Istoria delle guerre gottiche/Libro primo/Capo VI

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C A P O VI.


Teodato patteggia con Pietro ambasciadore di Giustiniano. — Sua pusillanimità appalesata in un lepido colloquio. - Commercio di lettere tra Teodato e Giustiniano.

I. Pietro venuto in cognizione delle prefate cose vie più sollecitava di continuo Teodato ed incutevagli mille timori. Costui pusillanimo e sbigottito non meno che se, partecipe dell’egual sorte di Gelimero, fosse già prigione, fatti allontanare i consiglieri volle da solo a solo intendersela con Pietro. Alla perfine egli consentì di cedere tutta la Sicilia a Giustiniano Augusto, di mandargli annualmente un’aurea corona del peso di trecento libbre, e di mettere a disposizione di lui tre mila guerrieri gotti quando ne avesse inchiesta. Prometteva inoltre di non uccidere senza l’imperiale permesso uom qualunque dell’ordine sacerdotale o senatorio, e di non porre nel fisco i loro patrimonj: volendo similmente ascrivere nel numero de’ senatori o de’ patrizj alcuno de’ proprj vassalli, e’ suggetterebbesi ad inviarne anzi domanda [p. 30 modifica]all’imperatore che farlo di sua autorità, e negli spettacoli, giuochi circensi, e dovunque il popolo romano suole prorompere in festive acclamazioni, Giustiniano Augusto avrebbe in queste ognora la preminenza: approvava da sezzo che non venissegli eretta statua di bronzo o di altra materia comunque se non se avente alla destra quella imperiale; appena confermati gli accordi, coll’apporvi il suo nome, accomiatò l’ambasciadore.

II. Non guari dopo cadde Teodato in gravissimo spavento ed in eccessivi timori, che alteravangli fuor misura la mente, ridotto a perdersi affatto d’animo al solo udire la parola Guerra, tenendola pronta ed inevitabile se non attagliassero in Bizanzio le stipulate convenzioni. Laonde spedisce tosto richiamando Pietro, pervenuto già in quel degli Albani, ed al ricomparirgli innanzi tiratolo da banda vuol saperne a quattr’occhi s’egli creda lo stabilito or ora essere per riuscire grato all’imperatore. Che sì rispostogli dal legato, e’ soggiunse: ma qual sarebbe mia sorte ove accadesse il contrario? Pietro: di necessità, o re, dovresti cimentarti colle armi — Teodato: Come? ambasciadore carissimo; il tuo detto è al di là d’ogni giustizia — Pietro. E perchè reputi ingiusto, o sire, che uom segua, operando, le sue inclinazioni? e richiestogli spiegamento di queste parole proseguì: Tu ami assaissimo la filosofia, ambisce invece Giustiniano rinomanza di generoso imperatore de’ suoi popoli; passa quindi tra l’una e l’altra disposizione dell’animo questa differenza: al filosofo disconvenire, secondo gli ammaestramenti dello stesso Piatone, l’esporre uomini siccome lui, ed [p. 31 modifica]in sì gran numero soprattutto, a morte: del che sendo tu benissimo informato canserai di contaminare tua vita con ogni maniera di strage. Quando al contrario Giustiniano può senza rimordimento aver ricorso alle armi per rivendicare provincie di antico diritto spettanti al suo imperio. Teodato persuaso dalle costui ragioni promise di rinunziare all’imperatore il regno, e sacramentò in uno colla moglie che terrebbe la data parola. Richiese tuttavia nel tempo medesimo dall’ambasciadore il giuramento, ch’e’ metterebbe in campo la proposta cessione del regno sol quando vedesse rigettate le prime convenzioni. Datogli quindi a compagno Rustico (romano sacerdote ed intrinsichissimo del re) acciocchè in Bizanzio operassero concordemente in suo favore, consegnò un foglio ad entrambi.

III. Pietro e Rustico terminato il viaggio loro esposero, fedeli ai voleri di Teodato, i primi accordi all’imperatore, ma udendolo non contento di essi presentangli la scritta posteriormente ricevuta, che alla lettera qui riportiamo. «Non è cosa nuova per me il regno, nato essendo nella reggia del fratello di mia madre, e cresciuto come si conveniva allo splendore della mia prosapia, se non per nulla fummi l’esperienza maestra dell'arte della guerra e delle costei trambuste, conciossiachè addivenuto sin dalla fanciullezza amantissimo delle lettere, e datovi opera indefessamente, sono giunto a questa mia età ben lontano dall’importuno strepito di Marte; sembrami pertanto strano il dover ora imprendere, sedotto dalla sola cupidigia del regnare, la perigliosissima carriera delle armi, potendo, [p. 32 modifica]a un colpo trarmi fuori d’entrambi, della guerra intendomi e del regno, inetti a fe mia sì l’una che l’altro a rendermi beato, questo gravandomi colla sazievolezza sua e colla nausea cui soggiacciono tutte le soavi cose, e quella increscendomi perchè ogni novità genera perturbamento. Se adunque abbia di mia ragione colti idonei a rendermi annualmente non meno di mille e dugento libbre d’oro, io anteporrolli di buon grado al regno, e consegnerotti di posta la sovranità de’ Gotti e degli Italiani, amando meglio coltivare la terra con animo tranquillo, che vivere in mezzo alle regali cure, e mai sempre lor mercè pericolante. Laonde senza indugiare mandami abile persona all’uopo di ricevere da me l’Italia e quant’altro s’appartiene alla mia corona.» Così Teodato a Giustiniano, il quale, avuta grandissima allegrezza della reale determinazione, riscrissegli. «La fama prima d’ora aveamiti presentato per uomo di somma prudenza, ma in oggi io stesso fattone sperto debbo tale riconoscerti per quel tuo proponimento di non attendere i successi della guerra; stolta aspettativa, il confesso, da cui già quanti non rimasero delusi! Nè tu avrai in tempo alcuno a pentirti della fatta risoluzione di convertire in amicizia la nimistà nostra. Or dunque ad ogni tua inchiesta aggiugnerò di soprappiù l’ascriverti all’amplissima delle romane magistrature. Spedisco del resto Atanasio e Pietro a combinar teco le faccende in guisa che n’abbiamo entrambi da uscire con pienissimo nostro soddisfacimento. Belisario stesso non tarderà a venire presso di te coll’incarico di porre [p. 33 modifica]fine a tutti gli accordi stipulati fra noi.» Giustiniano quindi ordinò che partissero a quella volta col suo foglio Atanasio fratello di Alessandro, ed in epoca più lontana spedito ambasciadore ad Atalarico, siccome altrove narrammo, e nuovamente Pietro protettore, anch’egli di già menzionato, i quali assegnar doveano a Teodato i fondi spettanti alla casa reale, nomati patrimonio. Or questi allorchè ebbero disteso e ratificato co’ giuramenti le convenzioni mandarono chiamando Belisario nella Sicilia all’uopo di ricevere la consegna del palazzo, e di custodire, pigliatone il possesso, tutta l’Italia, sendo stato per lo avanti il duce prevenuto di recarsi immediatamente colà al primo lor cenno.