Il sorbetto della regina/Parte prima/II

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
Parte prima - II. Il sergente Sacco-e-Fuoco

../I ../III IncludiIntestazione 10 agosto 2009 75% romanzi

Parte prima - I Parte prima - III


Questo personaggio era figlio d’un povero avvocato del paese.

Il padre l’aveva avviato a scuola da un ex-gesuita ritornato in famiglia dopo l’abolizione del suo convento; - quest’uomo, pieno di probità - quantunque, o perchè gesuita - gli aveva insegnato tutto quello che si insegnava nelle scuole del suo ordine.

Il giovane sapeva correntemente il latino, il greco, il Decolonia; fabbricava delle odi saffiche e pindariche in onore di san Luigi Gonzaga e del cuore di Maria, balbettava il francese. Il R. Padre si era trovato in un convento di Francia, quando il suo ordine cadde sotto le leggi rivoluzionarie - e l’allievo si dimenava a meraviglia in mezzo ai Darii, ai Baralipton, e conosceva le finezze dei Barbara celarent ferio del Caraco, del Fessino e Frisisso morum.

E si venga poi a dire che i RR. PP. non insegnano nulla d’utile.

Pietro Colini - ora il sergente Sacco-e-Fuoco - aveva sostenuto sette ore la discussione sulla tesi: se uno può essere impiccato a Roma all’istess’ora che si marita a Parigi? e se sant’Antonio poteva domandare due minuti di permesso al suo uditorio a Padova, per andare ad assistere suo padre che montava sul patibolo a Lisbona.

Aveva dimostrato tutto ciò in maniera inconfutabile coll’aiuto di testi greci e latini, dell’autorità dei SS. Padri e di Cicerone. Avea in seguito discusso sulla parola Blictri, e "se essa dentro o fuori di una proposizione può significare qualche cosa," sul chiodo di Sisara e sopra il sesso degli angeli di Sodoma. Ed era stato ammesso a ricevere i quattro ordini.

Ma una mattina il secolo si risvegliò d’improvviso con certi capricci stravaganti. Invece della campana che suonava a messa, si udì il rullo del tamburo che proclamava la coscrizione. Invece di gridare: Viva il Re per la grazia di Dio, si gridava Viva la Nazione! Pietro Colini baratta allora la sottana con un uniforme blù a mostre rosse; il collare d’abate con una brutta cravatta di cuoio; il Decolonia e lo Storkenau con una sciabola ed un fucile, e il Pater noster in un mille diavoli! La caserma si sostituisce alla chiesa, ed il prete, trasformato in soldato per ordine di Acton e della regina Carolina, parte per la guerra. Addio paese; addio speranze di arrivare un giorno a cantar messa; addio parenti e dolce far niente; addio le cose le più soavemente dilette e le abitudini di diciotto o vent’anni. La patria chiama Pietro Colini - e a quell’epoca quegl’ingenui figli del diciottesimo secolo non scherzavano colla parola e col sentimento di patria.

Pietro nondimeno cominciò la sua carriera colla più bella ed edificante vocazione cristiana. Faceva precedere una fucilata da una benedizione in articulo mortis; un colpo di baionette da un "Perdonami, o mio fratello in Gesù Cristo!" Condiva un bacio ad una ragazza con un buon consiglio, ed accoppiava una bestemmia con una giaculatoria "che il nome di Gesù e Maria sia benedetto."

Quella buona natura cattolica però non si conservò a lungo. Pietro fece in breve tali progressi, si immedesimò talmente nel mestiere, che dopo alcuni mesi era il bestemmiatore più originale dell’esercito, precisamente perchè conosceva la teologia. Dopo la campagna - campagna di gambe, campagna di fuga davanti all’esercito francese - Pietro Colini si trovò a mala pena sergente, sebbene i suoi atti straordinari di valore gli avessero meritato venti volte la spallina di ufficiale.

Pietro seguì l’esercito francese, quando abbandonò Napoli nel 1799 e traversò le guerre del Consolato e dell’Impero.

La famosa esclamazione di Chambronne pronunziata, Napoleone relegato a Sant’Elena, i Borboni di Francia non seppero più che farsi di un esercito. Pietro Colini raccolse allora tutto ciò che gli restava dei membri del suo corpo e ritornò a Napoli.

