Il tesoro del presidente del Paraguay/10. La scomparsa dell'agente del governo

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10. La scomparsa dell'agente del governo

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9. L'inseguimento 11. I gauchos


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X.

La scomparsa dell’agente del Governo.


Erano le quattro pomeridiane.

L’aerostato, dopo aver percorso circa un centinaio di miglia nello spazio di quattro ore, tornava a ridiscendere, e questa volta, come aveva giustamente detto il mastro, per non più rialzarsi, perchè più nulla vi era da gettare dacchè la navicella era stata precipitata nella prateria.

Mezzo vuoto, tutto pieghe, non si trascinava innanzi che a furia di sforzi, più spinto dal vento che sorretto dal gas, ormai ridotto a una quantità molto piccola. Discendeva però gradatamente, metro a metro, tentando talvolta di rialzarsi, ma per poi ricadere più bruscamente.

Fra un quarto d’ora, forse mezz’ora, tutto doveva essere finito.

— Orsù, non disperiamoci, — disse Cardozo. — Ha durato anche troppo questo povero pallone, e ciò doveva accadere; nessuno di noi lo ignorava.

— Ah! — esclamò il mastro. — Se si trovasse qualche cosa da rinforzarlo.

— Non vedo nessun gasometro per quanto giri gli sguardi. Prepariamo le gambe, marinajo, e carichiamo i fucili, onde non cadere inermi in qualche imboscata. Vedi nulla?

— La prateria mi sembra deserta, per buona fortuna.

— V’ingannate, — disse l’agente del Governo.

— Cosa vedete? Degli indiani forse? [p. 84 modifica]

— Mi pare sia un rancho.

— Che nasconda Indiani? — chiese Cardozo.

— Non lo credo, — rispose Diego, che guardava attentamente la capanna, la quale rizzavasi in mezzo a una fitta piantagione di cardi, a circa sei chilometri verso il sud. — I Pampas e i Patagoni non hanno che tende.

— E chi può abitarlo?

— Chissà! Forse dei pastori argentini, quantunque mi sembri un po’ strano che si possano incontrare a tanta distanza dalla frontiera argentina. Vedo anche un corral e in buone condizioni, se l’occhio non isbaglia.

— E anche due cavalli, — aggiunse l’agente del Governo.

— Cosa facciamo? — chiese Cardozo.

— Preparare le armi e attendere, — rispose il mastro. — Il vento ci porta proprio sopra il rancho, e andremo a cadere nelle sue vicinanze. Guarda: vedo del fumo uscire dalla capanna.

— Che stiano preparando la cena? Ti assicuro, marinajo, che ci farei molto onore. Oh! Oh! Saldo, mio caro pallone! Che diamine! Non c’è tanta fretta di scendere.

— Precipitiamo! — esclamò il mastro. — Tenetevi saldi alle funi.

L’aerostato infatti scendeva con rapidità, come se il gas sfuggisse da qualche grande apertura. Scese di trecento metri, si arrestò un momento, poi ricadde di altri trecento in pochi istanti e si mise a ondeggiare, descrivendo coll’estremità inferiore dei cerchi concentrici.

— Oh diavolo! — esclamò Cardozo. — Si direbbe che il pallone ha preso una sbornia solenne.

— Rolla come una nave presa dal tifone, — disse il mastro. — Brutto segno, ragazzo mio.

— Cosa temi?

— Che ne so io? Ho paura però che non la finisca troppo bene.

— Che stia per rovesciarsi?

— Speriamo di no. Aoh!... Tenetevi saldi!

Il pallone aveva ripreso la discesa con grande rapidità e [p. 85 modifica]questa volta pareva non dovesse più arrestarsi. Il mastro, Cardozo e perfino l’impassibile signor Calderon, cominciavano a diventare inquieti.

— Ci accopperemo, — disse il ragazzo, che non si sentiva più in vena di scherzare.

— O meglio, ci schiacceremo contro terra, — aggiunse l’agente del Governo. — Non v’è nulla da gettare?

