Italia - 26 marzo 1939, Discorso per la celebrazione del ventennale del fascismo

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Benito Mussolini

1939 D Discorsi/Fascismo Discorso per la celebrazione del ventennale del fascismo Intestazione 13 marzo 2016 75% Discorsi/Fascismo

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ALLA VECCHIA GUARDIA


Il 23 marzo s’inaugura la nuova Camera dei Fasci e delle Corporazioni; il 26 marzo, al Foro Mussolini, si svolge il rapporto della Vecchia Guardia. Questi due avvenimenti storici segnano, come due pietre miliari, il ventennale del Fascismo; il loro eco si diffonde nel mondo intero. Il 26 marzo, al Foro Mussolini, sono concentrate le schiere degli squadristi, ai quali il Duce ha concesso uno speciale distintivo; gli uomini fedelissimi e audacissimi della prima ora, quando agire significava rischiare, hanno il cuore gonfio di gioia e d’orgoglio per il premio concesso e perché possono rivivere, nelle vecchie formazioni, le ore della lontana vigilia: clima, quindi, di altissima tensione; adunata magnifica del Fascismo più schietto e generoso. A questi camerati della primissima ora il Duce rivolge un discorso che valica gli spalti dello stadio e va, parola di Roma, per il mondo.


Camerati della vigilia, squadristi fedeli della prima e di tutte le ore!

È con emozione profonda che, a venti anni di distanza dalla fondazione dei Fasci Italiani di Combattimento, io vi dirigo la parola mentre, guardandovi fermamente negli occhi, io rivedo tante giornate che abbiamo vissute insieme, liete, tristi, tempestose, drammatiche, ma sempre indimenticabili.

Il 23 marzo del 1919 noi inalzammo la bandiera nera della Rivoluzione fascista, anticipatrice del rinnovamento europeo. Attorno a questa bandiera si raccolsero le vostre Squadre, formate da veterani delle trincee e da giovanissimi, decisi tutti a marciare contro Governi imbelli e contro teorie orientali dissolvitrici per liberare il popolo dal nefasto influsso del mondo ottantanovesco.

Attorno a questa bandiera caddero combattendo da eroi, nel significato più romano della parola, migliaia di camerati, nelle strade e nelle piazze d’Italia, in terra d’Africa e di Spagna, camerati di cui la memoria è sempre viva e presente nei nostri cuori.

Può darsi che ci sia in giro qualcuno che ha dimenticato gli anni durissimi della vigilia (dalla folla si grida: «Nessuno!»), ma gli uomini delle squadre non li hanno dimenticati, non li possono dimenticare. (Dalla folla si grida: «Mai!»).

Può darsi che qualcuno nel frattempo si sia posto a sedere, ma gli uomini delle squadre sono in piedi, pronti a imbracciare il moschetto, a saltare sul camion, come facevate nelle spedizioni di un tempo. (Si grida: «Sì! sì!»).

L’uomo delle squadre dice a colui che si attarda dietro le persiane che la Rivoluzione non è finita, ma, dal punto di vista del costume, del carattere, delle distanze sociali, è appena cominciata.

Io lascio ad altri il cómpito di stabilire un consuntivo della nostra fatica. In questo primo Ventennale del fascismo, il consuntivo è gigantesco. Quello che abbiamo fatto è destinato a rimanere e rimarrà nei secoli. Né mi attardo a raffrontare quello che era l’Italia del 1919 delusa, inquieta, disordinata, infettata di bolscevismo come una nazione non vittoriosa, ma vinta, e l’Italia del 1939 compatta, disciplinata, creatrice, guerriera, imperiale.

Ma varrebbe forse la pena di ricordare quante volte lo spaccio demoplutocratico della menzogna trionfante, quante volte ha annunciato ai greggi ormai dispersi delle sue pecore abbrutite la prossima, l’imminente, la certissima rovina dell’Italia fascista. Perché si era dissanguata in Africa e ancora di più in Ispagna ed aveva, quindi, urgente bisogno di un prestito, che naturalmente non poteva che essere britannico.

Come è vero, come è veramente vero che questa Italia fascista è ancora sconosciuta, nell’epoca delle radio, come la più lontana e remota regione della terra.

Quello che abbiamo fatto è importante, ma per noi è più importante quello che faremo. E lo faremo, perché la mia volontà non conosce ostacoli e perché il vostro entusiasmo ed il vostro spirito di sacrificio sono intatti.

Voi non siete la mia Guardia del corpo, voi siete soprattutto, e volete essere, la Guardia del corpo della Rivoluzione e del Regime Fascista.


Camerati Squadristi!

La vostra adunata, che è la manifestazione culminante della celebrazione del primo Ventennale del Fascismo, ha luogo in un momento serio della vita europea. Noi non ci facciamo e non ci faremo prendere da quella che ormai è conosciuta come la psicosi di guerra, miscuglio di isterismo e di paura.

La rotta della nostra navigazione è definita ed i nostri principî sono chiari: voi li ascolterete con tutta l’attenzione e la discrezione necessarie.

Primo: Per quanto i pacifisti di professione siano individui particolarmente detestabili e, per quanto la parola pace sia ormai un poco logorata dal soverchio uso e suoni equivocamente come le monete false, per quanto sia noto che noi considereremmo la pace perpetua come una catastrofe per la civiltà umana, noi consideriamo che sia necessario un lungo periodo di pace per salvaguardare nel suo sviluppo la civiltà europea. Ma, per quanto ancora di recente sollecitati, noi non prenderemo iniziativa alcuna, prima che i nostri sacrosanti diritti siano stati riconosciuti.

