In Valmalenco/Capitolo XIX

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Capitolo XIX. «Gesù, perdonami!»

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Capitolo XIX. «Gesù, perdonami!»
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«Gesù, perdonami!»


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XIX.


Chi può star chiuso nella capanna quando, per uno spiraglio della porta, si intravede fuori la luna che irraggia sopra i ghiacci d’argento? Io sono uscito, non ancora sveglio e non addormentato del tutto, e ho voluto scendere ai piedi del ghiacciaio, per immergermi nello scintillamento argentino e mettere, fra la luce casta della luna e l’altra tutta a brividi luminosi del ghiaccio, l’opacità del mio corpo. Un capriccio e nello stesso tempo uno studio di colori che non è sempre possibile cogliere, perchè non sempre abbiamo a nostra disposizione i ghiacci e la luna.

La notte non poteva essere più propizia e più bella, poichè non c’era tremito d’astri nell’oscuro azzurro della vôlta celeste; solo, con placida bonomia, la faccia lunare diffondeva la sua bianchezza dintorno, e le montagne avevano grandi chiazze di bianco sulle cime, e sotto, per i giochi [p. 194 modifica]dell’ombre, erano quasi tutte nere: mi parevano tante buone vecchiette, dalle cuffie candide di trina e dagli abiti oscuri, intervenute ad un consiglio di famiglia e attente, quiete, perchè non volevano perdere una sillaba del fiume, accomodato nella grande poltrona della valle, il quale parlava, facendo, tratto tratto, delle pause per udire il responso delle vecchie. Discesi piano, con rocchio intento ai miei passi, obliando la strana bellezza del paesaggio sotto il mistico biancore della luna, poichè, per il momento, la poesia migliore era l’equilibrio stabile, così difficile da ottenere quando si è in moto.

Camminavo prudente da dieci minuti, quando un’ombra improvvisa mi si drizza dinnanzi: balzo per istinto indietro, sdrucciolo urlando e rotolo, affannosamente, cercando la rivoltella nel taschino posteriore dei calzoni, urto contro non so che cosa, sono in piedi e, gli occhi chiusi, i capelli irti, allungo un braccio, brancico, non afferro nulla e punto l’arma, fremendo.

“Gesù, aiutami! è un orso, un orso!!”

Il terrore mi irrigidisce le membra, mi soffoca la voce.

È un attimo, un attimo solo, fulmineo; e tutto, tutto penso, mentre l’ossa mi si contraggono e, pur con gli occhi chiusi, ho la percezione netta della luna che sembra ammiccare con un sogghigno delle montagne raccolte nelle trine bianche, che accennano a ridere forte, e sento, il fiume riprendere con émpeto di minaccia.

È un attimo, un attimo solo, fulmineo; e tutto, [p. 195 modifica]tutto penso, mentre convulso, ansante non so articolare la mano che regge la rivoltella; i capelli rigidi, sensibili mi dolgono; un sudore diaccio mi gela l’anima e la fronte; i ginocchi tremano, si piegano, cado.

È nella forza della disperazione che ritrovo lena per ficcar l’unghie nel ghiaccio, per arrampicarmi, per fuggire, mentre sembrami che le montagne si pieghino le une verso le altre, trasformate in vecchie megere, dall’unghie fetide aguzze, e si flettano sopra la mia testa ghignando con bocche fesse e stridore di denti: è con disperazione ch’io sento dentro la mia testa, fuori di me, un martellar forte, che aumenta come il rombo orrendo di un terremoto, l’iscroscio precipite d’una piena; e le orecchie mi fìschiano, e dinnanzi gli occhi ho lampi, e nel cuore strappi e sussulti.

Dio! il piede mi manca, rotolo giù ancora e batto non so contro che cosa di molle: la neve? l’orso?

