In Valmalenco/Capitolo VI

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Capitolo VI. Fra l'ago, il mestolo e le muse.

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Capitolo VI. Fra l'ago, il mestolo e le muse.
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Fra l’ago, il mestolo e le muse.


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VI.


Cercai la porta, perchè non si poteva più respirare; il fumo delle ginestre verdi, con le quali s’era tentato di accendere il fuoco, aveva preso possesso della baita, svolgendosi in volute azzurre e pesanti: pure, chino sulla piccola fiamma, soffiando come un mantice, uno dei pittori tentava ancora di spuntarla, indirizzando, tra uno sbuffo e l’altro, le maledizioni più eteroclite al fuoco, alla legna, all’acqua ed... ai celicoli.

Ma, appena sull’uscio, dopo di essermi battuta come al solito la testa, fui investito da un’aria tanto frizzante, che credetti cosa migliore ricercar tastone la piccola panca di legno, liberarla in un angolo e sedermi.

Intanto il pittore Prada, dopo aver lanciato un’altra mezza dozzina di moccoli, era riuscito ad accendere due o tre pezzi di legna grossa, che, umida e corrosa, mandava più fumo della verde. Il paiolo (nel mattino aveva servito a cuocere la pasta col latte e non era stato ripulito per [p. 50 modifica]mancanza di tempo), fu attaccato alla corda nera, che lo doveva tenere in equilibrio sul fuoco, la quale a sua volta, si annodava ad un pezzo di legno, robustissimo, ficcato fra pietra e pietra del muro.

L’acqua, che aveva preso un colore lattiginoso, incominciò a brontolare, mentre le foglie delle ginestre si screpolavano scricchiolando, avvampando, quindi si facevan brace e carbone, e mentre sulle travi e sui sassi del tetto e delle pareti, si allungavano l’ombre, o batteva la luce a seconda dei capricci della fiamma.

Quando l’acqua diede i primi sintomi di ebollizione, il pittore lasciò il posto ad Omio, che, nato e cresciuto fra i monti della bergamasca, aveva succhiato, col latte materno, l’arte di far la polenta e di mangiarla. Questi afferrò con una mano il manico del paiolo, con l’altra un pezzo di legno che serviva da mestolo, e, fattasi versare mano mano la farina gialla, la mescolò magistralmente finchè non parve rapprendersi.

Io osservava tutti i particolari dal mio cantuccio, sembrandomi impossibile che quegli stessi artisti, i quali avevano dipinto un paesaggio pieno di poesia, per quanto selvaggia, si fossero trasformati in cuochi e sapessero all’occasione maneggiare così bene il mestolo e il pennello.

Ma, accanto a me, sentii come il brusio di una mano che cercava qualcosa fra i cenci; mi volsi, e, al lume del focolare che alternava gli sprazzi con l’ombre, scorsi l’amico Prada, che, tuffato mezzo braccio in un sacchetto, lo rimescolava, senza alcun risultato. [p. 51 modifica]

“Che cerchi?” gli domandai per aiutarlo.

“Ma non c’è mai niente a posto qua!” mi rispose l’amico con malumore; e si rivolse all’altro:

“Di’, dove hai messo gli aghi??”

L’interrogato lasciò il paiolo; guardò e fece cenno, con la testa e con la mano, in un angolo della baita, quindi riprese le sue funzioni con la medesima calma.

Gli aghi, dopo non poche ricerche, furono trovati, si trovò anche del filo; ma si dovettero sudar due camicie per rintracciare le forbici.

“Che devi fare??” richiesi di nuovo all’amico, che mi sembrava alquanto rasserenato.

“Eh?!... guarda!” e mi volse tanto di spalle, sollevandosi la giacca con una mano, mentre si batteva con l’altra quel luogo là, come dice Dante,


..... dove non è che Iuca,


ma che, in quel momento, illuminato dalla fiamma, ostentava due grandi buchi circolari, con sotto il bianco delle mutande, che sapeva di verde.

“Ma farai dopo”, gli aveva detto il compagno, che, tirato a sè il paiolo, cercava di liberarlo dalla corda.

L’amico mio scosse invece la testa e incominciò a slacciarsi i pantaloni, mentre l’altro, ripulito un largo pezzo di pietra e prese le necesarie misure, buttava giù la polenta.

Io continuavo a guardare, dal mio cantuccio, ridendo fra me della doppia scena; mi pareva [p. 52 modifica]d’assistere ad una farsa di nuovo genere, della quale gli atti, le parole, la superficialità erano in grado sommo ridicolo; il concetto informatore, l’essenza invece, piena di serietà, quasi quasi di pianto.

L’uno aveva finito di togliersi i calzoni, mentre l’altro, disposta la polenta nelle scodelle, e versatovi il latte, frugava fra gli oggetti per terra, cercando i cucchiai.

“Dove li hai messi stamattina?” chiese al compagno, tutto intento a tagliare un gran pezzo di fustagno color oliva, da appiccicare in quel tal luogo dei calzoni, colorati invece di giallo.

“Ma, cercali”, rispose il pittore senza alzare gli occhi dal lavoro, “non devono essere lontani!”

