Istoria delle guerre gottiche/Libro terzo/Capo X

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C A P O X.
Belisario tornato in Italia alla testa dì pochissime troppe salva, coll’opera di Valentino, Idrunto, Totila n’esplora, astutamente l’esercito. — Prende Tivoli.

I. Belisario postosi altra fiata in cammino per l’Italia con pochissima truppa (obbligato a non distaccare i suoi dall’esercito di fronte ai Medi), nel trascorrere tutta la Tracia arrolò a forza di denaro qualche numero di giovani volontarj, e menò seco, d’ordine imperiale, Vitalio maestro della milizia per l’Illirico, non molto prima giunto dall’Italia lasciatavi la soldatesca di questa provincia. Entrambi, raccolti quattromila combattenti, pervennero in Salona, mirando farsi con ogni sollecitudine a Ravenna, e di là dar principio, del meglio loro, alla guerra, imperciocché vedevansi impediti dal metter piede nell’agro romano o all’insaputa del nemico trincerato, giusta le notizie avute, nella Campania e nella Calabria, o fugandolo colle armi per essergli molto inferiori di numero. In questa gli assediati in Idrunto, privi affatto di vittuaglia venuti a colloquio coi barbari assediatoti aveano pattuito, fissatone il giorno, di ceder loro quel forte ; quando Belisario fatti tradurre sopra navi i bisogni della vita, bastevoli per un anno, ordinò a Valentino di navigare con essi alla volta del castello e di cambiarvi alla prima il vecchio presidio, che sapea estenuato dalla fame e dalle malattie, con altro composto delle truppe condotte seco, alle quali fresche e provvedute d’ ogni maniera di [p. 310 modifica]cibi sarebbe riuscito più di leggieri e con maggior sicurezza di conservare Idrunto. Valentino come fu buon vento alzata l’ancora si diresse col navilio a quelle mura, ed afferratovi quattro giorni avanti che terminasse il periodo stabilito col nemico s’impadronì del porto spoglio di guardia, e quindi occupò con tutto suo agio il castello. Imperciocché i Gotti pieni di fidanza negli accordi, e non suspicando per nulla contrarj avvenimenti, si teneano, fuor d’ogni pensiero, in ozio perfetto. Laonde al mirare d’improvviso apportato il navilio toltisi con prestezza di là trasferirono da lontano il campo, e tosto esposero a Totila come si stessero le cose loro : tale, senza esagerazione, fu il pericolo corso dal castello d’Idrunto. Alcuni soldati poi di Valentino, soliti scorrazzare le sottoposte campagne per averne preda, fattisi un dì tra gli altri alla marina appiccarono zuffa co’ nemici e andatine ben bene colla peggio per evitare la prigionia gittaronsi in gran numero nell’acqua. Il resto, perduti censettanta individui, ebbe a grazia di riparare nelle mura. Valentino quindi, rimosso di là l’antico presidio, semispento dai tollerati disagi, vi surrogò gente nuova giusta gli ordini ricevuti, e depositatovi fodero per un anno, si restituì col rimanente esercito in Solona. Di qua Belisario salpato con tutta l’armata di mare prese terra a Pola, e vi fece qualche dimora per mettere in punto l’esercito. Allora Totila, non appena ebbene avviso, volle esplorare con stratagemma le truppe da lui condotte, ed eccone il come. Bono, prole d’un fratello di Giovanni, comandava il presidio [p. 311 modifica]presidio entro Genova; toltone adunque il nome ad imprestanza scrisse fìnta lettera al duce imperiale, quasimente colui caduto in grave pericolo richiedesselo con ogni premura di sollecito aiuto, e la consegnò a cinque scaltrissimi individui, ammonendoli di annunziarsi quali messi di Bono e di osservare diligentemente le nemiche forze ivi raccolte. Belisario non appena arrivati se li fece condurre innanzi e trattolli, giusta l’usanza, della miglior guisa, e letto il foglio impose loro di assicurar Bono che tra poco n’andrebbe a lui coll’intero esercito. Queglino esaminato il tutto, giusta i comandamenti di Totila, retrocedettero al campo de’ Gotti dichiarandovi essere quell’apprestamento delle romane truppe ben poca cosa, ed immeritevole di farne tampoco il minor conto.

II. Di questi giorni Tivoli castello guernito d’isaurico presidio cadde in potere di Totila per tradizione, e vo a riferirne il modo. La custodia di quelle porte era commessa agli Isauri e ad alcuni borghesi, i quali per certa contesa levatisi dalla truppa ivi in fazione, ed improvvisamente usciti della porta vi misero dentro nelle ore notturne il nemico non lunge da là postosi a campo. Sorpreso dai Gotti il castello gl’Isauri a comune difesa unironsi con tale arte che quasi tutti pervennero a salvamento. I vincitori non perdonando a chicchessia de’ terrazzani dal primo all'ultimo una con lo stesso vescovo trucidaronli siffattamente, che sebbene a mia cognizione il modo pure non istarò qui a riferirlo disdegnando tramandare ai posteri la memoria di cotanto furore. In quella strage fu avvolto eziandio [p. 312 modifica]Catello, uomo assai ragguardevole tra gl’Italiani. Venuti con ciò i Gotti a dominare il Tevere, levarono ai Romani ogni mezzo il introdurre nella città vittuaglia dalla Tuscia per acqua. Imperciocché il castello, situato presso del fiume e cenventi stadj al di sopra dì Roma, riusciva un fastidioso propugnacolo contro chiunque osasse navigare a quella volta.