Il tesoro del presidente del Paraguay/16. I grandi piedi dell'America del Sud

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16. I grandi piedi dell'America del Sud

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15. L'inseguimento dei patagoni 17. Il figlio della luna


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XVI.

I grandi piedi dell’America del Sud.


In quella specie di triangolo smussato che l’America meridionale forma alla sua estremità, distendendosi per centosessantotto miriametri fra gli Oceani Atlantico e Pacifico, confinante al nord col Rio Negro, che la divide dalla Pampa Argentina, e al sud collo stretto di Magellano, — al quale triangolo fu dato il nome di Patagonia dal navigatore Magellano, che pel primo lo visitò nell’anno 1519 — vive un popolo che da tre secoli e più ha destato fra gli scienziati dei due mondi e fra i più arditi navigatori il più vivo interesse e le più appassionate discussioni.

Intendiamo parlare dei Patagones o degli Uomini dai grandi piedi, come li battezzò Magellano, tratto in errore dai loro giganteschi calzari di pelle di guanaco. Il loro vero nome però è quello di Ahonicauka o meglio ancora di Tehouk o di Tehuels, come vengono comunemente chiamati dai popoli vicini.

Fu la loro statura elevatissima, prodigiosa, che li rese celebri, nonchè la loro forza veramente straordinaria, il loro spirito d’indipendenza e il loro genere di vita. I primi naviganti che si avventurarono sulle desolate coste della Patagonia, lasciarono di questi Indiani descrizioni che mettono paura.

Magellano, che pel primo li vide, lasciò scritto che i marinai delle sue navi giungevano appena alla cintura di quei [p. 135 modifica]colossali Indiani, ai quali inoltre egli attribuiva una forza prodigiosa e una tal voce che sembrava muggissero più forte dei buoi. I navigatori però, che li visitarono più tardi, diminuirono gradatamente la statura di quegli uomini, i quali, senza essere così giganteschi, possono considerarsi ancora oggi i più grandi, i più sviluppati e i più vigorosi che vanti la razza umana.

Drake, che li visitò nel 1578, disse che erano un po’ più alti di alcuni inglesi, niente di più; Cavendisk, che li vide nel 1586, disse che la impronta dei loro piedi era di diciotto pollici; Knyvet, che sbarcò su quelle coste nel 1591, vide Indiani alti dalle quindici alle sedici spanne; Van Nort nel 1598 disse che erano tutti di alta statura; Sebald de Veert nel 1599 li fa alti dai dieci agli undici piedi: più di tre metri; Spilbergen nel 1614 li chiamò veri giganti; Le-Maire e Schouten nel 1615 trovarono degli scheletri alti dai dieci agli undici piedi, e vide crani così grandi che si potevano portare come elmi; Falkner nel 1740 vide un capo indiano alto due metri e trentatré centimetri; Byron nel 1764 vide pure un capo così alto e altri un po’ più bassi; Wallis nel 1766 trovò degli Indiani alti due metri e qualcuno alto sette piedi; Bougainville nel 1767 non più alti di sei piedi e non più bassi di cinque o sei pollici; Viedman nell’anno 1783 li vide usualmente alti sei piedi; King, nel 1827, dai cinque piedi e dieci pollici ai sei piedi; D’Orbigues, nel 1829, non oltre i cinque piedi e undici pollici; Fitzroy e Darwin nel 1833, metri 1,94; Mayne e Cunningham negli anni 1867-69, cinque piedi e undici pollici, ma ne videro uno alto metri 2,08; Auton nel 1865 disse che i più grandi toccavano metri 1,94.

Senza dubbio la loro razza è andata a poco a poco abbassandosi, come lo dimostrano gli scheletri elevatissimi, che si rinvengono anche oggidì; ma si possono considerare i patagoni gli uomini più giganteschi della razza umana.

Molto probabilmente però, alcuni navigatori vennero tratti in errore per aver visto questi Indiani solamente a cavallo. Infatti, quando sono sui loro destrieri sembrano più grandi [p. 136 modifica]di quello che siano realmente, avendo per lo più le gambe corte, il busto lunghissimo e le forme sviluppatissime, ma che sembrano maggiori a causa del lungo manto di pelle di guanaco, che portano col pelo di sotto.