Sbarro gli occhi, una forma nera mi sta sopra: io, acciaccato così come sono sotto di essa, alzo con risoluzione improvvisa e ferma la rivoltella e tiro uno, due, tre... cinque colpi, e rantolo io, io stesso, come se avessi puntata l’arma contro di me e mi fossi ferito mortalmente; poi la commozione mi fa tremare più forte.

L’eco ripete affievoliti i cinque colpi che hanno risvegliato gli acrocori; io li risento e ritento la fuga, e nella mente mi sta la visione fuggevole del ghiacciaio illuminato dai fuochi rossi della [p. 196 modifica]rivoltella: la paura di ricadere sotto le zanne del mostro nulla toglie alla grandiosità dell’effetto intravisto: tutti i punti acuminati, tutte le superficie di ghiaccio, tutte le pozzanghere, i nevai, hanno servito da specchio; ogni colpo rosso di fuoco è stato centuplicato; la montagna sembrò avvampare e ottenebrarsi successivamente, come per miracolo.

Che bellezza fantastica orrenda! Intanto risalgo veloce; la testa non è più così sconvolta, pare che al fuoco io abbia potuto ordinarla: mi soffermo per ascoltare se l’orso grugnisca dietro di me, e mi segua; nessun movimento, nessun rumore; mi guardo indietro, nulla: la luna, con placida bonomia diffonde ancora la sua scintillante bianchezza, ancora le montagne, nella cuffietta bianca, sembrano buone ave attente, e ancora, sempre terribile, il fiume scroscia giù, in fondo.

Per tutta la distesa rutilante del ghiacciaio non un punto nero che si muova; quasi quasi direi di essere stato zimbello di un’allucinazione se...

Mentre mi volgo per proseguire il cammino ecco dinnanzi a me, sul margine roccioso, muoversi quattro ombre, quattro orsi, poichè la mia fantasia non vede che orsi.

Che fare? Tornare indietro? Proseguire?

Dio, Dio, la rivoltella è scarica, io non ho bastone, non ho coltello: è la morte che s’avvicina; i denti mi battono: mi getto per terra cercando di confondermi con la poca ombra allungata verso di me da un ghiaccio più alto degli altri.

Così, in attesa, prono e nello stesso tempo [p. 197 modifica]raggomitolato per rendermi quasi invisibile; così col volto e le spalle ficcate in una crepa, come un bimbo che, in sogno di fantasimi, con isferrar di catene, tuffa il viso contratto nel seno materno; cosi, sacrificato alla morte senza più speranza di vita, sento uno sparo e un barbaglio rosso, penetrando per la fessura ghiacciata, mi colpisce la vista.

Io scatto in piedi, gridando forte, agitando le mani, saltando come impazzito.

“Qui, curato... guardiaboschi, qui.... qui.... c’è l’orso... presto, presto!” e corro incontro ai compagni, agile come un capriolo, e salvo... proprio salvo! con qualche indolenzimento di schiena, qualche scalfittura alle mani e qualche bitorzolo in capo, ma salvo!

E parlo io, sempre, confondendomi, tremando anche, con gli occhi sbarrati, toccando i compagni sulle spalle, indicando loro il punto preciso...

“Era un orso sapete? e le montagne, vecchiacce, tutte sopra di me; che unghie!...”

I compagni mi calmano e si torna indietro, guardinghi: appena entrati barrichiamo la porta della capanna e, per l’occorrenza, teniam pronti i fucili: lo stesso canonico scova e si fa prestar dal custode un quasi trombone arrugginito, mentre io racconto e fremo tutto: “Cinque colpi: pam, pam; e tutto il ghiaccio avvampa: com’è bello... guarda... e l’orso? era nero: e le montagne? bianche: e il ghiacciaio? luceva!”

I compagni mi fanno adagiare sul fieno, mi coprono, mi danno a bere qualche cosa, mi [p. 198 modifica]raccomandano di star zitto, quieto, poi accendono un gran fuoco: uno sta però sempre in vedetta presso la porta barricata.

