Il romanzo d'un maestro (De Amicis)/L'ultimo anno ad Altarana/VIII

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
Nuove vicende dell’ex granatiere

../VII ../IX IncludiIntestazione 16 dicembre 2016 75% Da definire

L'ultimo anno ad Altarana - VII L'ultimo anno ad Altarana - IX
[p. 59 modifica]

NUOVE VICENDE DELL’EX GRANATIERE.


Andato via questo singolare ispettore, quando il maestro stava per ricadere nell’uggia solita, sopraggiunse un avvenimento inaspettato a ricrearlo per una settimana, un letterone solenne del collega Carlo LéricaFonte/commento: normalizzo, datato dal comune di Badolino, un vero cuscinetto di carta da protocollo, che, appena l’ebbe strappato al postino, egli si portò a casa frettolosamente, con l’avidità con cui il collegiale si porta in un angolo appartato il romanzo che gli è venuto alle mani di contrabbando. La sola vista di quei due grandi fogli di carta pieni della scrittura grossa e stretta dell’amico, interpolata qua e là di paroloni enormi in caratteri maiuscoli, che corrispondevano alle esplosioni iraconde della sua voce, gli strappò una lunga e cordiale risata, che gli fece del bene. La lettera, dalle leggiere varietà della scrittura, appariva scritta a varie riprese, un poco ogni giorno, e si capiva prima di leggerla che era una storia filata, uno sfogo generale di due anni di accapigliamenti e di arrabbiature, stato messo giù con la mano fremente e con fitta accompagnatura di sacrati e di sbuffi.

Arrivato alla sua destinazione, l’amico LéricaFonte/commento: normalizzo diceva d’aver trovato subito un grave inconveniente. Il comune aveva due “frazioni„ nelle quali erano stati costrutti due nuovi edifizi scolastici, con buone camere per gli insegnanti; ma nel capoluogo dov’egli era destinato a rimanere, non avevan costrutto nulla, per la sola ragione che da vari anni un consigliere influente appigionava al comune per quattrocento lire, ad uso di scuola, due stanzacce d’un’antica osteria, nelle quali egli, Carlo LéricaFonte/commento: normalizzo, doveva spartire i suoi alunni, facendo lezione di sull’uscio che era fra l’una e l’altra. Ma c’era di più. Gli avevan promesso l’alloggio gratuito, e glie l’avevan dato in fatti; ma dentro a una vecchia chiesa ridotta a casa da appigionare, e per l’appunto in un camerino indescrivibile, formato dalla vôlta d’una piccola navata laterale, ma in maniera che non gli [p. 60 modifica]riusciva un palmo di parete piana, ed egli abitava così come in un tubo, senza poter appendere in alcuna parte nè un quadretto nè uno specchio, e ogni volta che s’accostava al muro, ci dava una cornata. Tutto questo lo aveva mal disposto fin da principio. Nondimeno, per tutto il primo anno, le cose erano andate alla meglio. Ma ecco che cos’era accaduto di poi.

Essendo morto nel paese un prete che diceva la messa e insegnava il catechismo ai ragazzi delle scuole, il comune pensò, per ragion d’economia, di nominare un maestro sacerdote, che facesse l’una e l’altra cosa. Ma bisognava prima sbarazzarsi di Carlo Lérica, col quale c’era il patto per un sessennio. Tentarono, dunque, di persuaderlo ad andarsene di moto proprio: egli rifiutò formalmente. E allora cominciarono a “rompergli l’anima„ per veder di stancarlo.