Questo popolo, il cui numero si fa ascendere a circa 120.000 anime, numero ben esiguo per una regione che ha una superficie di 12.000 Mmq., forma un tipo assolutamente a parte, che si stacca completamente dagli Indiani Pampas, che occupano la regione vicina alle frontiere argentine, dagli Indiani araucani, che occupano la Patagonia confinante coll’Oceano Pacifico, e soprattutto dagli indigeni della Terra del Fuoco, brutti, luridi e, quello che è più strano, tanto piccoli da poterli chiamare veri nani, quantunque sole poche centinaia di metri di acqua li separino dai Patagoni.

Oltre la statura che li distingue, hanno la testa grossissima, i capelli lunghi, gli occhi neri, vivaci, il volto per lo più ovale, la fronte convessa, il colorito bruno rossiccio, e sono affatto sprovvisti di barba, che si strappano accuratamente col mezzo di un piccolo strumento di argento o con pezzi di vetro. Sono meno crudeli dei loro vicini, che di rado risparmiano i prigionieri e specialmente gli uomini di razza bianca; ma odiano profondamente gli spagnoli, che distinguono col nomignolo di cristianos, perchè li considerano come gli usurpatori dei territori posti a settentrione.

Per lo più sono taciturni, dall’espressione malinconica, ma amano i grandi parlatori, e in famiglia talvolta scherzano coi loro figli, che adorano, e colle loro mogli, che assai rispettano.

Nomadi per eccellenza, non hanno nè centri, nè villaggi. Vanno e vengono per le immense praterie del loro territorio, spinti dal capriccio o dal desiderio di trovare luoghi migliori per la caccia, e pare che si prendano ogni cura per evitare il contatto cogli uomini di razza bianca. Si direbbe che hanno paura della civiltà, della quale del resto ebbero quasi sempre a dolersi, e la sfuggono.

Infatti, ben di rado osano varcare il Rio Negro, di là dal quale vivono i [p. 137 modifica]Pampas e più oltre gli argentini, che aborriscono in ispecial modo.

Intrepidi cavalieri da eguagliarsi ai famosi gauchos, si può dire che anch’essi vivono sempre in sella, essendo il cavallo diventato per loro tanto necessario da non poter più farne a meno. Si può anzi dire che, se la razza equina si estinguesse, quella dei Patagones non tarderebbe molto a seguirne il destino.

È infatti il cavallo che dà la vita all’indiano delle pampas, che lo nutrisce, che lo aiuta nelle cacce, che lo veste, che gli somministra perfino la tenda; e il patagone, che ciò non ignora, ama immensamente il suo destriero, più della propria moglie, più, forse, dei figli.

I Patagoni vivono in completa libertà. Si radunano in piccole bande, che di solito non superano i due o trecento individui, eleggendosi un capo che viene scelto fra i più valorosi, ma che ha un ascendente molto limitato sui componenti la tribù. Hanno però una certa venerazione pei loro stregoni, che per lo più sono scaltri impostori che si dicono protetti da Vitamentru, un genio buono per tener lontane le bricconate di Gualisciù, che è il genio del male e che comanda agli spiriti maligni.

Del resto, poco si occupano della religione. Tutte le loro occupazioni sono rivolte ai cavalli, alla famiglia, alla caccia, dalla quale ritraggono il loro sostentamento, ignorando affatto l’agricoltura, e alla guerra, che amano assai, essendo tutti coraggiosi e di un temperamento tutt’altro che tranquillo.

Dati questi brevi cenni su cotesto popolo, sulla cui terra sono caduti i superstiti del Pilcomayo, riprendiamo il filo della nostra veridica storia.

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A circa sessanta chilometri dalla foce del Rio Negro, meglio conosciuto dagli indigeni sotto il nome di Gusa-Leuvre, bel corso d’acqua che si forma sotto il 39°,40’ di latitudine Sud ed il 70° di longitudine Ovest dalla congiunzione del Rio Sanguel [p. 138 modifica]col Leuvre e che corre attraverso le pampas per oltre centocinquanta leghe, si era accampata una piccola tribù di Patagoni, formata da una cinquantina di famiglie.