La patria era stata abolita. I fedeli napoletani se ne andavano in brodo di giuggiole davanti ad un re per la grazia di... Talleyrand. Ora che cosa un re consagrato inviolabile ed adorato, sbocciato dall’uovo divino del Congresso di Vienna, avrebbe mai potuto farsi d’un invalido? Ahimè! codesto invalido non era buono a nulla, neppure a fare il ciabattino: la sua mano sinistra era restata nei ghiacci di Mosca. Non a far il corriere; una palla a Waterloo gli aveya forato lo stivale dritto ed il suo contenuto. Non lo si poteva neppure arruolare, qual veterano, nel corpo delle spie di Stato: il Re legittimo non voleva saperne di lui.

Ma Pietro Colini che dal suo lato era logico come Satana, ricordandosi del suo ex-gesuita, rispose: Nego minorem, e si trovò buono ancora a qualche cosa. Gli restava, per esempio, la lingua per gridare, la mano dritta per sferzare, la memoria passabilmente imbrogliata, e la infingardaggine la più volontaria, che l’è mai sempre la più completa.

Poteva dunque ancora mettersi maestro di scuola, dopo aver assopito gli scrupoli dell’altare ed i sospetti del trono. Fu creduto. Abiurò Bonaparte; andò a messa ed al confessionale. Recitò bene la sua parte.

- E, se il ventre prese davvero il posto dell’anima, di chi la colpa?

Pietro Colini, volendo nondimeno volgere la sua ipocrisia a vantaggio dei suoi allievi, aveva principiato ad insegnar loro tutt’altro che il latino, il catechismo, la storia sacra e la mitologia.

I parenti insorsero. I missionari aprirono un’inchiesta. Il giudice di pace fece delle rimostranze. Il sergente capì che aveva presa una falsa via. Egli lasciò i suoi allievi in balìa della grazia operante, e li abbrutì col latino.

Codesti allievi non imparavano nulla, giuocavano alle carte, correvano per la campagna a rubacchiar le frutta ed i legumi. I più grandicelli leggevano anche dei libri osceni. Ma baciavano le mani dei superiori con un’aria beata, servivano la messa, accompagnavano il Santissimo, miagolando il Tantum ergo, salutavano il signor arciprete quando lo incontravano, recitavano l'Ave in latino... ed i RR. Padri, il trono e l’altare si dichiararono soddisfatti.

Non la fu così però di Bruto.

Egidia aveva ammaliato l’invalido.

Egli rifrugò nella sua testa. Riunì tutto ciò che gli restava di scienza, quello che aveva veduto ed appreso nelle sue corse attraverso l’Europa, ciò che leggeva qua e là e rimpinzò tutto ciò nel cranio di Bruto a furia di sferzate.

Bruto sapeva quindi il latino, la metafisica, la storia moderna e la geografia, come poteva insegnargliela un uomo che aveva girato il mondo; e Bruto cinguettava anche un tantino di francese.

Un pizzico di questo, un pizzico di quello, senza contare le pratiche della vita militare.... C’è da stupirsi, dunque, se le lezioni del maestro bollivano nel cervello dello scolaro, come i diversi ingredienti della zuppa di zia Egidia? di guisa che mastro Zungo non aveva torto quando affermava che suo figlio non era della stoffa di cui si tagliano i soddiaconi.

Il barbiere entrò dall’invalido. La casa del sergente offriva lo spettacolo dell’abbandono.

Vi si respirava qualche cosa di più pungente che miseria; vi si sentiva la povertà che soffre, che si rassegna con indifferenza o disdegno. La polvere copriva le mobiglie, e le ragnatele si stendevano sulle pareti a guisa di tappezzerie.

Il fumo del camino, che preferiva spandersi nella stanza anzichè per la cappa e andar a far visita alle nuvole, aveva incrostata una vernice nera e lucente sopra i travi ed i muri che parevano d’ebano. L’era lugubre, una tomba, piuttosto che la dimora di una creatura vivente.

La casa portava il lutto dell’uomo.

Si entrava a terreno in una vasta sala, che serviva nello stesso tempo di salotto, di scuola, di camera da pranzo, di gabinetto da lavoro, d’anticamera, di cucina, di tutto, eccetto che di stanza da letto. Nella sala era stata praticata una specie di alcova con una finestrina nel fondo che dava in una viuzza molto sucida. Il sergente dormiva in quel buco.

