L'Argentina vista come è/L'Argentina e il capitale inglese

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L'Argentina e il capitale inglese

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L’ARGENTINA

E IL CAPITALE INGLESE.
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Buenos Aires, dicembre 1901.

L’Argentina è finanziariamente nelle mani dell’Inghilterra. Tutte le imprese più remunerative sono inglesi. Due di esse, la ferroviaria e la bancaria, rappresentano da sole i coefficienti principali dell’attivo nazionale: l’una comanda alla produzione, l’altra ai trasporti, ossia alla commerciabilità della produzione. Esserne padroni significa avere nelle mani la vita della nazione.

L’Argentina lavora per l’Inghilterra: tutta la differenza attiva fra l’esportazione e l’importazione, ossia il guadagno, va a Londra sotto varie forme. Il problema è troppo interessante per noi, che qui rappresentiamo il lavoro, per non esaminarlo con attenzione.

È nel periodo più nefasto della speculazione — giunta al parossismo sotto la presidenza di Juarez Celman — che la egemonia inglese sugli affari si affermò. Gl’inglesi hanno dimostrato una volta di più di essere [p. 40 modifica] degli uomini pratici. Essi hanno saputo mantenersi estranei al delirio che aveva afferrato tutti i latini arrivati qui, e profittare delle circostanze con una antiveggenza sorprendente. E prima di tutto seppero profittare ammirabilmente della corruzione governativa per ottenere concessioni di favore, le cui condizioni stupiscono profondamente chi non sa a quale punto di cecità e di, diciamo, mancanza di scrupolo erano arrivati quei governanti.

Così si formano le Compagnie ferroviarie inglesi, le quali sono oggi padrone di 12,684 chilometri di ferrovie, ossia di tutto il transito della Nazione. A queste Compagnie il Governo garantisce un minimo di utili sopra un capitale fissato, e non ha nessun diritto d’intervento se non quando l’utile risultasse superiore a un elevato per cento. La Compagnia ha mano libera su tutto, sui noli, sulle velocità, sugli orarî, sugli stipendî agli impiegati, sui movimenti del personale. Gli affari vanno benone. Vi sono delle linee che fruttano il dodici, altre il quindici, altre anche di più: i noli si mantengono fortissimi, e tuttavia il Governo non può intervenire: deve assistere indifferente a questo sfruttamento enorme della produzione. Ed ecco perchè:

Le Compagnie, oltre al capitale fissato come base per i rapporti col Governo, si sono riservate l’emissione di «titoli non commerciabili» al 4 e al 5 per cento, emissione che per una sapiente scappatoia può essere illimitata. Gl’interessi su questi titoli gravano al passivo della Compagnia e servono a ridurre gli utili alle proporzioni necessarie per togliere al Governo ogni diritto d’intervento. Così in apparenza l’utile è sempre inferiore alla percentuale sopra cui comincia la partecipazione dello Stato, ma in realtà è maggiore, perchè i possessori di questi titoli non sono che gli stessi azionisti della Compagnia.

Al Governo argentino è dunque tolto ogni e qualsiasi controllo sulle proprie ferrovie. In forza di [p. 41 modifica] questo stato di cose, si è potuto vedere in certe linee i noli aumentare nella proporzione da 45 a 92, e tuttavia scemare gli utili. In forza di questo stato di cose, gli stipendî agli impiegati inglesi possono arrivare a delle cifre principesche.

La produzione argentina intanto trova nei trasporti il più grave ostacolo ad uno sviluppo rapido. Le Compagnie ferroviarie se ne curano poco: esse sono in una botte di ferro.

Ma se si esamina il funzionamento delle Banche nell’Argentina, si rimane ancora più meravigliati. Leggere di cose bancarie argentine è divertente quanto il leggere dei romanzi inverosimili. C’è del fantastico.

Osserviamo un Banco inglese — osservarne uno è come osservarli tutti — ; il «River Plate Bank ltd». Nell’89 aveva sessantamila azioni con un capitale versato di seicentomila sterline, ossia di dieci sterline per azione. Alla fine di quell’anno gli utili furono del 40 per cento, di cui il 15 venne dato come dividendo e il 25 per cento fu capitalizzato, di modo che l’azione da dieci sterline passò a rappresentare un capitale di dodici sterline e mezza. Nell’anno appresso si ebbe un dividendo del 15 per cento sul nuovo capitale, ossia del 18.75 per cento sul capitale versato, più un altro 25 per cento capitalizzato, e l’azione rappresentò un capitale di quindici sterline. Nel 91 arrivò la catastrofe generale, il fallimento delle Banche argentine, la moratoria concessa a tutti con legge del Parlamento: fu un anno disastroso. E tuttavia il nostro «River Plate Bank» ebbe un dividendo del 9.16 per cento sul capitale totale, ossia del 13.75 per cento sul capitale versato. I dividendi hanno continuato ad aumentare con un [p. 42 modifica] crescendo che non ha certo un riscontro con l’aumento degli affari, che invece sono in pieno ristagno. Nel 92 si ebbe il 18.75 per cento, nel 93 il 18.75 per cento, nel 94 il 22.50 per cento, nel 95 il 24 per cento, nel 96 il 27 per cento, nel 97 il 30 per cento, nel 98 il 30 per cento, nel 99 il 30 per cento, nel 1900 il 50 per cento. In dodici anni si ebbe dunque il 298.50 per cento di dividendi, più il 116 per cento del fondo di riserva — che oggi arriva al milione di sterline — ossia un 514.50 per cento di utili netti. Il 42.87 per cento all’anno!