All’ingiro erano state già erette le tende, dette comunemente toldos, o meglio ancora hou, come le chiamano i patagoni, formate di pelle di guanaco e di cavallo, cucite accuratamente e rese impermeabili da un denso strato di terra rossa mescolata a grasso, di forma quadrangolare, lunghe circa quattro metri, larghe tre e alte due e mezzo e inclinate sul dinanzi onde far scorrere l’acqua.

Uomini e donne, bizzarramente vestiti e coi visi dipinti di bianco, di nero e di giallo, si affaccendavano attorno ai cavalli, che vi erano in gran numero; altri attorno ai fuochi che ardevano dinanzi alle toldos, e altri ancora dietro alle armi, che venivano pulite con grande accuratezza e piantate in terra a breve distanza dalle capanne.

Nel mezzo del campo alcune donne dalle forme giunoniche e di statura elevata, erano occupate a ornare una tenda, piantandole attorno delle lance, alla cui estremità portavano gruppi di piume di nandu e campanelluzzi d’argento, che tintinnavano graziosamente.

Ad un tratto ecco uno strano clamore alzarsi alla estremità del campo che guardava verso un piccolo bosco di carrubi e di boughe, facendo bruscamente interrompere tutti i lavori. Poco dopo si udì qua e là una specie di rullo che pareva emesso da un tamburo, accompagnato da certi suoni bizzarri che sembravano prodotti da alcuni flauti molto stonati.

Gli uomini abbandonarono precipitosamente le tende e si radunarono in mezzo al campo, attorno a quella che le donne stavano addobbando colle lance.

Un guerriero uscito dal boschetto e montato su di un rapido cavallo dal mantello bianco-sporco, si avvicinava all’accampamento, facendo volteggiare al disopra della sua testa una lancia dalla punta di ferro, adorna all’altra estremità di un gruppo di penne di rhea. [p. 139 modifica]

— Il gounak!1 — si udì esclamare da ogni parte. — Lo stregone sta per venire!

Il guerriero che si avvicinava, spronando vivamente il cavallo, era uno dei più superbi campioni della razza patagone. Era alto due metri e qualche centimetro, aveva il torace ampio, le spalle larghissime, la testa grossissima, fornita di una lunga e ruvida capigliatura nera. La sua tinta spariva quasi interamente sotto uno strato di color bianco, tinta che si dànno nelle cerimonie festose; ma il suo viso mostrava qua e là un colore rossiccio, quantunque anch’esso portasse abbondanti segni in forma di mezzaluna, fatti con terra ocracea impastata con midolla di ossa di selvaggina.

Indosso portava il costume nazionale, che è formato da un gran manto di pelle di guanaco cucito con tendini di struzzo, tinto internamente di rosso e all’esterno arricchito di disegni pure rossi, assicurato da una larga cintura, detta wati, e da un pezzo di pelle, detta chiripà, che gli copriva parte del ventre e delle gambe.

Ai piedi calzava i botas de podro, grandi stivali fatti di pelle di guanaco accuratamente raschiata, che davano alle sue estremità proporzioni fenomenali, e al collo, ai polsi e agli orecchi portava collane, pendenti e braccialetti di argento, grossolanamente lavorati, ma non mancanti di un certo gusto artistico.

Giunto in mezzo all’accampamento, quel superbo cavaliere balzò a terra con un’agilità sorprendente per un uomo di tale statura, e volgendosi verso gli uomini che l’avevano subito circondato, chiese con una voce così potente da essere udita a un chilometro di distanza:

— È pronta la tenda?

— Sì, capo, — risposero gl’interrogati.

— Conducete il cavallo ed il bambino.

— E lo stregone non viene? — chiesero i guerrieri con una certa ansietà. [p. 140 modifica]

Il capo aggrottò la fronte e tracciò in aria alcuni segni, dicendo con voce triste:

— Gualisciù ha vinto il genio del bene e ha ucciso lo stregone.

— È morto?

— Un serpente lo ha ferito presso i toldos del capo Akuwa, e il povero uomo è morto in meno tempo che occorra a voi di lanciare tre volte il bola.

— Brutto presagio per tuo figlio, o capo, — disse un guerriero.