“Stancar Carlo Lérica, — diceva la lettera; — quando c’è di mezzo il suo onore, tu capirai che era un’impresa superiore alle loro forze. Ma tu non hai un’idea delle iniquità che mi fecero: arrivarono perfino a portarmi via i cartelloni dalla scuola. Io, però, mostrai i denti immediatamente. Siccome il più imbestialito di tutti era il proprietario delle due fogne dove facevo scuola, gli feci notificare per via di terzi che alla prima che m’avesse fatta gli avrei mandato due padrini. Il VILE stette cinque giorni senza mettere il grugno fuori dell’uscio. Il VILE si vendicò poi, alla distribuzione dei premi, ordinando all’organista di sonar la marcia reale sul cembalo prima ch’io terminassi la lettura del mio discorso; ma io m’ostinai a leggere lo stesso, e la rabbia che divoravo per quella birbonata mi diede tanta forza ai polmoni, che il suonatore fu costretto di smettere perchè non si sentiva più un accidente delle sue strimpellature. In seguito fecero di peggio. Mi stamparono un infame articolo anonimo sull’Eco, dove era detto, fra l’altre menzogne scellerate, che i maestri ex militari fanno cattiva prova, perchè sono violenti, non hanno tutte quelle industrie e finezze che ci vogliono per insegnare ai ragazzi, mancano di gentilezza e di tatto, e via dicendo. Io risposi intimando all’autore di nominarsi se non era il più schifoso dei diffamatori, e intanto gli diedi del cretino e del Giuda. Ma il VILE non si nominò. E lui e gli altri della sua banda me ne [p. 61 modifica]prepararono delle nuove. Nientedimeno, tirarono a farmi patire la fame. Un trimestre non mi pagarono lo stipendio: il cassiere, che è un salumaio, mi disse che non aveva fondi. E fui costretto a farmi scontare il mandato dalla Banca Agricola del Circondario, perdendoci il dieci per cento. Un altro trimestre aggiunsero ancora l’impertinenza alla bricconeria: quel salumaio ladrone ebbe la faccia di dirmi che non aveva neppure allora un soldo in cassa, ma che se volevo pagarmi in salacca, baccalà od altro, mi servissi pure liberamente nella sua bottega. Capisci? Io gli risposi che sarei morto affamato piuttosto d’appestarmi lo stomaco con le sue droghe, e minacciandolo di fare un ricorso alla Prefettura, lo costrinsi a rigettare i quattrini. Ma allora a che cosa ricorsero? Pagarono un malvivente briccone del paese perchè stesse in vicinanza della scuola mentre io facevo lezione, e ripetesse le ultime parole d’ogni mio periodo, come l’eco, per far ridere i ragazzi, e rendermi impossibile di proseguire. Ti puoi figurare che cosa accadde quando me n’accorsi: saltai fuori della scuola come un leone. Ma per un pezzo non mi riuscì d’agguantarlo: ora la voce veniva dalla strada, ora da una finestra, una volta dal vicolo accanto, un’altra volta non so di dove: qualche malfattore del vicinato lo doveva ricettare in casa sua: se la svignava sempre in tempo. Mi son roso i pugni inutilmente per quattro giorni, che credevo di ammalarmi del fegato. Ma una mattina, essendomi appostato di sbieco alla finestra, vidi l’ombra dell’uomo sul ciottolato della strada, e usai l’astuzia di passar per la finestra stessa invece che per l’uscio, dimodochè gli cascai davanti proprio nel momento che ripeteva la mia ultima parola. L’assassino se la diede a gambe ed io, furioso, dietro, senza cappello; ma andava come uno scappato dal carcere, ed io sempre alle sue calcagna; egli svoltò, io svoltai; e avanti da una strada in un’altra, fin che lo raggiunsi fuor del paese, e glie ne diedi un tal carico davanti e di dietro, di sopra e di sotto, con relativo commento verbale, che nessuno lo vide più per quindici giorni.„

La lettera continuava dicendo come i suoi nemici eran ricorsi al solito mezzo perfido di aizzargli contro i ragazzi, e faceva una descrizione abbominevole della [p. 62 modifica]scolaresca, la più trista, la più nefanda accozzaglia che gli fosse ancor toccata fino allora, un mucchio di vizi e di delitti in germe, una piccola casa di corrigendi, addirittura. Non c’era una faccia, diceva, che promettesse neppure alla lontana qualche cosa di simile a un galantuomo: eran tutti occhi di gatto e di faina, musi di can volpini e di bull-dog, crani di delinquenti e di selvaggi d’Australia. Ci aveva persino un mezzo cretino, che faceva i suoi bisogni in scuola, e che non gli volevan levare a nessun costo, forse per fargli dispetto, quantunque avesse già presentate più volte le sue lagnanze al Sindaco.

“Ma la malvagità di questa gente — diceva — passa tutti i limiti dell’immaginabile. Non sono arrivati fino a preparare in famiglia delle interrogazioni difficili, che poi incaricavano i ragazzi di rivolgermi in piena scuola, sotto pretesto di curiosità o di desiderio d’istruirsi, per cercar di mettermi nell’imbarazzo e farmi far la figura del somaro? Ed io, somaro veramente, mi ci son lasciato prender per un pezzo, e non capii il gioco se non quando il figliuolo del VILE venne per la terza volta in una settimana a infastidirmi, domandandomi il significato d’una parola che evidentemente erano andati a pescare insieme nel vocabolario, lui e il mascalzone che lo mise al mondo. — Signor maestro, che cosa vuol dire aggeggio? — Aggeggio! Questa straordinaria parola fu una rivelazione. — Vuol dire la corda per te — gli risposi — e per i briganti che t’hanno imboccato. — E da quel giorno le interrogazioni cessarono.„