— Cinque biscotti, le nostre armi e le munizioni, — rispose il mastro.

— Non saranno sufficienti ad arrestare la caduta.

— E poi dalle armi non mi separerei a nessun patto, signore. Toh! Un’idea!

— Buttala fuori, marinajo, — disse Cardozo. — Sbrigati, chè la prateria si avvicina con rapidità spaventevole.

— Arrampichiamoci fino alla rete. Quando toccheremo terra, si schiaccerà prima il pallone, poi ci lasceremo cadere in mezzo all’erba, che è alta assai e molto fitta.

— Purchè l’aerostato non si squilibri e non si rovesci.

— Non temere, ragazzo. Ci disporremo in modo da mantenerlo in equilibrio.

— Alla rete allora, e Dio ci protegga!

Abbandonarono precipitosamente il cerchio, si aggrapparono alle funi e si arrampicarono fino alla rete, che copriva una buona metà dell’aerostato.

— Ci siete? — chiese il mastro, che non poteva più scorgere i compagni, che stavano dall’altra parte.

— Sì, — risposero ad una voce l’agente del Governo ed il ragazzo.

— Tenetevi pronti a lasciarvi andare al mio comando, o il pallone trascinerà in aria qualcuno di noi.

— Saremo pronti, — rispose Cardozo.

Il pallone scendeva sempre senza rallentare, come se avesse fretta di riposarsi su quella verdeggiante prateria. Pareva che una grande colonna di aria lo cacciasse verso terra e che un’altra sotto di lui lo aspirasse. La distanza spariva con fantastica rapidità. Non era più che a cento metri e precipitava con l’eguale velocità. [p. 86 modifica]

— Marinaio, — esclamò Cardozo, che guardava con un certo terrore la prateria che pareva gli volasse incontro.

— Presente, — rispose il mastro.

— Mi sembra che la mia testa giri.

— Sta saldo, figliuol mio! Non accadrà nulla... la prateria è soffice!... Attenzione!...

I cento metri sparvero in un lampo. L’aerostato s’immerse fra le grandi erbe, che raggiungevano l’altezza di due metri. L’estremità inferiore si schiacciò, allargandosi sui fianchi, quasi da scoppiare. Rimase un istante immobile: quel momento bastò.

— A terra! — tuonò il mastro.

Due corpi rotolarono fra le erbe, ma uno rimase fra le maglie della rete.

Il pallone, scaricato di quel peso, fece un salto in aria, portando con sè l’uomo che non erasi lasciato cadere a tempo e che si dibatteva disperatamente, come se cercasse sbarazzarsi da qualche legame.

Un grido echeggiò nell’aria:

— Ajuto!... Ajuto!...

I due corpi che erano stramazzati fra le erbe si risollevarono prontamente: erano il mastro e il giovane Cardozo.

— Signor Calderon! — esclamarono.

Ma il signor Calderon ormai più non li udiva. Il pallone non era più che un punto oscuro, che spariva rapidamente verso il sud.

— Gran Dio!... — esclamò il mastro.

— È perduto! — esclamò Cardozo.

— No perduto, poichè lo ritroveremo, mio figliuolo.

— In cammino, Diego!...

— Là!... Là!... Non facciamo sciocchezze, ragazzo mio. Inseguire il pallone sarebbe una pazzia, e poi siamo tanto scombussolati che ci dovremmo arrestare a qualche miglio di qui.

— Ma perchè non è disceso al tuo comando?

— Perchè si era imbrogliato fra la rete. Mi pare che avesse le gambe dentro le maglie.

— E dove andrà a finire ora? [p. 87 modifica]

— Chi può dirlo? Fortunatamente non ignora che il pallone ha una valvola, e sono certo che a quest’ora il gas sfugge.

— Ma cadrà molto lontano da qui.

— Ma lo ritroveremo, ragazzo mio: te lo giuro. Non possiamo abbandonare in questo luogo un nostro compagno che ha diviso con noi tanti pericoli.