Io mi agito, farfuglio qualcuna delle vicende passate, poi sono preso da uno spossamento indicibile e resto inerte, sudo, arrosso, ogni tanto do un guizzo e mi lamento. Eppure sono sveglio e capisco e vedo quello che dicono e che fanno i compagni; tutte le precauzioni che essi prendono. Ecco: il canonico Spini, in apparenza tranquillo, ha una febbre più forte della mia, ogni tanto si tormenta le coscie e si graffia; don Luigi invece, cosa che non gli accade mai, ha buttato via il cappello e appare con la testa lucida e nuda; sulla fronte ha due grandi rughe: anche il guardiaboschi ed il custode stringono le labbra, s’avvicinano alla porta, spiano, poi ritornano e si consigliano con gli altri. Decidono di passar la notte vegliando, e, all’alba, di seguir le traccie dell’orso lasciando lo Spini a curarmi: poi, ammazzata o fugata la bestia, qualcuno andrà a cercare aiuti alle baite di Musella, o in campo Franscia, alle guardie di Finanza, per trasportarmi con tutto il riguardo.

Lo Spini torna a levare dal suo sacco una bottiglietta e m’abbevera; io ho un gran caldo, soffoco.

E così passa la notte: per le fessure della porta vedo il cielo imbiancarsi, poi una tinta sfumata pallidissima di rosa; guardo una nube soffice, che si colora sugli orli e si divide in fiocchi rosei uscenti dalla mia visuale limitata, scorgo anche, [p. 199 modifica]in parte, i massi di ghiaccio iridescenti che innalzano le loro piccole creste come una scalinata e s’indorano.

Chi ricorda ancora l’orso?

I miei compagni: essi aprono prudenti la porta e spingono fuori lo sguardo; io cerco di muovermi, ci riesco, mi rizzo a sedere sul fieno, alzo, abbasso, muovo in tutti sensi le spalle, provo a stirare le braccia, le gambe: benissimo!

Allora via di colpo le coperte e in piedi.

Ho ancora qualche picchio alla testa, ma sono fresco come l’alba; cessata la paura e l’impressione ossessionante, è scomparsa anche la febbre e la malattia.

C’è un po’ di battibecco coi compagni, che finiscono per persuadersi della guarigione, e usciamo tutti, io dinnanzi, con la rivoltella carica in pugno, subito dopo il guardiaboschi, il custode e don Luigi; per ultimo, un poco discosto, il canonico.

Arriviamo così ad un dossetto nevoso, che rompe la discesa, a fianco del quale, con un’esclamazione di gioia e d’orgoglio, addito una massa nera, l’orso: scendo giù con la rivoltella spianata, e.... mi trovo dinnanzi ad una croce, mezzo sepolta nella neve, coperta in alto da un tettuccio per riparare la rozza scultura.

Arrivano i compagni, si fermano; ci guardiamo in faccia, cerchiamo le traccie dell’orso... non ci sono!

Giriamo di qua, di là; anche il canonico, diventato coraggioso, fa miracoli, spara un colpo del [p. 200 modifica]suo fucilaccio all’aria ed esclama minacciando: “Salta fuori che ti buco io!”, ma l’orso non salta fuori e il canonico non buca.

Un sospetto m’assilla, corro al crocifisso e lo esamino: una gamba di legno è forata e rotta, gli manca un pezzo di naso e gli attraversa il petto una striscia carbonizzata.

Invece dell’orso ho preso a colpi di rivoltella Nostro Signore; ho voluto farlo novamente morire! Lo guardo istupidito ed ho questa espressione negli occhi:

“Gesù, perdonami, tu lo sai che non ho fatto apposta e che non lo farò più, proprio più.... perdonami, perdonami. Gesù!”

E più tardi avrei potuto aggiungere:

“Perdonami anche la rabbia avuta contro i compagni; ridevano troppo, Signore, e non si può, non si deve ridere così!....”