Si vedevano nella sala alcune seggiole di legno, un gran banco colla spalliera sì alta, che serviva di paravento dalla parte del camino esposta alla porta d’entrata, ed una grande tavola. Poi un armadio, con un battente rotto1, appoggiato al muro, alcuni libri, delle bottiglie e dei cocci da cucina. Ma tutte queste cianfrusaglie erano vecchie, sudicie, sformate, ammaccate. Domandavano la giubilazione, o almeno la mano d’una donna, quella mano che dà vita, luce, gioventù, sorriso a tutto.

La donna è l’aurora: illumina.

Il sergente portava un abito borghese, un paio di brache molto vecchie d’un panno un dì turchino, un panciotto nero abbottonato fino al collo, che era senza cravatta, e, sopra tutto ciò, una casacca della stoffa di cui si fanno le tonache i Cappuccini. Sul capo, per bizzarria, un berretto greco.

Il tutto, vergine di spazzola, ed infetto dell’olezzo del tabacco.

Tre cose si trovavano successivamente nella bocca del sergente: la pipa, una bottiglia di alcool e una parola d’impazienza in una lingua qualunque d’Europa. I suoi denti erano neri e solidi come chiodi. La faccia porfirizzata da macchie rosse e grigie. Due occhi rossi gli sprizzavano dalla fronte, come due carboni accesi. Una selva di capelli, grigi, indomabili, irti, si rizzavano sul suo capo come le ciocche di Medusa, non risparmiando che la fronte, alta, senza una ruga, pura, liscia come quella di una ragazza.

Due orecchie enormi s’incollavano come due coccarde agli orli laterali del suo berretto frigio. Aveva il mento della bontà e le labbra della voluttà. Se i patimenti, le privazioni, le fatiche, i liquori forti, i pensieri, i dubbi, l’infinito sarcasmo, che solcano di rovine le anime ed i sembianti, non avessero devastata quella figura maschia e serena, il sergente sarebbe forse stato ancora un uomo passabile. Così non era più che un rudero.

Le cinque del mattino lo trovavano sempre in piedi, passeggiando o piuttosto correndo a passo di carica nella sua sala, le mani dietro la schiena, zufolando non so che, pensando a Dio sa chi. Un osservatore avrebbe indovinato senza sforzo che sotto il cranio di quell’uomo nelle pieghe le più recondite del suo cuore c’era qualche cosa che si agitava eternamente.

Chi gli avesse frugato sul petto, sotto una camicia di tela da vele, avrebbe veduto che il vecchio soldato vi ascondeva uno scapolare, cui baciava la sera quando si coricava e ribaciava la mattina levandosi. Ma gli era proprio uno scapolare?

Il barbiere si presentò, dunque, all’invalido. Mastro Zungo gli voleva bene: primo, perchè istruiva suo figlio, secondo, perchè lo invitava spesso a bere dell’acquavite, del rhum, del cognac, del gin, o checchè altro; terzo, perchè non lasciava crescere pelo sul viso, e sopratutto perchè dava a succhiare a sua moglie della radice di nicoziana.

Il viso di quell’uomo, però, faceva arrabbiare il barbiere. Bucherato, gibboso, cincischiato qua dalla mitraglia, là dai bernoccoli, altrove dalla sciabola o dalla baionetta, gli era impossibile di raderlo, senza tigrarlo di nèi, di tela di ragno, come gli spruzzi di inchiostro zebrano lo scartafaccio di uno scolaro.

Quando il barbiere ebbe deposto tutti i suoi utensili, schiaffeggiato il viso del sergente, giacchè quel bravo mastro Zungo non insaponava con un pennello ma colla mano; quando ebbe fissata l’attenzione del suo uditore, perchè, senza accorgersene, il sergente era un incorreggibile interruttore, e se parlava adesso correva il rischio di vedersi tagliata la pelle della faccia, mastro Zungo principiò:

- Dovete dunque sapere, signor sergente, che....

- Olà, mastro scortica del diavolo, vociò il veterano respingendo il barbiere con un pugno nello stomaco, cos’è codesto? mi fai la barba con una sega stamane?