— Purchè non cada fra gl’Indiani.

— Ha delle armi, le sue pistole, e saprà difendersi. È un uomo di poche parole, ma ci ha mostrato di essere assai coraggioso.

— Povero signor Calderon! Lo rimpiango di cuore, benchè non fosse troppo simpatico.

— Ti dico che lo ritroveremo, Cardozo, si dovesse camminare fino allo stretto di Magellano.

— E intanto cosa facciamo?

— La notte cala rapidamente e la fame batte alle nostre porte; cerchiamo il rancho e chiediamo ospitalità. Puoi camminare?

— Mi sembra che nulla vi sia di rotto nelle mie gambe.

— Tanto meglio. Ti ricordi dove si trovava il rancho? Fra queste erbe giganti non vedo più in là della punta del mio naso.

— Mi pare che si trovasse alla nostra destra quando cademmo, ma non potrei assicurartelo. In quel momento la testa mi girava, come se avessi bevuto un boccale di rhum.

— Sali sulle mie spalle e dà uno sguardo al di là di questo mare di vegetali.

Cardozo s’arrampicò coll’agilità di una scimmia sulle spalle del mastro e si alzò in piedi, mantenendosi in equilibrio.

— Eccolo laggiù — disse.

— Molto lontano?

— Appena a cinquecento passi... Ma...

— Cosa vedi?

— Mi pare che qualcuno si avvicini, poichè vedo le erbe a muoversi dinanzi a noi.

— Uomo, o bestia? [p. 88 modifica]

— È impossibile saperlo, poichè è nascosto fra le erbe e per di più comincia a farsi oscuro.

— Scendi e prendiamo le armi. In questo brutto paese non si sa mai chi si può incontrare.

— Vi sono dei carnivori?

— Dei coguari e dei giaguari molto feroci.

Cardozo saltò giù e raccolse la carabina, mentre Diego armava la sua.

A breve distanza si udiva un fruscìo, a cui talvolta si univa un certo tintinnìo che pareva prodotto dall’urto di varie monete o dall’agitarsi di un paio di sproni.

— È un uomo, — disse il mastro.

— E chi sarà mai?

— Qualche abitante del rancho. Senza dubbio ha assistito al nostro capitombolo e viene a cercarci.

— Zitto!... Eccolo!...

Le alte erbe si erano aperte a pochi passi da loro, ed un uomo bizzarramente vestito e formidabilmente armato era comparso, guardando con viva sorpresa i due marinai. Era alto di statura, magro assai, dalla pelle abbronzata, i capelli lunghi, neri e cadenti sulle spalle, gli occhi incavati, ma assai brillanti.

Portava indosso una camicia di lana a vivaci colori, stretta ai fianchi da un largo pezzo di stoffa colorata a strisce, da un chiripà e da una larga cintura di cuoio, adorna di scudi d’argento, detta tirador. Le sue gambe, assai arcuate, sparivano dentro larghe calzoncillas di cotone, adorne di merletti macchiati e strappati, e dentro uno strano paio di stivali lunghi, che sembravano fatti di pelle di cavallo non conciata e che all’estremità lasciavano a nudo il dito pollice. Un paio di speroni smisurati, la cui rotella aveva un diametro di almeno dieci centimetri, un ampio cappello di feltro, un lungo coltello di quelli che gli spagnoli chiamano navaja, passato nel tirador, e un trombone a pietra dalla bocca assai larga, completavano l’abbigliamento di quello sconosciuto.

Per alcuni istanti guardò coi suoi occhietti vivi e neris[p. 89 modifica]simi i due marinai, che non si erano più mossi, poi abbassò il trombone, che aveva diretto verso di loro, e, levandosi il cappello, disse colla più squisita cortesia:

Buena noche, caballeros.1

— Buona notte, signore, — risposero Diego e Cardozo.

— Se i signori vogliono seguirmi, sarò ben felice di offrir loro la mia capanna e la mia tavola, — continuò lo sconosciuto.