Ma il più feroce persecutore del povero Lérica era il figliuolo del veterinario, un BOIA, al quale egli aveva dedicato una pagina intera della lettera, preso, a tal segno dal suo soggetto, da discendere, senz’avvedersene, a particolari di romanziere, come se si compiacesse in quel discorso, mentre la collera lo levava da terra. Quel ragazzo era una delle figure più antipatiche della scuola, una testa in forma di trottola, con gli occhi obliqui e due orecchie enormi, asino, sucido, infingardo, apatico, falso. Costui aveva preso a tormentarlo con gli occhi: lo guardava, nient’altro. Lo guardava fisso, continuamente, con uno sguardo acuto e freddo, che non diceva nulla, o ch’egli non capiva che [p. 63 modifica]cosa dicesse, ma che per questo gli riusciva più fastidioso e più irritante; lo guardava come se l’avesse voluto affascinare, e lo affascinava infatti, costringeva lui pure a fissarlo, e si fissavano alle volte per un minuto, come due nemici mortali. La persecuzione era cominciata un giorno che, essendo venuto a scuola col viso sporco, il maestro l’aveva portato alla fontana del cortile, e méssolo col naso in su sotto la chiavetta, l’aveva lavato a quel modo. Da quel giorno il ragazzo gli aveva piantato gli occhi negli occhi come due succhielli, non abbassandoli che quando leggeva o scriveva, ma solo a momenti, poichè fra riga e riga, a riprese regolari, lo seguitava a guardare, e lo guardava così uscendo ed entrando, a ogni lezione, tutti i giorni, senza fine; tanto che quella guardatura gli era diventata un supplizio. Egli avea delle tentazioni di strangolarlo. E il più triste era questo: che il ragazzo aveva una famiglia numerosa, che pure lo doveva odiare, e tutti, padre, madre, sorelle e fratelli, grandi e piccoli, incontrandolo per la strada, lo fissavano in quella stessa maniera, con quegli stessi occhi obliqui, con quello stessissimo sguardo freddo e acuto; si voltavano, si soffermavano per fissarlo; lo guardavano così dalle finestre di casa loro e di dietro alle vetrate delle botteghe; ed egli si sentiva quegli sguardi addosso prima di vederli; n’era preavvertito da una sensazione misteriosa e sgradevole, come da una malìa di stregoni. Oh! un tormento unico al mondo, che gli metteva una furia nel sangue di sterminar tutta la stirpe, facendo andar per aria la casa con la dinamite.

— E dicono — continuava la lettera — di non battere i ragazzi! — Ma egli, invece, voleva adottare il metodo d’un maestro d’un comunello vicino, il quale teneva appoggiata al tavolo una lunghissima pertica, che arrivava da per tutto come la giustizia di Dio, e con quella, maneggiata a due mani, teneva la disciplina. Non battere i ragazzi! Ma era contro natura; ma non si poteva essere che bugiardi interessati e birboni per sostener quella massima, che era la rovina dell’infanzia e rendeva impossibile la scuola; ma la scuola era diventata un inferno dopo che n’era uscita la frusta, e gli scolari non avevan più da temere per la loro malvagia pellaccia. Per questo egli era disgraziato, non [p. 64 modifica]potendo battere a cagione appunto del suo temperamento impetuoso e della sua forza fisica; chè, dove fosse cascata la sua mano, avrebbe dovuto lavorare il chirurgo. Ma si sapeva ingegnare con dei ripieghi. E diceva d’uno dei suoi scolari, che aveva avuto la temerità di scrivergli col gesso sulla lavagna: — Aussa ’l frac! — (traduzione libera: alza i tacchi). Egli l’aveva abbrancato alla nuca, e portatolo di peso alla lavagna, gli aveva fatto cancellare l’ingiuria con la punta del naso, proibendogli poi di ripulirsi, perchè andasse a presentarsi agli autori dei suoi giorni col marchio dell’infamia sul viso.

Aussa ’l frac! — concludeva la lettera. — Lo alzerò di sicuro, canaglie; ma quando piacerà a me, e non prima d’avervi fatto sputare le lische. — E diceva che chi l’aiutava a sostener la lotta era il parroco, una specie di gigante della sua misura, un prete liberale e galantuomo, che per questo era inviso al paese e in guerra colle autorità; ma di cui tutti avevano paura, dopo un fatto accadutogli una notte a Torino, dove essendo stato aggredito in un vicolo da due giovinastri, gli aveva afferrati tutti due pel cravattino e condotti, con le lingue fuori, alla sezione più vicina di Pubblica Sicurezza. Con lui egli aveva stretto amicizia, e quando passeggiavano insieme per le strade, girando intorno gli ocelli torvi, “il paese tremava.„ Intanto, egli si cercava un posto segretamente e pregava il Ratti di avvertirlo se ce ne fosse qualcuno conveniente e non molto lontano da lui. Un poscritto diceva: — “Il consigliere affittacamere mi ha fatto colpa in consiglio perchè non sono andato a mie spese alle conferenze pedagogiche di Saluzzo! VILE!„