— Tutto è nelle mani di Vitamentru, — rispose il gigante, scuotendo la testa. — Orsù, conducete il cavallo ed il ragazzo, e la cerimonia si compia.

— Senza uno stregone? — chiesero con sorpresa i presenti.

— Mio figlio ha compiuto i quattro anni l’ultima luna che è sorta: egli deve diventare un piccolo uomo, — disse il capo. — Lo stregone è morto; ma ci sono io, e posso supplirlo nella presente cerimonia.

Ad un suo cenno un bellissimo cavallo, che pareva fosse stato appositamente ingrassato, tanto era grosso, tutto adorno di campanelluzzi d’argento e coperto da una splendida gualdrappa, che somigliava ad una di quelle che tessono gli araucani e che chiamansi corconillas, fu condotto presso la tenda addobbata.

Due uomini lo atterrarono e gli legarono solidamente le gambe con robuste cinghie di pelle di guanaco, in modo che non potesse fare più alcun movimento. Tutti i guerrieri e le donne dell’accampamento subito lo circondarono.

Quasi subito si vide uscire dalla tenda addobbata una donna dalla tinta biancastra, di statura alta, di complessione robusta, coi capelli divisi in due trecce, allungati artificiosamente con peli di guanaco e adorni di sonagliuzzi di argento e di nastri, il cui colore era ormai diventato di un nero untuoso.

Indossava il manto nazionale, trattenuto sul dinanzi con un grande spillo formato da una specie di disco di argento; una lunga chiripà di cotone le scendeva fino ai piedi, sul [p. 141 modifica]capo portava il kotchi, specie di fascia bianca che cinge la fronte, e agli orecchi dei pesantissimi pendenti d’argento quadrati e assai barocchi.

— L’ora è giunta, o donna, — le disse il capo, che si manteneva ritto accanto al cavallo. — La pittura è completa?

— Idisciè non domanda che di diventare un piccolo guerriero, — rispose la donna.

— Conducilo adunque.

La donna rientrò nella tenda e poco dopo usciva, conducendo con sé un ragazzo di quattro anni, ma che per la statura ne dimostrava otto, vestito come il capo, ma orribilmente dipinto di rosso, di nero e di bianco. Il suo viso sembrava una maschera ributtante: aveva la parte inferiore compresa fra gli occhi e la bocca dipinta in rosso, sotto le palpebre inferiori portava due mezzelune nere, lucenti, grosse quanto un dito, e sopra gli occhi altre due mezzelune bianche.

Il capo contemplò con un certo orgoglio il ragazzetto, poi lo prese e lo sdraiò sul cavallo, mentre alcuni guerrieri battevano furiosamente certi tamburi di pelle e suonavano disperatamente certi flauti formati di ossa, che si avrebbe giurato essere tibie di gambe umane.

Prese un osso acuminato e sottile che la donna gli porgeva e, dopo d’aver tracciato in aria parecchi segni bizzarri e di aver mormorato alcune parole misteriose, con un colpo rapido traforò gli orecchi del ragazzetto, cacciando dentro i fori due piccoli pezzi di metallo destinati a conservare e ingrandire l’apertura praticata.

Compiuta quella specie di battesimo, senza che il ragazzetto avesse dato segno del minimo dolore, il capo si volse verso sei guerrieri, che parevano i più valorosi della tribù, a giudicarli dalle numerose cicatrici che coprivano i loro corpi, e collo stesso osso acuminato punse a tutti la prima falange del dito indice, facendo uscire alcune gocce di sangue, che gettò a terra, esclamando:

— A Vitamentru e a Gualisciù! [p. 142 modifica]

Fatta quella strana offerta ai geni del bene e del male, impugnò una lancia e l’alzò sopra il cavallo per immergergliela nel cuore, onde le sue carni servissero di banchetto ai convitati.

Stava per vibrare il colpo, quando un grido acutissimo, seguìto poco dopo da intense grida emesse da tutta la tribù, lo arrestò. Alzò il capo e guardò in aria: la lancia gli sfuggì dalle mani, mentre tutti gli uomini che lo circondavano cadevano col viso contro terra.

  1. Capo.