— Non domandiamo di meglio, — rispose il mastro.

— Favoriscano seguirmi adunque. Il rancho non è che a due passi di qua.

Si gettò a bandoliera il trombone e, snudata la sua formidabile navaja, si mise a tagliare le alte erbe a destra e a sinistra per far largo ai due marinai, che gli si erano messi dietro.

— Diego, — mormorò Cardozo, che era al colmo della sorpresa. — Ma dove siamo caduti noi?

— In mezzo alle pampas, ragazzo mio.

— Lo vedo bene: ma non avrei mai creduto di trovare in questo brutto paese, infestato da feroci indiani, delle persone così educate e cortesi.

— Educate!... Hum!...

— Forse che quell’uomo è un mascalzone?

— Dici addirittura un briccone.

— Ecco una cosa che non crederò mai.

— Se tu ti fossi trovato altre volte in questi luoghi, non parleresti così.

— Ma chi è adunque quest’uomo che ci invita così gentilmente, che ci saluta con tanta cortesia e che è un briccone?

— Un gaucho.

— Ne so meno di prima.

— Ti spiegherò più tardi.

— Abbiamo da temere?

— Sì e no.

— Ecco un enigma inesplicabile. [p. 90 modifica]

— Voglio dire che, se sono di buon umore, ci terranno buona compagnia e ci useranno mille gentilezze; ma sta’ in guardia, ragazzo! Sono uomini molto suscettibili, violenti, permalosi e che regalano un colpo di coltello come se regalassero uno zuccherino.

— Uomo avvisato...

— Pst!

— Che c’è ancora?

— Qualcuno ci segue.

— Infatti le erbe si muovono.

Il gaucho si era pure accorto di ciò e aveva bruscamente interrotto la marcia, armando rapidamente il suo trombone.

— Ramon! — esclamò.

— Eccomi, — rispose una voce.

Le erbe si aprirono rapidamente, e un altro gaucho comparve. Era armato e vestito come il primo e anche nei lineamenti gli somigliava.

Scorgendo Diego e il ragazzo, fece un gesto di stupore, poi salutò cortesemente con un «Buona notte, signori cavalieri».

— Mio fratello, — disse il gaucho che li guidava, mentre l’altro s’inchinava.

— Siate il benvenuto, signore, — rispose Diego, levandosi il berretto, — e abbiate anche voi i nostri ringraziamenti.

— Sono felice di vedervi ancora vivi, — rispose Ramon. — Carrai! Avrei giurato di ritrovarvi morti.

— Ci avete veduti precipitare dal cielo? — chiese il mastro.

— Sì, stavo abbeverando i cavalli nel corral; quando vidi il pallone cadere sulla prateria e poi innalzarsi ancora e sparire verso il sud. Ma mi parve che fossero tre gli uomini. È morto il vostro compagno?

— No, signore: è rimasto sul pallone.

— Forse che egli non voleva scendere?

— Anzi ne aveva il desiderio; ma pare che si fosse imbrogliato fra le maglie della rete. [p. 91 modifica]

— E dove si trova ora?

— Chi può dirlo? Senza dubbio è molto lontano da qui a quest’ora.

— E non discenderà?

— Spero che sì.

— Lo cercherete?

— Appena lo potremo.

— E noi vi aiuteremo: è vero, Pedro?

— Se i signori lo permetteranno, — rispose il compagno.

— Vi ringraziamo fin d’ora, — rispose il mastro.

— Ma donde venite? — chiese Ramon.

— Dal mare.

— Dal mare! — esclamarono i due gauchos con stupore.

— O meglio da una grande isola che si trova sull’oceano.

— Per puro divertimento?

— Per fare degli studi sulle correnti aeree.

— Bell’audacia: ve lo dico io. Ma basta per ora; avanti; caballeros, che la cena vi aspetta.

Cinque minuti dopo i quattro uomini giungevano dinanzi al rancho.

  1. Buona notte, cavalieri.