Questi utili in affari di denaro qui non sono straordinarî, perchè qui, come ho accennato, gli alti interessi, diciamo così, dominano. Ma bisogna por mente che le Banche inglesi sono le più numerose, e soprattutto le più forti. Le altre Banche non sono che dei satelliti nel sistema planetario della finanza argentina, nel quale il capitale inglese rappresenta il sole. Quale enorme assorbimento d’energia non rappresentano da soli i dividendi che prendono la via di Londra? Il «London e Brazilian Bank» ha dato quest’anno il 46 per cento di dividendo, con tutto che nei cambî col Brasile questa Banca ha perduto la bellezza di 84 mila sterline! Il totale dei dividendi delle Banche inglesi si può certamente ritenere superiore ai tre milioni di pesos oro, ossia ai quindici milioni di franchi, calcolando modestamente!

La supremazia delle Banche inglesi sul mercato argentino è una conseguenza logica degli errori e delle colpe commesse nel periodo dell’affarismo di recente memoria. Al sopraggiungere della crisi del 1891, caddero il «Banco Nacional» e il «Banco della Provincia de Buenos Aires» e con essi l’Argentina perdette i due unici sostegni della sua indipendenza economica. È vero che i sostegni funzionavano male! Le Banche inglesi furono quasi le sole a resistere. Continuarono con calma le loro operazioni riuscendo a vincere il [p. 43 modifica] panico dei depositarî. Le Compagnie ferroviarie versarono nelle Banche inglesi i loro introiti — gl’inglesi, beati loro, sono sempre uniti e d’accordo — e quei milioni non arrivarono inopportuni per fronteggiare la crisi. Il cambio giunse al 480%, e le Banche inglesi cambiarono il loro oro; quando il cambio è sceso, dopo sette anni, al 206%, le Banche inglesi hanno reintegrato, guadagnando così il 234 per cento. La loro posizione è formidabile. Le ferrovie della provincia di Buenos Aires versano settimanalmente 600,000 pesos oro, e il solo movimento di denaro delle Compagnie ferroviarie basterebbe alla vita delle Banche, senz’altro.

Ma il credito incrollabile che le Banche inglesi godono attira a centinaia di milioni di pesos i depositi privati: esse sono diventate il tramite principale dei movimenti di denaro, sono divenute il centro d’un enorme cumulo di affari bancarî.

Tutto questo non basta. Gl’inglesi sono anche i detentori della maggior parte del debito pubblico argentino, che è di trecentottanta milioni di pesos oro, vale a dire di un miliardo e novecento milioni di franchi.

Di modo che l’Inghilterra in interessi e dividendi assorbe alle finanze argentine circa quarantasei o quarantasette milioni di pesos oro all’anno — cioè duecentotrenta o duecentotrentacinque milioni di franchi — così ripartiti:

Dalle imprese ferroviarie 17 milioni e mezzo, dalle Banche 3 milioni, da varie imprese 2 milioni, dalle finanze governative per interessi del debito pubblico 24 milioni.

L’esportazione supererà quest’anno l’importazione, si calcola, di circa cinquanta milioni di pesos. È chiaro [p. 44 modifica] che questo superavit attivo è insufficiente alla benchè minima capitalizzazione; gli sforzi della produzione sono fiaccati.

Ma noi non abbiamo veduto che la supremazia finanziaria inglese; vi è anche la supremazia commerciale. Le ferrovie hanno concessioni di leghe di territorî lungo il loro svolgimento. Nelle regioni più fertili abbondano le estancias inglesi. I prodotti di queste estancias, per la facilità dei trasporti e per i favori di cui godono, vengono ad avere una posizione privilegiata sui mercati.

Oltre agli estancieros vi sono i commercianti inglesi, importatori ed esportatori. Per quel sentimento di unione e solidarietà che è una delle più invidiabili caratteristiche inglesi, ed anche in forza di quella massima inglese che the onesty is the best policy — l’onestà è la miglior politica — questi commercianti godono presso gl’istituti bancarî inglesi di un credito illimitato. E, data la forza delle Banche inglesi, questi commercianti sono d’una potenza enorme. La concorrenza con loro è impossibile. Il commercio va scivolando nelle loro mani. I soli scambi con l’Inghilterra si aggirano sui sessanta milioni annui di pesos oro, cioè sui trecento milioni di franchi all’anno!

Concludendo: guadagna davvero chi ha saputo ed ha avuto i mezzi di fare.



Note

  1. Dal Corriere della Sera del 16 gennaio 1902.