi, giovò a fargli men grave per qualche tempo la vita eguale e grigia che ricominciò col riaprirsi delle scuole. Tanto che, aggiungendosi a questo sollievo lo stato di pace armata, ma senza minacce di guerra prossima, nel quale si trovava di fronte al sindaco e alle autorità del comune, avrebbe quasi rinunziato al proponimento di mutar sede, se non fosse venuto a riconfermarvelo un inverno polare, che tenne il villaggio quasi sepolto per tre mesi sotto la neve. E all’inverno s’aggiunse un’altra piccola cagione, che potè molto sulla sua fantasia. Egli ricevette a metà di dicembre, proprio nel più fitto d’una enorme nevicata, un numero del Maestro elementare con un articolo firmato Sarda, datato da Brilla, in Liguria; sotto il quale era scritto a matita: — “A rivederci quest’estate in casa Goli: la cugina;„ — e l’articolo, da cui egli rilevò che la cugina insegnava là dal principio dell’anno scolastico, era una così calda e piacevole descrizione dell’inverno mite della riviera di ponente, somigliante a un lunghissimo autunno, dei ragazzi scalzi e allegri, delle scuole dorate dal sole e circondato di verde, coi vani delle finestre tagliati dall’orizzonte del mare, che, alla lettura, gli si inasprì nel cuore l’avversione a quell’orrendo inverno delle Alpi, e questa gli diede l’ultima spinta a mandar la domanda [p. 55 modifica]a un concorso per un posto di maestro a Camina, villaggio di collina, del quale vedeva l’annunzio da un mese nel suo giornale didattico, L’articolo aveva un solo punto nero: l’autrice diceva, fra l’altre cose, di certi contadini che, passando una mattina carichi di legna sotto la sua finestra, mentre lei v’era affacciata, avevan alzata la testa e sclamato in tuono lamentevole: — Ah! cose ne costan ste meistre! — Ma il buon clima, egli pensava, il mare, le palme, la lieta compagnia dovevan ben compensarla di quelle insolenze! Il villaggio non gli era mai parso così triste e miserabile come quell’anno; il freddo portava via la faccia; i ragazzi nella scuola, si soffiavan continuamente sulle mani facendo un tal rumore, che gli pareva di far lezione a un branco di foche; ed egli non vedeva nessuno, fuorchè il maestro Calvi, al quale sembrava che insieme coi baffi gelassero sulle labbra le parole con cui avrebbe voluto comunicargli le sue nuove trovate. Appena poteva scambiar qualche parola con la maestra Galli, dopo mezzogiorno, quando batteva il sole sul terrazzino. Ma suo padre deperendo sempre più, la povera ragazza era ogni giorno più afflitta, e non parlava più d’altro. E non lo diceva, ma il peggioramento del suo vecchio avendole reso necessario l’aiuto continuo d’una donna che doveva mantenere, essa era ridotta ai più gravi sacrifizi; e questi sacrifizi di cui non faceva parola, le si leggevano sul viso che s’allungava, sulle guance che impallidivano, negli occhi che s’infossavano. Sola, in quel deperimento di tutta la sua persona, la sua bocca rimaneva in fiore, più piccola, più dolce, più bella nella sua espressione continua di tristezza di quello che fosse mai stata al tempo dei suoi più lieti sorrisi. Per distrarsi da tutta questa tristezza, e per riempire in qualche modo i vani della giornata, il maestro finì con rappattumarsi col segretario, il quale pareva da qualche tempo oppresso da un’angoscia segreta, e gli andava domandando con sguardi supplichevoli la riconciliazione. E aveva un’angoscia, infatti: senza ch’ei ne capisse il perchè, il sindaco, a poco a poco, l’aveva preso sulla cùccuma, e gli rendeva la vita intollerabile. Egli diceva di non potervi più reggere, parlava di suicidio, prorompeva di quando in quando in strilli di rabbia infantile, che soffocava nel fazzoletto, guardandosi intorno [p. 56 modifica]sospettoso; e terminava ogni discorso dicendo: — Veda, signor maestro, la mia fine ha da esser questa! — e si dava dell’indice e del medio sotto il mento, per indicare l’impiccagione.