Mi ricordai di averne visto uno fuori della baita, dimenticato fra i sassi, e uscii tirandomi presso la gola il bavero della giacca; lo ritrovai facilmente, ma sopra e sotto e perfino sulla parete inferiore del manico, sentii al tatto una superficie ruvida e granellosa: era la pasta, la polenta, il latte raggrumati dall’azione dell’aria e del sole.

Per ripulirlo un po’ fui costretto a ricorrere ad una raschiatura, e mi feci prestare un coltello, ma anche questa posata era in condizioni inservibili.

Mentre io lavorava per conto mio, i due pittori parlavano piuttosto animatamente e c’era un po’ d’acredine nella discussione.

“Fa piacere, lascia lì, mangia!” [p. 53 modifica]

“T’ho detto di no!”

“E dimmi, dove hai messo le posate?”

“Ma che posate, parla di cucchiai, ne abbiamo due soli; non si può mangiare tutt’e tre in una volta!” e si riabbassò di nuovo agucchiando con impaccio e con ostinazione; dovuti, il primo alla piccola onda di luce ed all’imperizia, la seconda ad una ragionevole necessità.

Diamine! due cucchiai, non hanno mai servito, contemporaneamente, tre bocche!...

Dopo d’avere inutilmente insistito, perchè mangiasse prima lui, afferrai la scodella ampia e nera, me la assicurai fra le ginocchia, e senza più complimenti e senza schizzinosità, divorai la mia parte; Omio fece lo stesso: dopo di noi, aggiustati in modo indicibile i calzoni e indossatili, divorò tutta la sua porzione il mio giovane amico, al quale, senza pulirli, cedetti scodella e cucchiaio...

Fuori si sentì il rombo del ghiacciaio che si sfasciava.

“Porto Arturo!” gridò il bergamasco ridendo.

“Già!”

E, da una parola all’altra, poichè la cena era terminata, si venne a parlare della guerra, da poco finita laggiù nell’Estremo Oriente, e del sangue sparso, degli eroi caduti forse inutilmente, della Russia paragonata da qualcuno di noi ad un epilettico, nel momento più terribile delle sue convulsioni...

“Toh!”, interruppe il pittore milanese: “ci dovresti declamare quel tuo poemetto sulla guerra.” [p. 54 modifica] Io non mi feci pregare e declamai.

Si era quasi nell’oscurità; fuori si ripercoteva l’eco della valanga: ricordo che non mi sono mai commosso del mio lavoro come allora, mi parve perfino che, in alcuni punti, mi diventassero sensibili i capelli e che i due pittori ascoltassero rattenendo il respiro, come chi riceve un’impressione forte di commozione e d’orrore.

Sono tre quadri: nel primo si svolge la leggenda formatasi sulla fine misera di Makaroff. Egli, balzando con un’onda sulla riva, rimane a guardare l’accampamento russo ed a piangere sulla sorte dei fratelli, e solo la sua bandiera lo scorge, lo sente: il mattino dopo, siamo nel secondo quadro, essa prega i suoi figli di non partire per la guerra, poichè l’ammiraglio ha predetto loro disgrazia.

Ma i figli s’allontanano e allora la bandiera, nel sole, ripensa le sue vittorie e spera in una vittoria più grande: ma sgominata, in fuga, ecco apparire lontano l’orda dei combattenti cacciata innanzi dall’èmpito giapponese:

che piomba e romba, che dilania e va,
simile a mare che travolga il mondo:
simile ad un orribile, profondo
sconvolgimento delle prime età.

Poi, nell’ultimo quadro, l’ammiraglio piange in fondo al mare, e uno dei morti russi, trascinato dal suo cavallo, gli discende a lato: e passano, l’una dopo l’altra nell’onda, le acque dei fiumi della Siberia e della Russia, che narrano la miseria, l’abbiezione, la schiavitù dei fratelli; e, [p. 55 modifica]dopo di esse, invece, passano le acque dei fiumi d’Inghilterra, d’America, di quasi tutto il globo, che raccontano le glorie dei loro popoli: il mare sa tutta la storia del mondo e la canta.

Così i due morti comprendono che la civiltà, passata dall’Asia all’Europa, dall’Europa all’America, come chiamata da una nostalgia indefinita, vorrebbe correre


                                        ..... al Gange
che sempre la ricorda e la rimpiange
 e dai margini erompe per vederla.

Ma, nel passaggio, viene afferrata dai Giapponesi, che la spingono verso la Siberia, non per iscopo di conquista, ma, per il bene della umanità, per un fine di rigenerazione e d’amore.

Il giapponese in questo lavoro appare forse troppo glorificato; ma, dopo le sue vittorie terrestri e navali, la sua tattica ed il suo eroismo, non può che essere così: noi abbiamo bisogno di cose grandi, anche se tristi come la guerra, poichè esse scuotono l’animo nostro e l’organismo dalla solita vita, che par chiusa dentro un’urna fredda di marmo.

E il lavoro mio, non per vanto, intendiamoci, scosse i pittori; così che, uno d’essi, levandosi, avendo per soverchia irrequietezza e bellicosità, perduto l’equilibrio, andò proprio a sedersi nel paiolo, dove, un momento prima, era stata messa l’acqua freddissima di Felleria.

“Non m’era ricordato di bagnarla in pezza!” commentò il pittore milanese che poco prima s’era aggiustato i calzoni.