- Cosa dite mai, signor sergente? come siete collerico! rispose il barbiere prendendo fiato. Gli è un vero inglese.... Oh che bestiaccia che sono! Mille scuse, signor sergente, ero distratto. Ho confuso il vostro rasoio con quello che adopero pei vescicanti dei cavalli.... L’è quella figlia di una botte, Egidia, che me lo ha cacciato nella borsa. Ma guardate, questo qui è il vostro. Non sbaglio più, è questo, è proprio il vostro rasoio.

- Andiamo avanti, udiamo le belle notizie che mi racconti questa mattina. Ma non ismarrirti per via, sai. Parla alla militare: "Soldati, quaranta secoli vi contemplano dall’alto di queste piramidi," e pif, paf, in meno tempo che una pentola mette a bollire, una battaglia era guadagnata, un regno conquistato. Oh giganti! giganti! esclamò il veterano con voce commossa. Ossa e Pelio, senza l’Olimpo.

- Sarete obbedito, signor sergente. Ho deciso, dunque, che mio figlio divenga il più bel medico della provincia.

- Cosa dici?

- Sì, signore, il primo medico della Basilicata.

- Ah! ah! ah!

- Non ridete, signor sergente, perchè vi ho già tagliato in due siti.

- Un medico? Al postutto un medico l’è il soldato in metafisica.

- Che cosa ne dite, dunque, signor Sacco-e-Fuoco? Quella bestiolina è un prodigio!

- Probo majorem, nego minorem, distinguo, avrebbe risposto il mio gesuita. Va più adagio, imbecille! non sono mica già io una groppa di un cavallo, ove tu applichi un vescicante.

- Dite, signor sergente, se mi parlaste nella lingua dei cristiani battezzati sarebbe meglio. Non ho nessuna confidenza nei vostri gesuiti. Parlano calmucco.

- Diceva, dunque, che approvo il mestiere; probo majorem. Ma nego.... Mille satanassi! va leggiero e bada all’orecchio. Ho finito di far la guerra colle sciabole e mi batto contro i rasoi! Lascierò crescere la barba, alla fine!

- Non ci mancherebbe che questa! Per farvi mettere in prigione come carbonaro.

- Dico, dunque, che mi sembra che tuo figlio abbia la stoffa che occorre per farne un buon medico, o almeno, distinguo. Se non si tratta che di fabbricare un chirurgo di reggimento, o un medico d’ospitale, l’andrà ancora benone, nel nostro felicissimo regno di Napoli. Al reggimento, come all’ospitale, si fa spreco della vita dell’uomo, come tu, briccone, fai spreco della mia pelle. Ma un medico, genericamente parlando, no. Dove hai mai trovato che tuo figlio abbia le qualità necessarie?

- Ah! ecco qui, signor sergente. Prima di tutto, perchè non saprei che cosa farne, se non ne fo un medico.

- L’è una ragione sufficiente, avrebbe detto il gesuita, rispose il sergente parlando col naso, poichè il barbiere lo teneva per questa parte importante del suo viso.

- Secundo, perchè alla fin fine deve fare qualche cosa, senza di che creperà di fame.

- È giusto, e tu ragioni come mastro Schiaccia.

- Tertio, perchè, dalla testa ai piedi, ha tutto quanto occorre per farne un medico.

- Jour-de-dieu! come mi martirizzi questa mane.

- Quarto infine....

- Infine, infine, atqui non è buono a nulla, ergo egli è buono a esercitare la medicina. Ecco come la pensava appunto un tamburo del mio reggimento che restò in Egitto a far il dottore. Andatene, dunque, a tutti i diavoli tu e tuo figlio e fanne pure un carnefice, che ciò m’è indifferente. Io non ho più nulla da insegnargli. Gli ho dato le ultime lezioni di intrepidezza, di disinteresse e di onestà. Ho finito. Felice notte. Avrei voluto vederlo soldato. Tu invece dici: medico. Impiccatevi dove volete. Del resto, hai forse ragione. Il soldato ora fa concorrenza al gendarme. È uno sbirro. Addio.

Il sergente si sforzava a parere volgare, pedante e ruvido, per non eccitare l’invidia, e quindi le denunzie de’ suoi maligni compatriotti alla polizia ed al vescovo.

Parlando dunque così, egli fece un saluto alla bottiglia che era sulla tavola e ne tracannò una golata.

Poi misurò un calcio per di dietro al barbiere, lo spinse fuori e si pose a gironzare su e giù per la sala, zufolando. Pareva commosso.