Secondo: Il periodo dei giri di valzer, se mai vi fu, è definitivamente chiuso. Il solo ricordarlo è offensivo per noi e per tutti gli Italiani.

I tentativi di scardinare o di incrinare l’asse Roma-Berlino sono puerili. L’Asse non è soltanto una relazione fra due Stati: è un incontro di due Rivoluzioni che si annunciano in netta antitesi con tutte le altre concezioni della civiltà contemporanea. Qui è la forza dell’Asse e qui sono le condizioni della sua durata.

Ma, poiché in ogni nazione c’è sempre un’aliquota di emotivi superficiali, che qualche volta mettono in vacanza la ragione, io sono qui a dichiararvi nella maniera più esplicita che quanto è accaduto nell’Europa Centrale doveva fatalmente accadere.

Vi dichiaro che, se le grandi democrazie piangono amaramente sulla fine prematura e alquanto inonorata di quella che fu la loro più cara creatura, questa è un’ottima ragione per non associarsi alle loro lacrime più o meno decenti.

Aggiungo che, se il problema viene messo sul piano della morale, nessuno, dico nessuno, ha il diritto di scagliare la prima pietra, come la storia antica e moderna di Europa abbondantemente dimostra.

Dichiaro che quando un popolo, che aveva moltissimi uomini e immensi arsenali di armi, non è capace di un gesto, ciò dimostra che esso è maturo, arcimaturo per il suo destino.

E infine dichiaro che, se avvenisse la vagheggiata costituzione di una coalizione contro i regimi autoritari, questi regimi raccoglierebbero la sfida e passerebbero alla difesa e al contrattacco su tutti i punti del globo.

Terzo: Nel mio discorso di Genova io parlai di una barricata che separava l’Italia dalla Francia. Questa barricata può considerarsi abbastanza demolita e, fra qualche giorno, forse fra qualche ora, le magnifiche fanterie della Spagna nazionale daranno l’ultimo colpo, e quella Madrid, dove le sinistre attendevano la tomba del Fascismo, sarà invece la tomba del comunismo.

Noi non chiediamo il giudizio del mondo, ma desideriamo che il mondo sia informato.

Orbene: nella nota italiana del 17 dicembre del 1938 erano chiaramente stabiliti i problemi italiani nei confronti della Francia: problemi di carattere coloniale. Questi problemi hanno un nome: si chiamano Tunisi, Gibuti, Canale di Suez.

Il governo francese è perfettamente libero di rifiutarsi anche alla semplice discussione di questi problemi, come ha fatto sin qui attraverso i suoi troppo reiterati e forse troppo categorici «giammai».

Non avrà, poi, a dolersi se il solco che divide attualmente i due Paesi diventerà così profondo che sarà fatica ardua se non impossibile colmarlo. Comunque si svolgano gli eventi, noi desideriamo che non si parli più di fratellanza, di sorellanza, di cuginanza e di altrettali parentele bastarde, poiché i rapporti tra gli Stati sono rapporti di forza e questi rapporti di forza sono gli elementi determinanti della loro politica.

Quarto: Geograficamente, storicamente, politicamente, militarmente il Mediterrraneo è uno spazio vitale (la moltitudine grida: «È nostro!») per l’Italia e, quando diciamo Mediterraneo, vi includiamo naturalmente anche quel golfo che si chiama Adriatico e nel quale gli interessi dell’Italia sono preminenti, ma non esclusivi, nei confronti degli Slavi, ed è per questo che da due anni vi regna la pace.

Quinto: Ultimo, ma fondamentale e pregiudiziale: bisogna armarsi.

La parola d’ordine è questa: più canoni, più navi, più aeroplani. A qualunque costo, (la moltitudine urla con una sola voc: «Sì!»), con qualunque mezzo, anchese si dovesse fare «tabula rasa» di tutto quello che si chiama la vita civile. Quando si è forti, si è cari agli amici e si è temuti dai nemici.

Dai giorni della preistoria un grido ha valivcato le onde dei secoli e la serie delle generazioni: «Guai agli inermi!»


Camerati squadristi!

La gloriosa camicia nera con la quale abbiamo combattuto e combatteremo (gli squadristi urlano: «Sì! Sì!») si adorna, oggi, di un piccolo distintivo del quale dovrete essere particolarmente orgogliosi: un distintivo colore rosso, colore di quel samgue che siamo disposti a versare, nostro e altrui (gli squadristi urlano ancora: «Sì! Sì!») quando siano in gioco gli interessi dell’Italia e del Fascismo.

Questa è la vostra giornata, la vostra grande giornata. (Dall’enorme massa degli squadristi si grida: «È la tua, Duce!»).

Col vostro coraggio, col vostro sacrificio, con la vostra fede avete dato un impulso potente alla ruota della Storia. (Gli squadristi gridano al Duce: «Sei stato tu!»).

Ora io vi domando: «Desiderate degli onori?» (Gli squadristi rispondono con una voce sola: «No!»). Delle ricompense? La vita comoda? (Gli squadristi rispondono, ad ogni domanda, con un potentissimo: «No!»)

Esiste per voi l’impossibile? (Gli squadristi urlano ancora, con una sola voce, un altissimo: «No!»).

Quali sono le tre parole che formano il nostro dogma? (la moltitudine scandisce le tre parole: «Credere! Obbedire! Combattere!»).

Ebbene Camerati, in queste tre parole fu, è, e sarà il segreto di ogni vittoria.