Nel frattempo mastro Zungo, contento delle approvazioni del maestro di scuola, andò a raschiare gli altri suoi clienti, annunziando dappertutto la vocazione che aveva scoperta in suo figlio. Poi, a mezzo giorno tornò a casa,

In pari tempo arrivava Bruto, duro duro, tutto di un pezzo, tranquillo come un dio Termine, col viso sporco, un pacco di libri e di carte sotto il braccio, col naso rosso e la testa coperta da un berretto di carta a due corna, sopra il quale stavano scritte le regole dei gerundi e dell’ablativo assoluto, che aveva portato via ad un condiscepolo.

Mastro Zungo, malgrado le sue mille ed una debolezza, sapeva all’occorrenza mostrare del carattere. Ma, quando una dozzina di bicchieri di vino ballava nel suo stomaco, era ostinato e brutale e non ammetteva risposta ai suoi ukasi.

Ora, siccome il fatto dei bicchieri di vino si riproduceva spesso e non si manifestava alla bella prima con dei sintomi particolari, Egidia e Bruto si guardavano bene dal contraddirlo, perchè nella collera il barbiere abusava dei suoi pugni. Finito di desinare, mastro Zungo fece segno colla mano che nessuno si alzasse da tavola e parlò.

Lo si sarebbe detto il destino.

- Avendo consultata la tua fede di nascita, signor Bruto, e avendo trovato che hai diciotto anni; avendo consultato il registro dell’imposta fondiaria ed osservato che la nostra casa non occupa nessuna pagina di quel libro d’oro; avendo rovistato nella nostra cassa e non avendovi che 150 ducati, sola riserva della mia vecchiaia e di quella di codesta devota strega di tua madre; udito il parere del maestro di scuola, dell’arciprete, del notaio, della levatrice, del pizzicagnolo nostro vicino e di compar Gregorio, il fornaio... abbiamo risoluto di decretare, e decretiamo quanto segue: 1.° Che tu, signor Bruto, debba studiar la medicina; 2.° Che partirai per Napoli ed andrai presso di tuo zio, sempre affettuosissimo nella sottoscrizione delle sue lettere; 3.° Che questa partenza avrà luogo fra otto giorni, signor Bruto, e che tu, vecchia bigotta di Egidia, non farai nessuna osservazione.

- Partirà fra otto giorni, signor Bruto, e la vecchia bigotta di Egidia non fiaterà motto, rispose l’imperturbabile giovanotto, parodiando la voce ed i gesti di suo padre e pulendosi il naso col rovescio della mano.

La moglie in fatto non aprì bocca. Soltanto la sua respirazione si arrestò, la sua faccia paffuta e rossa impallidì, le si gonfiarono gli occhi e ne colò una lagrima, poi un’altra, poi un torrente e finalmente diede in singhiozzi ed ebbe tremito in tutte le membra. Si gettò al collo dell’impassibile suo figlio e lo coprì di lagrime e di baci.

Bruto lasciò fare, tenendo gli occhi fissi sopra il degno barbiere, che considerava anch’egli, ironico e commosso ad un tempo, l’eccesso d’amore di quella povera madre. Alla fine quando l’ebbe contemplata un momento, mastro Zungo alzò le spalle ed uscì brontolando con un tal quale tremolìo nella voce:

- Com’è mai sciocca la natura!

Otto giorni dopo gli ordini del barbiere erano eseguiti. Il giovane partì dopo aver preso commiato da tutti i suoi compatriotti, casa per casa, dove gli fu regalato, qui delle confetture o dei biscottini, lì una cravatta o un pezzuola, altrove un po’ di tela per camicie. Gli uomini vennero ad augurargli buon viaggio.

Bruto partì di buon mattino. Mastro Zungo restò sulla soglia della sua bottega, seguendolo degli occhi fin che l’ebbe perduto di vista, poi esclamò fra sè e sè:

- Che cosa diverrà fra le mani di quell’avaro di sagrestano, che cosa diverrà?

Egidia, istupidita dal dolore, guardava essa pure, non piangendo più, le pupille fisse ed immobili, senza voce, pallida e ritta come una di quelle colonne di giallo antico, che alzano ancora il capo nel tempio di Taormina.


Note

  1. Nell’originale "otto".